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La mula di Ambrogio e i non candidati, di Paolo Mieli

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 19/11/2021 09:44
Diversamente da quanto accade altrove, in Italia non ci si propone per i vertici istituzionali. Anzi si nega perfino l’aspirazione a ricoprire i ruoli apicali…

Nel 374, in piena disputa tra ariani e cattolici, morì il vescovo Aussenzio di Milano. Racconta il biografo Paolino che quel giorno Ambrogio — nato a Treviri, governatore dell’Italia annonaria (Emilia e Liguria) per conto dell’imperatore Valentiniano I — entrò in una chiesa stracolma di fedeli. Si era fin lì dimostrato un uomo capace di governare politicamente la crisi tra ortodossia ed eresia. Racconta Paolino che un bimbo gridò: «Ambrogio vescovo!». La folla si unì a quell’invocazione. Lui fece presente di essere un peccatore e di non aver mai ricevuto il battesimo. Ma il popolo insistette. A quel punto Ambrogio si ritrasse e imboccò la via della fuga. All’imbrunire, fece ferrare la mula, Betta, al contrario cosicché gli eventuali inseguitori fossero indotti a prendere una strada sbagliata. Un piano perfetto. Ma la mula si perse e, dopo aver vagato l’intera notte, la mattina successiva si ritrovò nuovamente a Milano, in quel di Porta Romana. Ambrogio venne immediatamente riconosciuto e per la seconda volta acclamato. Fu in questa occasione che avrebbe deciso di arrendersi a quella che gli appariva come una manifestazione della volontà del Signore. Dopodiché fu un grande vescovo, sconfisse l’eresia ariana, piegò l’imperatore Teodosio e in virtù del suo operato, terminati i suoi giorni, fu fatto santo.

A questa vicenda si è per secoli ispirata la Chiesa per alcune modalità della designazione dei papi. E per le stesse particolarità anche l’Italia repubblicana, al momento di scegliere un presidente della Repubblica, imbocca la via di Sant’Ambrogio. Diversamente da quel che accade, quasi ovunque, fuori dai nostri confini, infatti, qui da noi non ci si candida ad essere eletti capo dello Stato. Anzi, ci si sente in dovere di negare persino l’aspirazione al soglio quirinalizio. Qualora si venga indicati, è consuetudine dirottare l’attenzione su qualcun altro. Esponendo quest’altro al dileggio (o peggio) per il fatto di essere stato portato allo scoperto. Di più: pronunciare il nome di un possibile candidato per il sentire comune equivale a «bruciarlo». Tant’è che, se si è in corsa, è tattica ampiamente ammessa quella di indicare o lasciar trapelare il nome di un rivale. Dopodiché accadrà che uno dei personaggi citati sui media, per vie tortuose e imperscrutabili (la voce di un bambino, forse), verrà scelto e giungerà alla meta. A questo punto egli si sentirà in dovere di dar segni di sorpresa e di lieve riluttanza. Darà sempre mostra di rimpiangere la vita precedente. E non gli sarà perdonato l’aver, eventualmente, manifestato l’intenzione di essere rieletto. Se seguirà questi precetti, alla fine, come Ambrogio, sarà fatto santo. Un santo laico, ma pur sempre un santo.

Nell’ultimo decennio queste modalità di comportamento sono state applicate anche ai presidenti del Consiglio e, più in giù, a ministri e sottosegretari. Perfino ai semplici parlamentari. Nessuno si sente più in obbligo di chiedere una qualche forma di «concorso popolare» alla propria designazione. Perfino per essere scelti a guidare una qualche municipalizzata bisogna fingere fino all’ultimo di non aspirare all’incarico. E si deve esibire un qualche trattenimento nel momento in cui quell’incarico lo si assume. Sono rimasti solo i sindaci e i presidenti di Regione ad affrontare una selezione a viso aperto E a poter legittimamente gioire o dolersi nel momento in cui vincono o vengono sconfitti.

Ci sia concessa l’autorizzazione a mettere in dubbio che questo sia il miglior modo di creare e rinvigorire una classe dirigente. Ci sia altresì permesso di osservare che in questa trasfusione di sangue monarchico nelle vene delle istituzioni repubblicane — poco notata nei primi decenni successivi al 1946 — potrebbe nascondersi un virus paralizzante. 

Il mancato coinvolgimento dell’elettorato nella scelta delle cariche della Repubblica potrebbe spiegare poi, almeno in parte, fenomeni come l’astensionismo, il crescente disinteresse per la vita pubblica, la diffidenza nei confronti di norme dettate da un potere che appare irresponsabile. E financo quella che è stata ribattezzata antipolitica. Procedure opache o comunque poco trasparenti sembrano essere fatte apposta per allontanare la gente comune dalle istituzioni.

Le imperscrutabili e tortuose modalità con cui in questi giorni si procede alla scelta del prossimo presidente della Repubblica, l’assenza di chiarezza, le indicazioni che cambiano di giorno in giorno, i sondaggi che esortano il popolo a optare per questo o quel nome — pur nella consapevolezza che gli elettori mai saranno chiamati a prendere quella decisione depositando una scheda nell’urna — tutto ciò temiamo possa avere un effetto negativo sulla percezione di come si sceglie, in Italia, un presidente della Repubblica. Aggravato dal fatto che è ben evidente la tentazione di istituzionalizzare questa prassi poco limpida anche per il vaglio dei futuri presidenti del Consiglio. Dovrebbe farci riflettere la circostanza che in nessun altro Paese del mondo la selezione delle più alte cariche dello Stato è affidata a qualcosa che assomigli al bimbo di Paolino o a Betta, la mula di Sant’Ambrogio.

 

https://www.corriere.it/editoriali/21_novembre_18/mula-ambrogioe-non-candidati-a874271a-48a2-11ec-82b3-70ad85ef04dd.shtml

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