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La tenerezza responsabile, di Felice Scalia

creato da webmaster ultima modifica 14/09/2015 12:09
C’è una frase del vangelo di Giovanni che mi ha affascinato, sedotto e perfino rovinato: "e la vita era la luce degli uomini". Mi ha fatto capire dove dovevo cercare il senso di Dio, il rispetto della vita, la tenerezza...


Parliamo di tenerezza responsabile mentre un autore contemporaneo, Musil, dice che la responsabilità è soltanto una evanescenza nell’uomo di oggi, che è uomo senza qualità, parliamo di tenerezza in un mondo che, ad essere appena prudenti e saggi, ha bisogno di sicurezza, richiede armi di difesa e non certo tenerezza.
C’è una frase del vangelo di Giovanni che mi ha affascinato, sedotto e perfino rovinato: e la vita era la luce degli uomini. Mi ha fatto capire dove dovevo cercare il senso di Dio, mi ha fatto vedere quante cose nella chiesa, nel mondo e nella società non sono dirette alla vita ma vanno in senso opposto.
Tutte le contraddizioni che ho sentito durante la mia esistenza si racchiudono in questa frase che è stata la mia gioia ma anche il mio tormento, la mia spinta a cercare oltre, a tentare di vedere se oltre alle soluzioni ufficiali non potessero esserci soluzioni altre, evangeliche.
Per parlare di tenerezza non possiamo non partire dalla passione per la vita. La passione in sé non ha un oggetto, è una facoltà come il vedere, il camminare, il sentire, il parlare. Se ami la vita non amerai solo questa vita, amerai ogni vita, se non la ami ma la usi, ti servirai di quelle vite che ti sono utili e allontanerai le altre.
Passione per la vita è la facoltà di amare tutto e tutti – non posso dimenticare una bambina che diceva mia mamma ama tutto e aiuta tutti. Se ami la vita ti accorgi di avere dentro di te la facoltà di donare per amore a tutto e a tutti. Una facoltà che abbiamo senza averla cercata né meritata, come tutte le cose dell’esistenza: ci meritiamo gli occhi? il cuore? il cervello? l’aspirazione alla bellezza?
La passione per la vita non è soltanto un istinto di sopravvivenza, ma qualcosa di molto più profondo che tocca le radici dell’anima, slancia verso il domani, adora in amore, dona splendore, vede perle preziose nel mondo. Senza passione per la vita non si vive, non si ha neppure il coraggio di smuovere una foglia, di togliere da terra un pezzo di carta che qualcuno ha gettato.
Senza passione per la vita non ci si affida neppure a un seno caldo di madre, non si ha il coraggio di baciare un volto amato, di alzarci al mattino, senza di essa si muore oppure si cade nelle forme di morte che si curano con i farmaci.
La passione per la vita nel nostro mondo boccheggia. Siamo chiamati a vivere da umani in un mondo disumano: siamo chiamati a vivere da cristiani in un mondo non cristiano, siamo chiamati a vivere da amanti del Cristo e del vangelo in una chiesa che sembra lontana dal Cristo e dal vangelo.
Oggi si assiste all’interesse per la vita-merce, a una paurosa penuria di amore per la vita in sé: abbiamo fatto scadere la passione per la vita, in interesse e calcolo. Siamo diventati selettivi e quindi escludenti, distruttori della civiltà dell’amore, intrepidi costruttori di nuove schiavitù, di una società signorile dove i veri uomini sono i “bianchi cristiani anglosassoni”, padroni dell’universo e gli schiavi sono tutti coloro che non entrano nel mercato globale né come consumatori né come produttori.
Questa strada conduce inesorabilmente a una cultura che non ama la vita, ma la si utilizza, la si sfrutta, si usa fino a quando serve e poi viene scartato.
Se vogliamo vivere dobbiamo riprendere il cammino dove lo abbiamo abbandonato. Dalla tenerezza per la vita, dalla passione, dalla vita come criterio di ciò che è vero.
Volendoci salvare Gesù di Nazaret ci ha mostrato come si sta nella vita credendo negli esseri umani, guardandoli come splendore di bellezza a volte nascosta ma mai distrutta. Lui credeva nell’uomo, nella bontà, nell’amore, nella compassione, nell’infinita possibilità degli esseri umani di risorgere.
Lui era grato al Padre per l’esistenza dell’altro, chiunque fosse, vedeva nel volto di ogni persona una parola preziosa e unica detta dal Padre per il mondo e a questa parola, a questo segreto del cuore, lui si rivolgeva e donava speranza quando l’avevano persa. Che cosa resta di questo? Si
domanda Maurice Bellet in un piccolo libro intitolato Incipit: Cosa resta quando non resta niente?
