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La politica: ma ha ancora un significato?, di Beppe Elia

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 27/11/2018 10:39
Interessante e colta riflessione di Beppe Elia, responsabile nazionale del MEIC, alla Scuola di Partecipazione e Cittadinanza di Novara, del circuito di Cercasi un fine…

Che stia cambiando un’epoca è oggi percepito da tutti, ma i caratteri di questo cambiamento appaiono nei loro effetti senza che noi abbiamo la capacità di coglierne la profondità. Non vi è aspetto della vita che non sia coinvolto da questo sisma, come non vi è forma organizzativa, istituzione, struttura sociale che non sia messa in discussione e talora anche travolta. Le nostre comunità, civili ed ecclesiali, sentono la fatica di questo momento, forti da un lato di un patrimonio ideale e di storia, ma anche fragili di fronte a domande nuove ed inattese.

E come in tutte le situazioni non comprensibili, gli atteggiamenti che prevalgono sono la paura, per ciò che potrà succedere, e la difesa, di fronte a persone o idee che scuotono il nostro ordinato vivere. Del resto ci ripetiamo spesso che di alcuni fenomeni sociali (l’immigrazione, la criminalità, la malasanità ….) abbiamo una percezione media che sovrastima, talvolta anche in modo abnorme, i dati reali. Non in modo generalizzato, perché comunque vi sono molte persone e vari gruppi sociali che, in una visione più realistica, accettano le sfide, e provano, magari con molte insufficienze e qualche inciampo, a dare risposte positive e nuove, con uno sguardo più fiducioso al mondo che abitiamo.

La politica è figlia di questo tempo, vive dentro di sé le tensioni degli uomini e delle donne, ma non sembra offrire punti di riferimento o risposte affidabili, avvitandosi in una crisi di cui non si vede l’uscita.

Siamo di fronte a fenomeni sociali e politici complessi, per la cui comprensione non possediamo strumenti interpretativi adeguati: ad esempio la globalizzazione, ritenuta qualche anno fa un grande motore di crescita e oggi giudicata una trappola per il nostro Paese, o i fenomeni migratori, considerati da alcuni una opportunità e da altri una minaccia, o l’integrazione europea, cui avevamo affidato molte nostre speranze, ma che oggi è messa in discussione da più parti. Non capire l’esito di questi processi genera inquietudine e preoccupazione e il bisogno di affidarsi a ricette semplici e rassicuranti.

Negli ultimi anni è poi cresciuta la sfiducia dei cittadini nella democrazia rappresentativa, correlata a molti fattori: la convinzione che il potere effettivo sia spostato in luoghi sempre più distanti e gestito da gruppi oligarchici incontrollabili, una classe politica (l’establishment) sempre più separata dal popolo che la esprime (incapace quindi di cogliere le sue istanze o disinteressata ad esse, e sempre più debole culturalmente). E’ venuta progressivamente a mancare la funzione dei corpi intermedi (i partiti, i sindacati, le associazioni, le molteplici forme di mediazione) che hanno garantito negli anni non solo la possibilità di partecipare al dibattito pubblico e di presentare collettivamente istanze e proposte, ma anche la coesione sociale. E’ quindi comprensibile che in questo varco creatosi fra le istituzioni e la classe politica rispetto ai cittadini si siano collocate forze politiche che dichiarano di caratterizzarsi, non come elite, ma come popolo, e che vogliono rappresentare, senza mediazioni, risposta alle preoccupazioni della gente, ma anche alle loro pulsioni e al loro astio. In questo processo semplificatorio il confronto di idee e di proposte è soppiantato dalla richiesta di atti decisori, possibilmente netti, affidati ad un leader capace di interpretare gli umori popolari. E ciò che ostacola l’attuazione di questo è considerato spesso un inciampo di cui sbarazzarsi il prima possibile. La portata della frattura sociale si coglie nel consenso riversato verso proposte politiche che hanno individuato la responsabilità della situazione in una incapacità delle classi dirigenti di porre argine a tutto questo e che prospettano, come soluzione, non la ricomposizione di un interesse superiore ma il prevalere di uno degli interessi in gioco: ad esempio quello dei risparmiatori sulle banche, o quello degli italiani sugli stranieri.

