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La permeabilità delle istituzioni, di Biagio De Marzo

creato da webmaster ultima modifica 14/09/2015 11:45
È in distribuzione il n. 74 di Cercasi un fine sul caso Taranto come caso italiano. Questo saggio di Biagio De Marzo delinea il panorama delle complicità istituzionali intorno all’Ilva.

Il sequestro cautelare degli impianti dell’area a caldo (parchi minerali, cokerie, agglomerato, altiforni, acciaierie e trattamento materiali ferrosi) dell’Ilva di Taranto e gli arresti domiciliari dei presidenti Emilio e Nicola Riva e del direttore di stabilimento Luigi Capogrosso disposti dai magistrati di Taranto, hanno fatto scoprire all’Italia intera il dramma di Taranto.

Esso, invece, viene da lontano e si incentra sulla azzardata convivenza fra la grande industria e la città che la ospita. È figlio di cinquanta anni di negligenza, incuria e trascuratezza dello Stato e dell’intera classe politica e dirigente di Puglia e di Taranto e di quasi un ventennio di strapotere della famiglia Riva, ora proprietaria del centro siderurgico Ilva di Taranto.

Uno sviluppo industriale spropositato, maldestro e fortemente inquinante è stato pagato dalla cittadinanza con danni alla salute e all’integrità sociale, danni denunciati dall’associazionismo tarantino e ora certificati dalle perizie ordinate dal tribunale di Taranto. Singoli cittadini e associazioni hanno messo in luce verità e fatti nascosti o colpevolmente sottovalutati, relativi a una città che è risultata la più inquinata d’Italia, oltre che funestata da morti e malattie collegate con l’inquinamento. In tribunale è stato accertato che l’inquinamento di origine industriale, che ha investito aria, acqua, suolo e falda, ha arrecato grave danno alla salute.

La cittadinanza chiede sia il giusto risarcimento, sia la cessazione dell’inquinamento proveniente dagli impianti, la decontaminazione dei terreni e la realizzazione della bonifica delle acque e della falda inquinate. Sarà una grande opera di cui si dovrà fare carico sia chi ha inquinato impunemente negli anni passati, sia chi, in tempi più recenti, ha continuato a produrre e inquinare, realizzando profitti non confrontabili con i pochi oneri effettivamente impiegati per la tutela ambientale.

L’Italia, almeno per l’Ilva di Taranto, ha fatto un pessimo uso dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia), strumento di cui l’Europa aveva dotato fin dal 1996 gli stati membri per ridurre l’inquinamento industriale. Per questo Altamarea ha chiesto al nuovo Ministro dell’Ambiente e al Procuratore della Repubblica di Taranto di valutare se sono rilevabili comportamenti anomali o penalmente rilevanti da parte dei pubblici ufficiali protagonisti del procedimento per il rilascio dell’Aia di Ilva Taranto, e in particolare della Commissione Aia (responsabile dell’istruttoria per il rilascio dell’Aia) e verso il responsabile unico del procedimento (che è un dirigente del Ministero dell’ambiente).

Ancora più grave è stato il comportamento dei sindaci di Taranto e di Statte, che hanno abbandonato le richieste datate 29 gennaio 2009 e formulate con le associazioni, richieste fondamentali ai fini della riduzione dell’inquinamento. Altamarea ha lanciato l’allarme tre mesi prima che cominciassero a diffondersi le notizie sulle intercettazioni di telefonate anomale fra personaggi interessati a Ilva e Aia. Si parla di mille pagine di intercettazioni telefoniche che coinvolgono proprietari, dirigenti, avvocati e consulenti Ilva, importanti membri del Ministero dell’Ambiente e della Commissione Aia, Regione Puglia, Arpa Puglia, politici regionali e comunali e altri ancora, per un totale di tredici persone. Le intercettazioni mettono a nudo la permeabilità delle istituzioni di fronte allo strapotere di Ilva, danno sostanza ai nostri sospetti e aumentano la preoccupazione per il riesame dell’Aia rilasciata il 4 agosto del 2011.

Al momento, si è in presenza di un incredibile marasma di mezze verità, omissioni e mistificazioni che vanno spazzate via. Gran parte della cittadinanza tarantina non si sente rappresentata né dai parlamentari, né dalle istituzioni regionali e locali, né dalle forze sociali e sindacali, omissivi o conniventi con gli inquinatori a danno dei cittadini.

Occorre, quindi, un controllo democratico delle attività e delle decisioni con la partecipazione di rappresentanze qualificate della società civile, l’attuazione degli interventi affidata a una struttura tecnico-amministrativa in grado di reggere l’impatto dei gravosi adempimenti da compiere e, infine, delle tempestive e dettagliate comunicazioni in diretta al pubblico e ai media.

[ex dirigente dell'Ilva, Altamarea, Taranto]

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