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La teologia dev 'essere solidale con i naufraghi della storia, di Annachiara Valle

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 28/06/2019 09:40
Papa Francesco parla dell'importanza di essere in dialogo con musulmani ed ebrei e di una teologia dell'accoglienza capace di ascoltare la storia e il vissuto dei popoli del Mediterraneo, un "mare del meticciato" dove costruire, come diceva La Pira, "una grande tenda di pace". No al binomio accoglienza uguale invasione…

«La teologia parte dal basso, dalla sofferenza delle persone, dai problemi per proporre piste concrete». Pino Di Luccio s.j., decano della Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale, sezione San Luigi introduce la giornata dei lavori del convegno La teologia dopo Veritatis Gaudium nel contesto del Mediterraneo. Dalla collina di Posillipo si vede il Golfo di Napoli, e, nonostante il caldo asfissiante, il Papa guarda e sorride soddisfatto. 

Le relazioni sono dense e da Costantinopoli arriva, ringraziato da Bergoglio, il messaggio del Patriarca Bartolomeo. 

Il «caro fratello, grande precursore, precursore da anni della Laudato si’», come lo definisce il papa, parla del Mare nostrum, in greco «Μεσόγειος Θάλασσα», letteralmente «il mare tra le terre» che «è stato culla di storia, civiltà, culture e religioni capaci di interconnessioni e di scambi, che hanno guidato i processi sociali dell’intera aerea per secoli, contribuendo alla crescita dei popoli che ad esso si affacciano». 

Oggi, invece, scrive Bartolomeo, «il concetto di accoglienza non è più percepito dai popoli Cristiani come dettame evangelico ed esempio della fratellanza umana, ma come “invasione” di popoli su altri popoli»

Un pericolo per le religioni e per i popoli perché il concetto di invasione persiste nei secoli: «Ancora parliamo delle invasioni dei Persiani, dei Romani, delle invasioni barbariche, della invasione araba, mongola, dei bianchi sui Nativi americani, della Comunità nera in America, sradicata nel passato dall’Africa, e ancora della invasione Nazista, Sovietica e altre fino ai nostri giorni. Questo sentimento deve essere fortemente evitato oggi, anche nelle nostre Chiese, affinché non si realizzi il binomio accoglienza-invasione». 

La teologia viene in soccorso alla pratica, in questa due giorni di riflessioni per dare risposta alle domande che Francesco pone proprio all’inizio del suo intervento: « Il Mediterraneo è da sempre luogo di transiti, di scambi, e talvolta anche di conflitti. Questo luogo oggi ci pone una serie di questioni, spesso drammatiche. Esse si possono tradurre in alcune domande che ci siamo posti nell’incontro interreligioso di Abu Dhabi: come custodirci a vicenda nell’unica famiglia umana? Come alimentare una convivenza tollerante e pacifica che si traduca in fraternità autentica? 

Come far prevalere nelle nostre comunità l’accoglienza dell’altro e di chi è diverso da noi perché appartiene a una tradizione religiosa e culturale diversa dalla nostra? Come le religioni possono essere vie di fratellanza anziché muri di separazione?». 

Parla di «teologia dell’accoglienza», papa Francesco. «Una teologia chiamata a sviluppare un dialogo autentico e sincero con le istituzioni sociali e civili, con i centri universitari e di ricerca, con i leader religiosi e con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per la costruzione nella pace di una società inclusiva e fraterna e per la custodia del creato».

Il «Kerigma», cioè l’annuncio della Buona novella, «il dialogo, il discernere, la collaborazione, la rete» sono i criteri, sottolinea papa Francesco, «che traducono il modo con cui il Vangelo è stato annunciato da Gesù e con cui può essere anche oggi trasmesso dai suoi discepoli». «Noi dobbiamo convincerci», aggiunge a braccio Francesco, «si tratta di avviare processi, non di fare definizioni di spazi e occupazioni di spazi».

Al centro è l’evangelizzazione per giungere, con il dialogo, a essere «“etnografi spirituali” dell’anima dei popoli, per poter contribuire, se possibile, al loro sviluppo con l’annuncio del Vangelo del Regno di Dio, il cui frutto è la maturazione di una fraternità sempre più dilatata ed inclusiva». Francesco ricorda il Santo d’Assisi per dire di prendere esempio dal suo modo di portare il Vangelo: «vivere come cristiani

“Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani”», dice citando il santo umbro. «Vi è poi un secondo modo in cui, sempre docili ai segni e all’azione del Signore Risorto e al suo Spirito di pace, si annuncia la fede cristiana come manifestazione in Gesù dell’amore di Dio per tutti gli uomini. Diceva Francesco ai frati Predicate il Vangelo, se fosse necessario anche con le parole… è la testimonianza».

