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La strage non silenziosa, di Laura Boldrini

creato da D. — ultima modifica 17/09/2015 13:53
Secondo dati Eures – Ansa ogni 12 secondi una donna subisce atti di violenza fisica, psichica o verbale. E sempre più spesso sono coinvolti bambini e ragazzi, spettatori involontari di qualcosa che li marchierà per sempre...

Caro Direttore, l’approfondimento che «La Stampa» ci propone sui figli delle donne uccise dai propri partner ha il merito di fare luce su un altro aspetto di quel concentrato di dolore che è il femminicidio nell’Italia di oggi, dove la strage delle donne continua senza sosta: dall’inizio del 2013, dicono i dati, già 82 vittime, quasi una ogni due giorni.

 

Secondo altri dati (Eures – Ansa) ogni 12 secondi una donna subisce atti di violenza fisica, psichica o verbale. E sempre più spesso sono coinvolti bambini e ragazzi, spettatori involontari di qualcosa che li marchierà per sempre. Parliamo di 1.500 orfani di madre nel nostro Paese, come riportato dallo studio dell’Università Seconda di Napoli, una cifra che non può essere ignorata.

 

E non si può neanche dire che quella delle loro mamme sia una strage silenziosa, perché ogni nuovo femminicidio ha il dovuto clamore mediatico. Il punto dolente è un altro: le statistiche mostrano che su dieci donne uccise, sette avevano chiesto aiuto, presentando denuncia o rivolgendosi al 118. Come è avvenuto qualche giorno fa a Marina di Massa: la vittima, Cristina Biagi, madre di due bambini, aveva presentato l’ultima denuncia alla polizia appena sette giorni prima di essere uccisa. Un mese prima aveva chiesto l’intervento al 112 dei Carabinieri: l’ex marito l’aveva presa a botte perché non riusciva a rassegnarsi all’idea che lei fosse andata via di casa. E ancora: alle forze dell’ordine aveva specificato che il suo killer più volte aveva minacciato di far del male ai figli.

 

Un copione analogo, due giorni dopo a Taurisano, in provincia di Lecce. Erika Ciurla, anche lei madre di due figli, è stata uccisa dal marito che non accettava la separazione. Anche in questo caso la vittima aveva denunciato. La polizia aveva persino perquisito la casa dell’uomo in cerca di armi, senza trovare nulla. E invece i fatti hanno tragicamente dimostrato che il marito di Erika un’arma l’aveva eccome.

 

Dunque mi chiedo in casi del genere, quando cioè la donna ha chiesto aiuto, per sé e per i suoi figli, ma non è stata adeguatamente ascoltata o la pericolosità del partner non ha avuto la giusta considerazione, chi ne risponde? Esiste o no una responsabilità per chi non ha preso le giuste misure?

 

Perché una cosa è certa: non si può continuare a dire alla donne «chiedete aiuto», se poi alle loro denunce non seguono atti concreti. Con questo non voglio mettere in dubbio il lavoro encomiabile delle forze dell’ordine, di polizia e carabinieri, così come di diverse procure italiane che hanno costituito vere e proprie task force per i reati contro le donne. Dico solo, dati alla mano, che c’è ancora molto da fare se le italiane continuano ad essere uccise per mano degli uomini che loro stesse avevano trovato il coraggio di denunciare. Forse bisogna iniziare a valorizzare e portare a modello i tribunali in cui il sistema sinergico tra forze dell’ordine, magistrati, avvocati e psicologi funziona, ed esportarlo nelle sedi che sulla materia sono ancora indietro. Insomma bisogna fare di più per capire dove il meccanismo si inceppa. La commissione Giustizia della Camera ha già avviato un’indagine conoscitiva proprio per capire come migliorare la prassi applicativa delle leggi esistenti. Perché ogni volta che una rotella di questo delicato ingranaggio non funziona, il prezzo che rischiamo di pagare è altissimo: un’altra donna, spesso un’altra mamma, uccisa, altri orfani. E questo non è più accettabile.

 

fonte: www.lastampa.it, 06.08.2013

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