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La ricerca di senso tra reazione e adattamento all’ingiustizia, di Vittorio Pelligra

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 24/08/2020 17:16
Se l’ingiustizia è difficile da eliminare nei fatti, la possiamo far sparire ristrutturando il nostro modo di vedere la realtà. Ma ciò che sparisce è solo il nostro senso della realtà…

Il mondo non è un luogo giusto. C’è chi reagisce – la speranza, come ci ricorda Sant’Agostino, cammina sulle gambe dell’indignazione per ciò che non va e del coraggio di agire per cambiare, c’è chi soccombe e muore di disperazione – ne abbiamo parlato la settimana scorsa su Mind the Economy, e, infine, c’è chi si adatta. Le ingiustizie esistono, tutti noi le abbiamo patite o ne siamo stati testimoni più o meno diretti. Abbiamo visto il dolore innocente, la sofferenza, le tribolazioni e l’iniquità. Queste esperienze fanno male.

Il nostro cervello reagisce a situazioni simili generando un senso di disgusto e rabbia: si attivano le stesse aree cerebrali, la parte anteriore dell’insula anteriore e della corteccia cingolata, implicate appunto nell’esperienza del disgusto e del dolore psichico e sociale. Mentre queste reazioni fisiologiche sembrano essere invarianti tra i soggetti che si trovano in situazioni simili, le reazioni cognitive, il modo in cui elaboriamo consciamente queste esperienze possono variare in maniera rilevante.

Sdegno o adattamento?

Da una parte, possiamo avere reazioni di sdegno e di attivazione volte alla protesta, alla ribellione, alla eliminazione delle condizioni che consideriamo all’origine dell’ingiustizia; ma esistono anche altre risposte, quelle, per esempio, di chi si adatta, di coloro che modificano cognitivamente le loro credenze e le loro convinzioni per adattarle ad una situazione di palese ingiustizia, trasformandola, in questo modo, in uno scenario tollerabile e perfino giustificabile.

Nel primo caso si reagisce cercando di intervenire attivamente sulla realtà per renderla coerente con il proprio ideale di giustizia; nel secondo, invece, si adatta la lettura della realtà, per renderla compatibile con una personale visione di un mondo giusto. Gli psicologi chiamano questo fenomeno “ipotesi del mondo giusto”. Chi crede in un mondo giusto è convinto che la vita sia retta da regole di giustizia secondo le quali il merito viene sempre premiato e le colpe sempre punite, oppure, il che è simmetricamente equivalente, le punizioni sono giustificate dalle colpe e i premi sono sempre meritati. Siamo tutti mossi dalla fondamentale necessità di dare ordine alla caotica esperienza della realtà, dal bisogno insopprimibile di trovare un significato alle vicende, soprattutto alle più dolorose, della nostra e delle altrui esistenze.

Il paradosso dell’“ipotesi del mondo giusto”

Un fenomeno, quello dell’ipotesi del mondo giusto, che produce conseguenze a volte davvero paradossali. Davanti all’esperienza del dolore e dell’ingiustizia, la convinzione di essere personalmente in grado di rendere le cose migliori spinge all’impegno e all’azione, ma l’esperienza dell’impotenza, al contrario, ci rende inermi e quindi proni all’autoinganno. Se non possiamo rendere migliore un mondo ingiusto, allora cerchiamo illusoriamente di rendere più giusta l’esperienza dell’ingiustizia. La necessità di dare un senso al dolore innocente, di penetrare nel “mysterium iniquitatis” che lega la sofferenza a nient’altro che il caso, può spingerci a cercare giustificazioni e a giustificare, noi stessi, quel dolore innocente. Solo a causa di questo tragico cortocircuito, se vogliamo escludere l’impazzimento collettivo, si può pensare, come molti hanno fatto e scritto, che Alan Kurdi, morto annegato a tre anni fuggendo dalla Siria in guerra, il corpicino adagiato sulla spiaggia di Bodrum, i pantaloncini blu e la maglietta rossa parzialmente sollevata dalla risacca, se la sia cercata e, in qualche misura, meritata.