Occorre allora annunciare «senza spirito di conquista, senza volontà di proselitismo e senza un intento aggressivo di confutazione», una modalità che, «coerentemente con il Vangelo, comprende anche la testimonianza fino al sacrificio della vita, come dimostrano i luminosi esempi di Charles de Foucauld, dei monaci di Tibhirine, del vescovo di Oran Pierre Claverie e di tanti fratelli e sorelle che, con la grazia di Cristo, sono stati fedeli con mitezza e umiltà e sono morti con il nome di Gesù sulle labbra e la misericordia nel cuore. E qui penso alla nonviolenza come orizzonte e sapere sul mondo, alla quale la teologia deve guardare come proprio elemento costitutivo. 

Ci aiutano qui gli scritti e le prassi di Martin Luther King e Lanza del Vasto e di altri “artigiani” di pace. Ci aiuta e incoraggia la memoria del Beato Giustino Russolillo, che fu studente di questa Facoltà». La folla applaude al sentire questo nome unito a quello di «Don Peppino Diana, il giovane parroco ucciso dalla camorra, che pure studiò qui». Francesco menziona «la sindrome di Babele che è la sindrome che si origina nel non capire quello che l’altro dice. Il primo passo è di credere di sapere quello che l’altro pensa. Questa è la peste».

Il dialogo, aggiunge, «non è una formula magica, ma certamente la teologia viene aiutata nel suo rinnovarsi quando lo assume seriamente, quando esso è incoraggiato e favorito tra docenti e studenti, come pure con le altre forme del sapere e con le altre religioni, soprattutto l’Ebraismo e l’Islam. Gli studenti di teologia dovrebbero essere educati al dialogo con l’Ebraismo e con l’Islam per comprendere le radici comuni e le differenze delle nostre identità religiose, e contribuire così più efficacemente all’edificazione di una società che apprezza la diversità e favorisce il rispetto, la fratellanza e la convivenza pacifica».

Dialogare con i musulmani in particolare, «per costruire il futuro delle nostre società e delle nostre città». Il Papa ricorda quanto accaduto in Sri Lanka «Ieri il cardinale di Colombo mi ha detto che un gruppo di cristiani voleva andare nel quartiere musulmano a fare violenza», ma lui e l’imam sono andati a convincerli che cristiani e musulmani sono amici. Ma il dialogo va fatto anche con gli ebrei e questo implica educare gli studenti «alla conoscenza della loro cultura, del loro modo di pensare, della loro lingua, per comprendere e vivere meglio la nostra relazione sul piano religioso. Nelle facoltà teologiche e nelle università ecclesiastiche sono da incoraggiare i corsi di lingua e cultura araba ed ebraica, e la conoscenza reciproca tra studenti cristiani, ebrei e musulmani».

«Il dialogo», dice il Papa, «può essere un metodo di studio, oltre che di insegnamento».Un metodo da applicare al Mediterraneo dove «l’assenza di pace ha prodotto molteplici squilibri regionali e mondiali, e la cui pacificazione, attraverso la pratica del dialogo, potrebbe invece contribuire grandemente ad avviare processi di riconciliazione e di pace. Giorgio La Pira ci direbbe che si tratta, per la teologia, di contribuire a costruire su tutto il bacino mediterraneo una “grande tenda di pace”, dove possano convivere nel rispetto reciproco i diversi figli del comune padre Abramo».

Ma il dialogo presuppone l’ascolto consapevole: «Ciò significa anche ascoltare la storia e il vissuto dei popoli che si affacciano sullo spazio mediterraneo per poterne decifrare le vicende che collegano il passato all’oggi e per poterne cogliere le ferite insieme con le potenzialità. Si tratta in particolare di cogliere il modo in cui le comunità cristiane e singole esistenze profetiche hanno saputo ― anche recentemente ― incarnare la fede cristiana in contesti talora di conflitto, di minoranza e di convivenza plurale con altre tradizioni religiose».

Solo con questo ascolto si capisce che «il Mediterraneo è proprio il mare del meticciato, se noi non capiamo il meticciato non capiremo mai il Mediterraneo, un mare geograficamente chiuso rispetto agli oceani, ma culturalmente sempre aperto all’incontro, al dialogo e alla reciproca inculturazione».

