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La polemica sul segreto di stato sulle stragi

creato da D. — ultima modifica 17/09/2015 11:25
La decisione, annunciata da Renzi da qualche giorno, ha suscitato reazioni di segno opposto...
La polemica sul segreto di stato sulle stragi

La stazione centrale di Bologna, dopo l’esplosione di una bomba il 2 agosto 1980. (Afp)

Il 22 aprile il premier Matteo Renzi ha annunciato di aver firmato una direttiva che prevede la declassificazione di documenti relativi alle stragi degli anni settanta e ottanta in Italia. “La direttiva dispone la declassificazione degli atti relativi ai fatti di Ustica, Peteano, Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna, rapido 904″, annuncia il governo in una nota. “Con questo atto trova concreta applicazione la legge 124/2007 in un aspetto rilevante come quello del riconoscimento degli archivi dell’intelligence come patrimonio a disposizione degli studiosi, del mondo dell’informazione e di tutti i cittadini”, ha dichiarato il sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega alla sicurezza Marco Minniti.

La decisione, annunciata da Renzi da qualche giorno, ha suscitato reazioni di segno opposto. “La dese­cre­ta­zione potrebbe rac­con­tare per la prima volta le coper­ture isti­tu­zio­nali, le regole d’ingaggio mai rive­late della nostra intel­li­gence”, ha scritto Andrea Palladino sul Manifesto. “Il decreto che rende consultabili i documenti sulle stragi che hanno insanguinato il Paese ha valore di grande rilievo, concreto e simbolico. Attiene a un vulnus profondo della nostra democrazia, può contribuire a renderla più trasparente su un versante decisivo. È, se è lecito dirlo, una scelta di sinistra”, afferma lo storicoGuido Crainz su Repubblica.

Solo uno slogan. In molti sostengono però che la decisione non porterà chiarezza sugli eventi storici più tragici e controversi della storia italiana, perché di fatto quei documenti erano già accessibili dalla magistratura e quindi già consultati in sede processuale. “Non c’è nessun segreto di stato sulle stragi. Ma ci sono ancora una serie di atti che possono riguardare polizia o carabinieri che, se pubblici, possono contribuire a fare luce su fatti del passato”, ha spiegato al Corriere della sera Felice Casson, senatore del Partito democratico ed ex magistrato.

D’accordo con Casson anche Pierluigi Battista, che sempre sul Corriere ha scritto: “Naturalmente i documenti desecretati sono i benvenuti. Non c’è ricerca storica che non possa giovarsi di una massa di carte sinora avvolte nel segreto. E sarà certamente interessante ottenere maggiori dettagli sull’attività dei nostri organi di stato, tuttavia è sbagliato diffondere l’idea che in tempi brevissimi avremo a disposizione la chiave per sciogliere tutti gli enigmi che hanno segnato la tormentata storia italiana dell’ultimo cinquantennio. Che ci sia un intervento risolutivo della politica per mettersi al posto della storiografia e della magistratura”.

Anche i familiari e le associazioni dei parenti delle vittime nutrono qualche perplessità sulla direttiva. Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna, ha dichiarato: “Per illuminare tutte le zone grigie non basta togliere il segreto di stato, ma bisogna aprire tutti gli archivi militari, dei Carabinieri e della Farnesina”. Sullo stesso tono il commento di Daria Bonfietti, presidente dell’associazione familiari delle vittime di Ustica: “Credo che sia solo uno slogan vecchio. Per la maggior parte delle stragi delle quali parliamo non sono mai stati apposti segreti di Stato”.

Benedetta Tobagi su Repubblica ha ricostruito i passi che hanno portato il governo ad approvare questa direttiva, che in realtà recepisce una legge approvata nel 2007 che ha riformato i servizi segreti italiani. Nel suo pezzo, riportato anche dal Post, Tobagi afferma: “Il famigerato segreto di stato fu opposto alla magistratura in pochissimi casi, mentre sono molti i documenti ‘classificati’, cioè sottoposti a un vincolo di segretezza variabile entro la pittoresca (e ridondante) scala ‘riservato – riservatissimo – segreto – segretissimo’, accessibili in caso di inchieste giudiziarie, ma non ai ricercatori. Gli ostacoli alla consultazione sono polverizzati in un mare di documenti prodotti da soggetti diversi. Solo gli enti produttori sanno quali e quanti documenti riposano nei loro armadi, loro pongono il vincolo, a loro spetta, trascorsi i termini (in teoria non più di 10 anni, ma sono possibili deroghe a discrezione), dire se il segreto può essere tolto o chiedere una proroga”.

Lo storico Aldo Giannuli su Micromega aggiunge: “Già da una ventina di anni, il segreto di stato non è opponibile alla magistratura che procede per reati di strage o eversione dell’ordine democratico; di conseguenza, la magistratura, sia direttamente che tramite agenti di pg e periti, ha abbondantemente esaminato gli archivi dei servizi e dei corpi di polizia, acquisendo valanghe di documenti che sono finiti nei fascicoli processuali”.

“Nel 2007 venne inserito un complicato sistema che avrebbe dovuto assicurare la decadenza automatica della classifica di segretezza dopo un certo periodo; premessa necessaria per poter inviare i documenti agli archivi di stato (non solo quelli sulle stragi ma tutti). Però occorreva prima fare i regolamenti attuativi: stiamo ancora aspettando questi regolamenti dopo sette anni”, conclude Giannuli.

Lo storico Miguel Gotor, infine, ha annunciato su Twitter di aver chiesto al governo di riferire “su quanti e quali casi è stato apposto il segreto di stato”.

fonte: http://www.internazionale.it/news/italia/2014/04/23/la-polemica-sul-segreto-di-stato-sulle-stragi/, 23.04.2014

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