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La stagione avvelenata, di Stefano Rodotà

creato da Franco Ferrara — ultima modifica 17/09/2015 12:34
"A chi conviene una democrazia senza popolo"?

 

Sopravviverà la democrazia italiana alle cinque crisi che la stanno pericolosamente avvolgendo? Mai, nella storia della Repubblica, si erano manifestate insieme, e via via sempre più intrecciate, una crisi istituzionale, una politica, una civile, una economica, una sociale.

Cogliamo ogni giorno i frutti amari e avvelenati di una cosiddetta Seconda Repubblica nata dall’improvvisazione e dall’imprevidenza, di un dissennato “bipolarismo feroce” (copyright del direttore diAvvenire),di una lotta politica degenerata in rissa continua, del degrado del linguaggio, della fine del rispetto dell’altro, di una regressione culturale senza fine

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La crisi civile e morale ci avvolge. Implacabili, i quotidiani bollettini di guerra ci indicano i protagonisti di una torbida stagione vissuta all’insegna della cancellazione d’ogniconfine tra lecito e illecito, tra privato e pubblico.Ma gli arrestati, gli indagati, gli autori di furti legali non sono soltanto gli occasionali “testimonial” di vicende corruttive, le “pecore nere”, le “mele marce”.

Si rivelano ogni giorno di più come l’avanguardia di schiere infinite, gli emuli a ogni livello di chi si è scritto leggi ad personam e ha coltivato conflitti d’interesse. Questa logica si è generalizzata, un numero crescente di persone ha trasferito risorse pubbliche nelle sue disponibilità private, anche sulla base di norme predisposte proprio a questo fine – dalle ordinanze della Protezione civile alle regole a maglie larghissime dei consigli regionali, che consentono ai mariuoli di dire d’aver seguito prassi legittime. Si è costruita una “legalità parallela” per legittimare il malaffare.

Oggi è saltato proprio quello che era stato giustamente definito il “compromesso permanente tra legalità e illegalità”.

La politica sembra attonita, balbetta. Che cosa sarebbe accaduto se, all’indomani dell’assassinio del generale Dalla Chiesa, il Parlamento si fosse limitato alle esecrazioni rituali, invece di approvare tempestivamente la legge La Torre-Rognoni? Che cosa sarebbe accaduto se, all’indomani dell’assassinio di Giovanni Falcone, il Parlamento, riunito per l’elezione del Presidente della Repubblica, avesse proseguito nel rito di innumerevoli votazioni, giungendo per sfinimento all’elezione di Giulio Andreotti, invece di rompere l’incantesimo eleggendo subito Oscar Luigi Scalfaro?

Non sono richiami azzardati, di fronte al quotidiano assassinio della credibilità delle istituzioni, della legalità democratica. Non arriva nessun segnale forte, se si fa eccezione per lo scioglimento del consiglio comunale di Reggio Calabria. Il Parlamento, in un sussulto di dignità, avrebbe dovuto approvare subito una vera, seria legge sulla corruzione. E invece rimane prigioniero di ricatti, si sfianca nella ricerca di un nuovo compromesso.

La crisi della politica, allora. Palese nell’altro infinito inseguimento, quello ad una legge elettorale ormai concepita soprattutto come un mezzo per neutralizzare un esito elettorale temuto, per regolare preventivamente conti all’interno del sistema dei partiti.

Le elezioni come un intralcio, un problema, e non come il momento in cui la parola torna nella sua pienezza ai cittadini? Non si vuole più correre il “rischio democratico” del voto. Ecco, quindi, l’ossessiva ricerca della continuità, che s’impiglia nell’altro vizio di questi anni, l’estrema personalizzazione della politica.Monti con lasua “agenda”, quindi,chediviene un modo per sfuggire alle responsabilità proprie. Un vero transfert, che rivela la difficoltà della politica di liberarsi dei suoi mali e tornare ad essere davvero tale. Ma i promotori del “giuramento Monti” si sono presto rivelati come degli apprendisti stregoni, aprendo la strada alla nuova scorreria di Berlusconi. Un Monti ostaggio, pedina di manovre interne ai partiti, strumento per trasformare le elezioni in un referendum pro o contro la sua persona? Diciamo, piuttosto, una vicenda che rivela una volta di più le miserie della politica.

