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La mancata percezione delle reali dinamiche della migrazione, di Lorenzo Nannetti

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 20/07/2018 12:04
Tra le maggiori sfide che l’Europa sta affrontando in questi anni quella dei flussi migratori occupa una posizione importante non solo nelle agende governative ma anche nell’immaginario dell’opinione pubblica..

Tra le maggiori sfide che l’Europa sta affrontando in questi anni quella dei flussi migratori occupa una posizione importante non solo nelle agende governative ma anche nell’immaginario dell’opinione pubblica. La forte stereotipizzazione del fenomeno porta però a una considerevole polarizzazione delle posizioni nei dibattiti che a sua volta è alla base di una errata comprensione del fenomeno e della mancanza della coesione necessaria per produrre politiche efficaci. È bene comprendere come il fenomeno migratorio oggi esistente sia in realtà costituito da quattro aspetti, inscindibili l’uno dall’altro:

1) la situazione nei paesi di origine (quali cause portano allo spostamento di tali masse di persone?),

2) la situazione nei paesi di transito (come fanno tali migranti a spostarsi verso l’Europa?),

3) il transito del Mediterraneo,

4) la gestione dell’accoglienza e dell’integrazione in Europa, con tutte le sfide a esse associate.

L’attraversamento del Mediterraneo da parte dei migranti in numeri progressivamente crescenti dal 2014 ad oggi è spesso percepito come l’aspetto fondamentale del fenomeno migratorio contemporaneo. È infatti proprio il Mediterraneo a occupare spazi quasi esclusivi sui mezzi di comunicazione. Questa eccessiva attenzione porta però altri aspetti a essere sostanzialmente assenti nel dibattito pubblico. Perfino la problematica dell’accoglienza e dell’integrazione risulta essere secondaria e sempre soggetta a valutazioni circa i flussi nel Mediterraneo: “blocca il mare e il problema accoglienza è risolto”. L’analisi complessiva delle dinamiche in gioco rimane invece fondamentale. Se è semplice comprendere i motivi alla base della migrazione causata dal conflitto in Siria, non sempre si ha la corretta percezione della complessa situazione africana. Lì insistono più dinamiche.

Nonostante l’Africa contemporanea non sia quella degli anni Novanta, scossa quasi ovunque da guerre civili e non, vi è tutt’oggi una situazione ad alta conflittualità in varie aree del continente: oltre alla Libia, ci sono la zona attorno al lago Ciad (e in particolare la Nigeria nordorientale) in cui opera Boko Haram, il Darfur, il Sud Sudan, parti della Somalia, la regione orientale della Repubblica Democratica del Congo, la Repubblica Centrafricana, le aree desertiche tra Mali e Niger, per citare i casi più eclatanti. Spesso le tensioni arrivano poi oltre i confini, raggiungendo talvolta dimensioni regionali. In aggiunta a ciò, l’Africa deve fare i conti con gli effetti del cambiamento climatico: l’intera area a cavallo del Sahel vede infatti una progressiva desertificazione e una riduzione della capacità di irrigazione da cui derivano problemi di carestia e malnutrizione, evidenziati anche recentemente in aree come il Sud Sudan e l’Etiopia. E, ancora una volta, di conflitto: per fare un esempio significativo, in Niger le comunità di allevatori tendono a spostarsi nelle zone agricole per trovare pascoli irrigati, andando però a occupare le terre degli agricoltori e, quindi, ad alimentare le tensioni e il rischio di conflitti fra comunità. L’insicurezza causata dal conflitto in quella e nelle aree limitrofe finisce poi per favorire a sua volta la migrazione di altre persone. Queste due dinamiche si intrecciano con una governancespesso non solo inefficace nel risolvere i problemi ma anche capace di esacerbarli: sono infatti tristemente comuni pratiche di corruzione e politiche discriminatorie che portano a disparità sociali tra aree diverse dei paesi, così come esistono almeno due casi, Eritrea e Gambia (quest’ultimo almeno fino all’esilio del suo ex-presidente Yahya Jammeh), dove è il regime stesso a essere una delle maggiori cause di migrazione per via delle diffuse violazioni dei diritti umani. In simili contesti, va poi tenuto in considerazione l’aspetto demografico che può facilmente fungere da catalizzatore. Numerosi studi mostrano infatti i trend di aumento della popolazione nei prossimi decenni, in particolare di quella giovane: delle venti città che avranno il maggiore aumento di popolazione giovane al 2030, quattordici saranno africane (cinque in Nigeria). Proprio la Nigeria potrebbe vedere il raddoppio demografico da qui al 2040-2050.

