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La manovra, l’Europa e la guerra di parole, di Salvatore Bragantini

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 10/10/2018 10:22
L’Italia è tra i fondatori dell’Unione. Non ci si difende dalla speculazione rinchiudendosi in un piccola Patria che da sola non reggerebbe l’urto...

Infuria la guerra di parole con la Commissione Ue sul Documento di economia e finanza (Def); al di là della maggior spesa per interessi legata allo spread, di cosa si sta parlando, quali sono i rischi per il nostro Paese, per l’Eurozona e per l’Unione europea? La guerra di parole è fuorviante, distrae dai temi veri, parla alla pancia, anziché alla testa delle persone; le rodomontate alimentano il nazionalismo. Le parole sono meglio delle armi, ma anch’esse fanno danni e il gioco può costare caro. François Mitterrand disse, nello storico discorso al Parlamento europeo di Strasburgo (gennaio ‘95): «Il nazionalismo, è la guerra...La guerra non è solo il nostro passato, può essere anche il nostro futuro».

Va ricordato a che titolo altri Stati, o la Commissione Ue, intervengono sul nostro Def; anche noi potremmo intervenire sui conti altrui, potrebbe essere utile, bisogna solo essere credibili. L’Italia è uno dei sei Paesi fondatori (Trattato di Roma, Marzo ‘57) della Comunità Economica Europea poi sfociata nella Ue. Come fondatore, ma soprattutto per il suo peso economico, culturale e politico, l’Italia ha grande rilievo nell’ambito Ue. Noi stessi però ci sottovalutiamo, ciò nuoce alla considerazione che altri hanno di noi. Non possiamo agire come un piccolo Stato le cui bizze i grandi possono trascurare, non siamo, con tutto il rispetto, la nostra madre Grecia, e nemmeno la Spagna; siamo l’Italia, e chi tanto pare tenere al nostro onore dovrebbe per primo avvertire la gravità dell’onere che ne deriva.

Conviene rileggere le premesse al Trattato di Roma; ci troviamo le vere basi della costruzione europea, oggi scolorite. Fra queste c’è l’obiettivo di una «Unione sempre più stretta»: perciò la Ue s’è data norme sovranazionali per promuovere la convergenza delle economie nella Ue. Il mancato rispetto di tali norme suscita le critiche, a volte davvero sbagliate, della Ue. Essa teme i danni di politiche avventate come alcune riflesse nel Def (dei cui reali contenuti ancora troppo poco si sa, a parte i saldi, già minacciosi). Atti e parole del nostro governo, lungi dal dissipare i dubbi, li rafforzano ogni giorno.

Il Regno Unito, intanto, negozia il divorzio dalla Ue, sottoponendola a forte tensioni interne spesso latenti. L’insieme delle sfide che questa oggi fronteggia mette a rischio la sua stessa sopravvivenza come grande entità politica sovranazionale. Brexit a parte, infatti, essa ha davanti tre minacce potenzialmente letali: le democrazie illiberali ad Est, l’impatto delle migrazioni a Sud, e la situazione degli Stati super indebitati, tutti fronti questi su cui l’Italia le si contrappone. Naturale che la Ue guardi con ansia ai disegni a lei ostili di Mosca e Washington; non la rassicura certo la spinta verso il ménage à trois fra Russia, destra italiana e sovranisti trumpiani Usa. Tutto ciò spiega perché la Ue interviene. I «mitici» mercati temono però, ben più di tali contrasti, che le scelte dell’Italia ne mettano a rischio la permanenza nell’Eurozona. Premier e vice si affannano a disfare di giorno quel che le loro Penelopi tessono di notte, specie nei talk show, ma la verità la dicono quest’ultime. Almeno da novembre 2011 c’è il timore di vedere i crediti in euro verso la Repubblica italiana convertiti di Botto (sarà il segretissimo piano B?) in nuove lire. Ciò spinse Mario Draghi (luglio 2012) all’impegno di fare «tutto quanto serve» per difendere l’euro. Le asserzioni sprezzanti dei leader della coalizione («I mercati se ne faranno una ragione») non rassicurano gli speculatori, ma nemmeno i più quieti risparmiatori.

Il danno va però molto oltre; tali posizioni, che apertamente snobbano le regole comuni, bloccano gli sforzi dei pochi volonterosi per completare l’unione bancaria, tuttora priva di suoi tasselli essenziali. Chi più ha da perdere qui sono ovviamente gli Stati deboli. L’interesse italiano impone invece di darsi da fare per sbloccare lo schema europeo di assicurazione dei depositi bancari (fermo su un binario morto) e rafforzare il Fondo per la «Risoluzione» delle banche in crisi. A tal fine è essenziale il consenso dei partner europei, prima quella Francia con cui amiamo invece la guerra delle parole. Dio non voglia che ci si debba trovare un giorno ad aver bisogno di tali strumenti, che abbiamo attivamente operato per bloccare. Strano modo davvero di attuare il motto «prima gli italiani»! Insospettiscono gli accenni di alcune Penelopi a future speciali emissioni di titoli «riservate agli italiani». Il film l’abbiamo già visto in molti cinema, non finisce mai bene e il biglietto costa pure caro. Conosciamo gli effetti di misure, a prima vista virtuose ma che poi per via divengono forzose, per rifilare ai cittadini titoli rigettati dai mercati. I quali non sono eletti da nessuno, giocano ruoli impropri, poco compatibili con la democrazia; purtroppo essi sono interlocutori necessari per chi ogni anno deve rifinanziare debiti per 400 miliardi. Non ci si difende dalla speculazione rinchiudendosi in un piccola Patria che da sola non reggerebbe l’urto, bensì partecipando, in modo attivo e consapevole, ad un grande progetto politico, che va sì riportato ai suoi veri scopi, da cui troppo s’è discostato, ma al di fuori del quale nessuno Stato della nostra Europa ha un futuro.

https://www.corriere.it/opinioni/18_ottobre_08/manovra-l-europa-0ab0855c-cb17-11e8-9a02-946640b28e26.shtml

Europa e debito: l’azzardo che temono i moderati, di Maurizio Ferrera

La situazione italiana preoccupa, innanzitutto per gli sviluppi economici interni: debito, deficit e soprattutto i contenuti della manovra...