Tutto questo avviene all’ombra non dissipata d’una crisi istituzionale. I tre soggetti che negli anni pericolosi del berlusconismo hanno impedito il collasso della legalità e, con essa, della democrazia – Presidenza della Repubblica, Corte costituzionale, magistratura – si trovano ora divisi, contrapposti. È il lascito di un’estate avvelenata, che ha visto il trasformarsi di una discussione legittima in una furia polemica che sembra inconsapevole del pericolo di una terra bruciata. Ovvio che si potesse discutere intorno alla opportunità politica e alla portata istituzionale delle posizioni assunte dal Presidente della Repubblica nella nota vicenda delle intercettazioni telefoniche conservate presso la Procura di Palermo. Ma che senso ha descrivere le posizioni in campo come un conflitto tra “trombettieri del Quirinale” e difensori della verità, delegittimando preventivamente chi esprime un’opinione diversa dalla propria? Vizi diffusi, e non da una parte sola.

E che hanno progressivamente impedito di vedere che un problema esiste, che nasce proprio da controversie intorno alle prerogative presidenziali e che non può essere risolto con un meccanico rinvio a regole della procedura penale. La posizione costituzionale del Presidente della Repubblica ci indica un orizzonte più largo e va oltre quei soli riferimenti (e non può certo essere strumentalizzata per chiedere salvacondotti per altri soggetti istituzionali o per mendicare la stretta autoritaria sulle intercettazioni). Lo ha ribadito ieri lo stesso Presidente, sottolineando l’improprietà di una personalizzazione della questione e la necessità di non lasciare alcuna ombra sui rapporti tra il Capo dello Stato e altri soggetti istituzionali..


Proprio nella temperie politica e costituzionale che viviamo, una precisazione così importante appare indispensabile (e rischiano di non contribuire al chiarimento alcuni toni della memoria a difesa della Procura di Palermo). E non mi pare che sia stato apprezzato adeguatamente il fatto che Giorgio Napolitano abbia deciso di sottoporsi al giudizio di un organo terzo, la Corte costituzionale appunto. Una mossa democratica, che si è cercato di delegittimare delegittimando la stessa Corte, presentandola come un organo privato di autonomia proprio dall’iniziativa presidenziale, persino con argomenti di tipo berlusconiano, quali sono quelli che richiamano il fatto che alcuni dei giudici della Consulta sono stati nominati da lui.


La verità è che, di fronte ai molti misteri della Repubblica, prorompe quasi sempre un bisogno di giustizia sostanziale, insofferente d’ogni regola. Ecco, allora, la presentazione della posizione del Presidente della Repubblica come un intralcio alle indagini dei magistrati siciliani. Tesi contraddetta dalle stesse dichiarazioni della procura di Palermo sulla non rilevanza delle intercettazioni a questo fine. Ma di cui si è data una versione tutta politica, insistendo su un isolamento dei magistrati siciliani che, se mai, ha le sue origini altrove.

È ancora possibile ricostruire un clima nel quale la decisione della Corte venga intesa come la definizione del quadro costituzionale e non come una pronuncia che dà torto ad una parte e ragione all’altra? Non è questa la logica del giudizio costituzionale. Certo, pieno deve essere il sostegno al lavoro dei magistrati dai quali, se riusciranno a fare finalmente chiarezza sulle violazioni della legalità, verrà un contributo essenziale per la ricerca di quella verità storica e politica che è comunque responsabilità di altri organi costituzionali.

Questo contesto politico e istituzionale non è il più propizio per un governo adeguato della crisi economica e di quella sociale, che non può essere affidato, come sta accadendo, all’erosione dei diritti di cittadinanza, a partire da quelli fondamentali alla salute e all’istruzione, a una rinnovata riduzione del lavoro a merce. La sospensione di fondamentali garanzie, che toccano lo stesso diritto all’esistenza, non può essere giustificato con nessuna emergenza.
Tutto questo determina tensioni sociali sempre più forti, alle quali si accompagna un passaggio dai rischi del populismo a quelli della demagogia. Qui è il pericolo per la democrazia e le sue istituzioni che, se vogliono riconquistare fiducia, devono rimettere in onore i diritti delle persone. Questione, a ben vedere, che riguarda pure le necessarie trasformazioni dell’Unione europea, irriducibili al solo rafforzamento del governo dell’economia. A chi conviene una democrazia senza popolo?

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