Inevitabilmente si genera un clima di scontro, di cui il linguaggio è l’espressione più emblematica: gli slogan che fanno premio sul ragionamento, gli scontri verbali che inquinano il confronto, il lessico offensivo e irridente.

Il nostro Paese sembra essere scivolato lungo una china in cui ognuno cerca di salvarsi da sé. Eppure, mai come oggi, vi sono urgenze (la lotta alla corruzione, la difesa e la valorizzazione del territorio, la manutenzione infrastrutturale, il lavoro per tutti, la costruzione della pace e dello sviluppo in aree geografiche fragili e sofferenti, per dirne alcune) che richiederebbero il massimo di coesione sociale e una grande e lungimirante progettualità.

Invece, e non solo in Italia, lo sguardo non è più rivolto al futuro. Come ha lucidamente evidenziato Bauman nell’ultimo suo libro, le speranze di miglioramento si volgono nuovamente al passato.

Le nostre comunità ecclesiali sono specchio di questa realtà frantumata. L’insegnamento e i gesti di papa Francesco, che apparentemente sembrano godere di un ampio consenso, in realtà non determinano un diffuso rinnovamento della Chiesa, nella sua prassi pastorale e nella sua tensione missionaria. Il laicato credente, in questa situazione di difficoltà, preferisce giocare la sua partita nello spazio intraecclesiale, meno esposto alla bufera della complessità.

Stiamo poi scontando l’esito di una stagione in cui la Chiesa si è presentata come promotrice di un’etica civile coincidente con un’etica cristiana, e i cui effetti sono ancora oggi presenti nel quadro politico e sociale; segnalata dalla presenza di minoranze molto combattive sul piano comunicativo in difesa dei mai tramontati “valori non negoziabili”, ma anche, più significativamente, dal restringimento degli spazi di educazione alla fede che si incarna nella storia attraverso un costante discernimento. In questo senso la “scelta religiosa”, che aveva rappresentato una svolta importante nella storia della Chiesa italiana, è stata poi spesso interpretata in senso riduttivo (come separazione fra il piano politico e quello religioso) non sviluppando, anche per un eccesso di prudenza, il suo significato profondo di purificazione della fede, di servizio umile e disinteressato alla società, alla cultura, alla politica, di formazione di coscienze libere e responsabili.

Il magistero di Francesco sta sollecitando una Chiesa un po’ intortipidita e conservatrice a prendere il largo: la Chiesa in uscita non è uno slogan, ma il segno di una riforma che stenta a farsi prassi. Egli ci invita ad essere “audaci e creativi” e a “introdurci nel cuore delle sfide come fermento di testimonianza”. In questa sollecitazione c’è l’invito a non perderci d’animo, e ad essere presenti anche là dove le sfide sono difficili e i cristiani sono una minoranza.

Occuparci oggi di politica quindi ha ancora un significato; non solo, è una necessità in un frangente storico in cui cambiano molti assetti e si intrecciano questioni nuove. Lungo quali direttrici impegnarci allora? Ne indico alcune:

- aprire spazi di dialogo, di studio, di discussione, offerti anzitutto alle nostre comunità ecclesiali, ma aperti a tutti coloro che ricercano ambiti di confronto su questioni che tocchino la vita delle persone, tenendo presente che esiste una doppia esigenza:

a) di chi ha già maturato una sensibilità politica e chiede luoghi in cui poter affrontare i complessi nodi del nostro tempo per approfondirli, facendo emergere e maturando nuove idee e prospettive; è una delle funzioni ad esempio delle scuole di formazione all’impegno politico e sociale, quando sono capaci di generare competenze e sollecitare intelligenze. Non si tratta solamente di abilitare persone ad un impegno politico (per quanto questa sia una questione da affrontare), ma di creare una più diffusa “cultura politica”, della cui assenza è effetto evidente la debolezza di pensiero e di progettualità nell’attuale fase storica. In tal modo si offrono anche, a coloro che hanno scelto un impegno politico o amministrativo in senso stretto, luoghi di confronto e di recupero delle proprie radici ideali, superando quella solitudine e quel distacco dalle proprie comunità di provenienza, che spesso essi lamentano;