L’aumento dello spread sui titoli italiani non dipende da un complotto, ma da legittime e comprensibili preoccupazioni nei confronti di ciò che sta accadendo in Italia. Per convincersene basta dare un’occhiata ai mezzi d’informazione internazionali. Le misure, i progetti, le dichiarazioni del nuovo governo giallo-verde sono considerate come primo «assaggio» di una trasformazione politica — il sovranismo al governo — che potrebbe in futuro interessare altri Paesi europei e forse la stessa Unione. Dopo la Germania e la Francia, siamo il terzo Paese per peso politico, abbiamo la seconda manifattura d’Europa, condividiamo moneta e mercato con altri 19 Paesi membri. E ci stupiamo se gli altri ci osservano e ci giudicano?

I timori non provengono solo dal cosiddetto establishment, i «poteri forti». Ad essere perplessi e inquieti sono anche gli elettori moderati, quelli che si collocano fra il centro-destra e il centro-sinistra e che desiderano il cambiamento ma in forme ordinate e prevedibili. E che ancora credono nel progetto europeo, anche se magari non condividono tutte le politiche Ue. Un recente rapporto del Pew Research segnala che questi elettori costituiscono ancora la maggioranza nei principali Paesi: Germania (68%), Francia (53%), Spagna (51%), Olanda (72%), Svezia (80%). In Italia la percentuale è al 47% e può darsi che sia recentemente diminuita. Ma stiamo in ogni modo parlando di una quota consistente di elettori, che molto probabilmente condividono i dubbi e i timori di tutti i moderati europei in merito allo scenario che si è aperto con la formazione del governo Di Maio-Salvini.

La situazione italiana preoccupa per due motivi. Innanzitutto per gli sviluppi economici interni: debito, deficit e soprattutto i contenuti della manovra. L’obiettivo del governo è «risarcire» una lunga serie di categorie dai costi della crisi e, al tempo stesso, dare impulso al Pil. È vero che a certe condizioni non è impossibile conciliare la redistribuzione con la crescita. Ma è un’operazione che richiede strategie molto articolate e mirate, da realizzare tramite strumenti di alta precisione. Al di là dei numerini, ciò che sconcerta gli investitori internazionali e le istituzioni Ue è l’improvvisazione con cui il governo sta procedendo, i suoi continui ondeggiamenti, la mancanza di informazioni. I Cinque Stelle hanno presentato un primo disegno di legge sul reddito di cittadinanza nel 2013, ma sono arrivati al Ministero del Lavoro senza dati, stime, idee concrete. Di Maio ha scaricato sul ministro Tria il compito di «trovare i soldi». La stessa cosa si può dire per la flat tax voluta dalla Lega. Aspettiamo di esaminare la proposta di Legge di Bilancio. Intanto per chi ci guarda dall’esterno la strategia di spesa del governo appare come un vero e proprio azzardo. Come dargli torto?

La seconda preoccupazione riguarda l’Europa. Che cosa si propone esattamente il primo governo sovranista Ue su questo fronte? Sinora gli unici segnali sono stati di tipo esclusivamente negativo. Si è iniziato con il famigerato Piano B sull’uscita dell’Italia dall’euro (che ogni tanto riemerge in qualche dichiarazione). Si è continuato con i pugni sul tavolo sugli sbarchi e gli ammiccamenti a Orbán (e Putin). Ora è iniziata una prova di forza con la Commissione sui famosi numerini, senza capire che il vero problema sono i contenuti. Il tutto condito da un linguaggio aggressivo e persino minaccioso. Giustamente mercati e partner si chiedono: Roma vuole distruggere la Ue? Si sta candidando ad essere l’epicentro di un terremoto che sconquasserà quell’edificio che l’Italia contribuì a fondare sessanta anni fa? Se non è questa l’idea, come si vuole cambiare l’Unione, esattamente?

Il ministro Savona ha preparato un documento per una nuova «Politeia» europea, che ha un approccio critico sull’austerità, ma è costruttivo per il futuro. Si tratta di una proposta condivisa e ufficiale? Sono queste le domande che si pone chi deve decidere se comprare i nostri titoli di stato. E sicuramente anche i leader di molti altri Paesi, con i loro elettori. L’impressione è peraltro che se lo stia chiedendo anche un numero crescente di italiani.

Vista dall’esterno, l’Italia rischia di diventare un focolaio di instabilità economica e politica da cui dipende in larga parte il destino di tutto il continente. La lunga crisi ha avuto da noi dei costi sociali particolarmente elevati, il desiderio di cambiare è comprensibile. I salti nel buio sono però molto rischiosi. L’unica inquietante certezza è che non si sa dove finiremo.

 

https://www.corriere.it/opinioni/18_ottobre_08/europa-debito-l-azzardo-324cafcc-cb27-11e8-9a02-946640b28e26.shtml

 

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