E cosa pensare di quei buoni cristiani di Nardò, sconfessati dal loro stesso parroco, che la domenica vanno in Chiesa e magari fanno la Comunione e poi, contemporaneamente, augurano la morte ai profughi appena sbarcati sulle coste salentine. Miseria umana? Cattiveria pura? Totale assenza di empatia? Anche, ma non solo. Sarebbe troppo semplice liquidare in questo modo reazioni e comportamenti che ci fanno inorridire. Sarebbe nient’altro che l’altra faccia della falsa moneta del merito. Una spiegazione tanto fasulla quanto il fenomeno che vorrebbe spiegare. Le cose sembrano essere più complesse. Abbiamo a che fare, da una parte, con il bisogno di senso che ciascuno di noi sente nel profondo e, dall’altra, con la sempre maggiore difficoltà a trovare questo senso in esistenze ferite e marginalizzate, sfruttate e strumentalizzate.

La ricerca di senso e i suoi limiti

La ricerca di senso, dicevamo. Il nostro cervello funziona così. Unisce i puntini e crea storie. Siano “animali narranti”, capiamo chi siamo e dove andiamo raccontandoci le storie del passato e immaginando quelle del futuro. La realtà è complessa e non sempre la linea che unisce i puntini è la più breve o quella che fa emergere la figura più semplice. Spesso i puntini sono uniti da un groviglio caotico, inestricabile, senza nessun senso apparente. E allora, è proprio in questi casi che l’ipotesi di un mondo giusto, intellegibile, regolato da leggi chiare e semplici, ci viene in soccorso a mettere ordine nell’altrimenti incomprensibile: se muori su un barcone nel Mediterraneo è perché non dovevi proprio partire; se vieni violentata dal branco è perché eri vestita in modo provocante; se tuo marito ti picchia, ma tu non te ne vai di casa, allora vuol dire che te le cerchi; se il bullo, giorno dopo giorno, ti rende impossibile l’esistenza è perché, in fondo, anche tu dovresti imparare a reagire.

Esempi del passato

Del resto durante le prime epidemie di colera in Europa, a metà dell’800, non era difficile imbattersi in spiegazioni moralistiche della maggiore incidenza della malattia tra i poveri, non tanto a causa delle precarie condizioni igieniche, ma, piuttosto, per comportamenti colpevoli, imprudenti e intemperanti. Lo psicologo Melvin Lerner iniziò ad interessarsi al fenomeno del “mondo giusto”, negli anni Sessanta, colpito dall’atteggiamento che alcuni infermieri, nell’ospedale in cui svolgeva il suo tirocinio, avevano nei confronti dei malati.

Persone gentili e sensibili, gli operatori sanitari, che potevano diventare colpevolizzanti e perfino cattivi nei confronti dei malati che erano chiamati ad assistere. Nel primo famoso esperimento che Lerner mise a punto per studiare la questione, si mostrava ad un gruppo di partecipanti, attraverso uno schermo, una ragazza che riceveva delle scosse elettriche per ogni risposta errata in un test sulla memoria; la ragazza era naturalmente un’attrice, e non esisteva nessun test, ma questo i partecipanti non lo sapevano. Dopo aver assistito varie volte alle scosse apparentemente molto dolorose, ai partecipanti veniva data la possibilità di modificare il meccanismo delle punizioni per le risposte errate, con dei premi per ogni risposta esatta.

La maggior parte accettò di eliminare le scosse, giustificando la scelta in base alla crudeltà della punizione. Ad un altro gruppo di partecipanti vennero mostrate le stesse immagini. A questo secondo gruppo, però, non venne data la possibilità di cambiare il meccanismo delle punizioni. Quando, alla fine dell’esperimento, questi partecipanti vennero interpellati circa l’efficacia del meccanismo, la maggior parte dei membri del secondo gruppo si disse favorevole alle scosse: la ragazza le meritava a causa dei suoi errori e del suo scarso impegno.