b) la seconda esigenza, altrettanto urgente e assai più impegnativa, consiste nell’avviare processi di conoscenza e riflessione nelle nostre comunità, capaci di suscitare l’interesse anche da parte di chi oggi è molto critico verso i temi politici, di chi è preoccupato e impaurito, di chi tende ad accettare visioni semplificate e a convergere verso i luoghi comuni prevalenti. In questa iniziativa occorre essere molto rispettosi delle persone, dei loro vissuti, delle convinzioni che si sono formate, per stabilire con loro “buone relazioni”, per costruire dialoghi là dove oggi è prevalente l’apatia, il distacco o la rabbia;

- in tale prospettiva è importante, non tanto riflettere a partire dai grandi filoni culturali che hanno innervato l’esperienza politica dei cattolici (il cattolicesimo democratico, il cattolicesimo sociale, …) o dall’insegnamento sociale della Chiesa, ma, in modo più induttivo, dalle questioni sociali e culturali che oggi le persone vivono in modo molto diretto (il lavoro, l’economia, l’Europa, l’immigrazione e la coesione sociale, la pace, la corruzione e l’evasione fiscale, la sanità e i servizi sociali, l’ambiente e i territori,….). E’ su questo che si misura la capacità di affrontare il futuro e che si può avviare un dialogo fra le persone. “Laudato sì” ci indica temi e modi con cui approcciare una riflessione politica che tiene insieme una grande prospettiva ideale e la concretezza della vita;

- superare la tentazione di cercare la soluzione dei nostri problemi nel passato, ma aver il coraggio di elaborare nuovi modelli e di sperimentare nuove forme. Il richiamo nostalgico ad una tradizione di impegno politico che aveva dato frutti in altro tempo della storia non è produttivo oggi, ed è impraticabile in particolare se vogliamo, come sarebbe necessario, far partecipare le generazioni più giovani a questo processo di cambiamento epocale;

- avere uno atteggiamento di speranza, generativo, che può trovare alimento nella molteplicità di esperienze sociali (nuovi lavori, gruppi di integrazione sociale e culturale, forme di impegno in campo ambientale e della sostenibilità, ….), le quali, in modo diffuso e spesso frammentato, sono attive in tutto il Paese; occorre una iniziativa costante per comunicare queste “buone notizie”, per dire che si può fare qualcosa, per creare delle reti di collegamento e rafforzare le sperimentazioni che funzionano;

- impegnarsi perchè ogni realtà comunitaria, ogni associazione o movimento, non faccia da sola, ma provi a tessere una trama di relazioni e di esperienze, senza rinunciare alla propria specificità. Fare cultura politica in modo efficace è possibile solo se ogni aggregazione o istituzione rinuncia a metter se stessa avanti, ma umilmente si fa partecipe di un progetto comune, di una elaborazione a più voci, in cui nessuna può vantare una primogenitura;

- avere uno sguardo profetico, il coraggio di guardare avanti, anche sapendo di trovare lungo la strada forme di dissenso a ostacolare il cammino. E’ certamente comprensibile che, nelle comunità cristiane, l’attenzione alle persone inviti alla prudenza per non creare fratture con chi fa più fatica a comprendere il cambiamento in atto e con chi pensa che la Chiesa si stia avviando in una direzione sbagliata (l’opposizione a Papa Francesco non è solo quella esplicita e battagliera dei gruppi conservatori). Ma la prudenza non può diventare immobilismo. Dobbiamo imparare ad accettare le differenze, a non sfuggire i conflitti, con uno stile fraterno e rispettoso.

Beppe Elia, responsabile nazionale del MEIC, Torino

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