Questo: di essere umani verso gli umani, resta che fra noi dimori il fra noi che ci rende umani, qualcosa che propriamente non è amore inaugurale ma ciò che da esso in poi parte perché tutto appaia, tutto sia detto e si ritrovi, esultante tenerezza del vivente.
Misuriamo la nostra passione per l’amore dalla gioia che proviamo nell’incontrare ogni persona: bella o brutta, peccatore o osservante, è del tutto secondario. Cristo aveva una esultante tenerezza per il vivente. È bello che tu ci sia, lo diciamo alle persone care, anche se mi hai reso la vita difficile.
Oggi bisogna risalire la china, riconoscere l’uomo nell’uomo, senza altra qualità che il suo nudo essere umano, sguardo di riconoscimento nel banale e ordinario della vita, nei gesti condivisi del quotidiano, nel condividere cose grandi e cose piccole messe insieme.
Dalla mancanza di questo fra noi umani, nascono le divisioni, le scomuniche, i roghi, le nazioni canaglia, i muri che si innalzano tra quartiere e quartiere nella nostra Italia, il diritto a possedere in esclusiva armi atomiche o scudi stellari… Siamo così immersi in questo mondo dove un’altra vita non ha valore, che giungere a esultare per l’esistenza di un altro essere umano, arrivare a sprofondare per gli occhi amorevoli di uno sconosciuto, ci sembra una follia.
Ma al di fuori di questa follia non c’è salvezza nel mondo.
Lo straniero da ospitare rivela la tenerezza responsabile. Dopo secoli di assenza nel mondo del fra noi, dopo l’epoca del colonialismo e della schiavizzazione del sud del pianeta, dopo secoli di caduta nell’inumano e disumano, nel caos di violenza e terrore che va ben oltre il secolo breve, i popoli sono in cammino e reclamano il loro diritto a esistere e vivere. Conosciamo tutti la politica italiana verso questi popoli che sono in cammino, costruita – come la politica di tutto l’occidente – sullo slogan: respingimenti. Che fa la pariglia con il non riconoscimento dell’uomo al tempo della conquista delle Americhe. Siamo ancora a quel punto: abbiamo conquistato l’America perché non abbiamo riconosciuto negli indios inermi e accoglienti l’umano, per noi non erano uomini. La loro terra era terra di nessuno, abbiamo potuto occuparla di fronte a un notaio.
Abbiamo piena coscienza che si tratta di problemi immani, ma sappiamo anche che ogni essere pensante ha il dovere di occuparsi, non di respingere. La Chiesa deve mettere da parte questioni di astratta teologia e si deve occupare di chi muore nel Mediterraneo, si deve occupare di chi è respinto, della sorte di chi è nelle prigioni libiche, di ciò che succede nell’inferno afghano, in Siria, se vuole essere fedele all’incarnazione del Verbo, se crede che la Parola si sia fatta Carne davvero e non per gioco, e cioè se vuole farsi illuminare dalla luce che è vita per gli uomini.
Quando parlo della Chiesa parlo di noi, non possiamo pensare tanto cosa è una vita sulla terra di fronte all’eternità? Ci penserà il Padreterno ad accogliere i naufraghi.
La chiesa deve rifiutarsi di stare in combutta con i governi, di girare al largo dei malcapitati come fecero sacerdoti e leviti nella parabola del Samaritano, deve fermarsi, guardare, chinarsi su ogni uomo lasciato mezzo morto. Chinarsi, guardare, farsi carico, essere responsabile della vita dell’altro anche se sconosciuto, affliggersi per una vita umiliata, tutto questo è tenerezza, esultanza per la vita anche se scomoda, gesti essenziali per la vita cristiana.
Rimontare la china, rendere possibile l’accoglienza dello straniero, significa prima di tutto ospitarlo dentro di noi, sentirlo me, un maghrebino, un rumeno, non sarà mai ospite della porta accanto se
non è ospite della nostra anima. Saremo cortesi, staremo ai baratti, al buon rendere, ma mai veramente ospitali, essere ospiti dell’anima è la condizione perché qualcuno possa essere davvero ospite. Se non riconosceremo che siamo barbari noi, se non capiamo che il semplice fatto di non allargare lo sguardo ad accogliere l’altro ci rende disumani, non risolveremo mai il problema. La tenerezza responsabile deve tendere molto più che a dare una casa o un lavoro, ma a fare di me la casa dell’altro – quanto è pretenzioso questo Cristo quando mi chiede di fare del mio cuore, della mia anima la casa dell’altro, l’accoglienza, il non giudizio, l’aiuto disinteressato, l’amore, la tenerezza per la vita.

 

Fonte: “Oreundici”, ottobre 2012

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