La possibilità di intervenire efficacemente nel ridurre il dolore e la sofferenza mi fanno vedere quel dolore e quella sofferenza per ciò che sono, ingiusti e ingiustificati; ma se, invece, non ho la possibilità di intervenire, allora cerco di razionalizzare, giustificando quel dolore e quella sofferenza come meritati e, in fondo, giusti. Come le piaghe di Giobbe, ancora più dolorose perché ritenute giuste, benché incomprensibili.

Meritate, perché il mondo è un posto giusto. Non stiamo certo deresponsabilizzando nessuno rispetto a reazioni e a condotte vicine all’inumano; ma, così come sono semplicistici e profondamente sbagliati gli atteggiamenti colpevolizzanti verso i più vulnerabili, poveri, stranieri, fragili, allo stesso modo sono semplicistiche e totalmente fuori bersaglio le spiegazioni di chi condanna tali atteggiamenti sulla base di una presunta inferiorità morale e antropologica. C’è sempre alla base, individualmente o socialmente, la necessità e, insieme, l’impossibilità di dare un senso all’esperienza della sofferenza nostra o altrui. E tanto più è tragica e incomprensibile tale esperienza, tanto più forte sarà la spinta ad una razionalizzazione a posteriori, anche se questa ci spinge a giudizi cinici e disumani.

La necessità di dare un senso e la sua strumentalizzazione

Tanto minore sarà la convinzione di poter fare qualcosa per mitigare l’ingiustizia che sperimentiamo, direttamente o indirettamente, tanto maggiore sarà la spinta ad accettare come giusto ciò che è palesemente e tragicamente ingiusto. La necessità di dare un senso a ciò che viviamo diventa, così terreno di caccia per demagoghi senza scrupoli che cavalcano l’ipotesi di un mondo giusto per rassicurare gli impotenti che, potendo (volendo?) far poco o niente per cambiare la situazione, indulgono in pensieri inumani. Il ruolo della buona politica sarebbe, piuttosto, quello della creazione delle condizioni di giustizia, delle condizioni affinché tutti possano concorrere al bene.

E invece, non di rado, vediamo proporsi paladini del finto merito e dei diritti degli uni contro gli altri. Alberto Alesina, economista di Harvard scomparso di recente, molto aveva lavorato negli ultimi anni su questo tema, mostrando, dati alla mano, come l’odio nei confronti dei migranti, alimentato dall’ipotesi del mondo giusto, possa portare gli odiatori ad opporre proprio quelle politiche pubbliche da cui maggiormente avrebbero avuto beneficio, perché ritenute non meritocratiche. Pensare che dobbiamo ottenere solo ciò che meritiamo, qualunque cosa voglia dire “merito”, può portarci spesso a rifiutare ciò di cui, in realtà, abbiamo bisogno: la ricerca di senso che, paradossalmente e tragicamente, produce il non-senso. Così come troppo poco ci siamo interrogati sulle cause profonde delle “morti per disperazione” che stanno invadendo le nostre società occidentali, sarebbe ora il caso di interrogarsi sulle condizioni di instabilità, insicurezza, insoddisfazione, alienazione che strati crescenti delle nostre comunità sperimentano ogni giorno e che rendono l’adesione all’ipotesi del mondo giusto unica strategia per costruire una struttura di senso senza la quale nessuno potrebbe sopravvivere.

Queste stesse condizioni però, se da una parte rendono la vita di chi le sperimenta, miserevole, allo stesso modo contribuiscono, da parte di questi ultimi all’”assimilazione dell’ingiustizia” che altri vivono sulla loro pelle. Se l’ingiustizia è difficile da eliminare nei fatti, pure la possiamo far sparire ristrutturando, cognitivamente, il nostro modo di vedere la realtà. Ma l’ingiustizia e la sofferenza che essa determina non spariscono. Restano là. Ciò che sparisce è solo il nostro senso della realtà.

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