«Nondimeno», aggiunge, «vi è bisogno di narrazioni rinnovate e condivise che ― a partire dall’ascolto delle radici e del presente ― parlino al cuore delle persone, narrazioni in cui sia possibile riconoscersi in maniera costruttiva, pacifica e generatrice di speranza.

La realtà multiculturale e pluri-religiosa del nuovo Mediterraneo si forma con tali narrazioni, nel dialogo che nasce dall’ascolto delle persone e dei testi delle grandi religioni monoteiste, e soprattutto nell’ascolto dei giovani».

«Non si perde niente con il dialogare, sempre si guadagna, nel monologo tutti perdiamo», insiste Francesco.

Dialogare anche tra teologi, in un «cammino continuo di uscita da sé e di incontro con l’altro» e tenendo sempre presente che è importante «che i teologi siano uomini e donne di compassione, sottolineo questo, che siano uomini e donne di compassione. Toccati dalla vita oppressa di molti, dalle schiavitù di oggi, dalle piaghe sociali, dalle violenze, dalle guerre e dalle enormi ingiustizie subite da tanti poveri che vivono sulle sponde di questo “mare comune”. 

Senza comunione e senza compassione, costantemente alimentate dalla preghiera la teologia non solo perde l’anima, ma perde l’intelligenza e la capacità di interpretare cristianamente la realtà. Senza compassione, attinta dal Cuore di Cristo, i teologi rischiano di essere inghiottiti nella condizione del privilegio di chi si colloca prudentemente fuori dal mondo e non condivide nulla di rischioso con la maggioranza dell’umanità. La teologia di laboratorio, è pura, è distillata come l’acqua, è distillata ma non ha sapore».

E ancora il Papa parla di «tutti gli atteggiamenti aggressivi e guerreschi che hanno segnato il modo di abitare lo spazio mediterraneo di popoli che si dicevano cristiani. Qui vanno annoverati sia gli atteggiamenti e le prassi coloniali che tanto hanno plasmato l’immaginario e le politiche di tali popoli, sia le giustificazioni di ogni genere di guerre, sia tutte le persecuzioni compiute in nome di una religione o di una pretesa purezza razziale o dottrinale. Questa persecuzione anche noi l’abbiamo fatta», dice riferendosi ai tempi in cui i cristiani obbligavano i musulmani a battezzarsi.  

«Rispetto a questa complessa e dolorosa storia, il metodo del dialogo e dell’ascolto, guidato dal criterio evangelico della misericordia, può arricchire molto la conoscenza e la rilettura interdisciplinare, facendo emergere anche, per contrasto, le profezie di pace che lo Spirito non ha mai mancato di suscitare».

Infine il Papa parla di una teologia «in rete e, nel contesto del Mediterraneo, in solidarietà con tutti i “naufraghi” della storia». Essa, «tenendo la mente e il cuore fissi sul “Dio misericordioso e pietoso” può aiutare la Chiesa e la società civile a riprendere la strada in compagnia di tanti naufraghi, incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria. 

Il lavoro delle facoltà teologiche e delle università ecclesiastiche contribuisce all’edificazione di una società giusta e fraterna, in cui la cura del creato e la costruzione della pace sono il risultato della collaborazione tra istituzioni civili, ecclesiali e interreligiose. Si tratta prima di tutto di un lavoro nella “rete evangelica”, cioè in comunione con lo Spirito di Gesù che è Spirito di pace, Spirito di amore all’opera nella creazione e nel cuore degli uomini e delle donne di buona volontà di ogni razza, cultura e religione».

Ma occorre ricordare che «anche fare teologia è un atto di misericordia» e che «anche i buoni teologi, come i buoni pastori, odorano di popolo e di strada e, con la loro riflessione, versano olio e vino sulle ferite degli uomini. La teologia sia espressione di una Chiesa che è “ospedale da campo”, che vive la sua missione di salvezza e di guarigione nel mondo! La misericordia non è solo un atteggiamento pastorale, ma è la sostanza stessa del Vangelo di Gesù. Vi incoraggio a studiare come, nelle varie discipline ― la dogmatica, la morale, la spiritualità, il diritto e così via ― possa riflettersi la centralità della misericordia. Senza misericordia, la nostra teologia, il nostro diritto, la nostra pastorale, corrono il rischio di franare nella meschinità burocratica o nella ideologia, che di sua natura vuole addomesticare il mistero».

 

http://www.famigliacristiana.it/articolo/la-teologia-solidale-con-i-naufraghi-della-storia.aspx

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