È importante notare come queste dinamiche funzionino in modo sinergico. Se le incrociamo, ad esempio sovrapponendo su una mappa le aree affette, vedremo come esse sostanzialmente combacino. L’intera area del Sahel (e anche subito a sud di essa) vede tutti questi fattori (demografia, conflitto, effetti dei cambiamenti climatici, problemi di governance) presenti e interagenti tra di loro. In altre parole, quella del Sahel si configura come una vasta area dove le problematiche di conflitto – non onnipresenti, ma comunque sufficientemente vaste – e gli effetti dei cambiamenti climatici provochino già ora situazioni di forte stress socioeconomico, alimentandosi a vicenda in una dinamiche a spirale. Questo accade dove i governi locali sono incapaci o poco propensi a porvi rimedio con politiche efficaci (a volte anche a causa di scarso supporto esterno da parte della comunità internazionale) e dove tutto ciò verrà inasprito dalla crescita demografica. Quest’ultima nei prossimi vent’anni produrrà – o meglio, continuerà – un aumento di popolazione caratterizzato da una massa di giovani che vorranno costruirsi un futuro (lavoro, famiglia, status sociale) e che tale futuro faticheranno a trovare nei loro paesi.

Conflitto, crescita demografica, scarsa governance e cambiamento climatico: sinergie e dinamiche a spirale. In blu le principali aree di conflitto o instabilità. In rosse le aree urbane in maggiore crescita di popolazione giovane al 2030. In arancione le aree di maggiori problematiche causa governance (da disparità a violazione diritti umani). Cerchiata in nero l’area di maggiori effetti del cambiamento climatico.

Anche senza la necessità di chiamare in causa sofisticate tecniche analitiche, che cosa farà questa nuova generazione? Alcuni si sposteranno dalle aree rurali più povere ai centri urbani, causando problemi di sovraffollamento e mancanza di risorse. Altri si convinceranno, o si lasceranno convincere, che l’unico modo per cambiare le cose sia prendere un’arma in mano e ottenere ciò che si vuole con la forza, o che altri attori – siano essi rappresentati da istituzioni governative, da comunità avversarie, da minoranze o dall’Occidente – siano la causa di ogni male, da combattere in ogni modo, portando quindi anche a fenomeni di radicalizzazione e terrorismo, non necessariamente di matrice religiosa. Altri ancora decideranno infine di cercare migliore fortuna altrove, migrando. Preferenzialmente verso nord.

Questa riflessione ci aiuta a comprendere alcuni concetti base: innanzitutto che questa non è una “emergenza” quanto piuttosto una situazione strutturale – che a questo ritmo tenderà a peggiorare – e che il motivo per cui le persone intraprendono la migrazione non dipende dalle nostre politiche al riguardo: la speranza di un futuro migliore è molto più forte di ogni avvertimento circa i problemi di tale viaggio e dell’eventuale rifiuto europeo. La deterrenza è spesso insufficiente in quanto anche misure che paiono rigide forniscono comunque una prospettiva migliore di quanto vissuto in patria come nel caso della Legge Bossi-Fini rispetto ai migranti dall’Eritrea, ad esempio. In secondo luogo, la differenziazione tra “migranti economici” e “rifugiati di guerra” può confortarci ma non ha alcuna attinenza con la realtà. Le dinamiche sono sovrapposte, pertanto classificazioni rigide risultano inefficaci: in Niger – tanto quanto in altri stati della regione – una situazione socioeconomica difficile provoca conflitto, il quale a sua volta provoca un peggioramento della sicurezza in quella e nelle aree vicine, tale da comportare ulteriori difficoltà socioeconomiche. Chi sceglie di migrare è quindi spinto da motivazioni socioeconomiche? O scappa semplicemente da un conflitto? È un rifugiato? Nessuna delle risposte è sufficientemente corretta, e risulterebbe comunque soggettiva. È la dinamica stessa infatti che funziona “a spirale negativa”, dove la situazione si avvita su se stessa e rende le cause assolutamente concatenate e inscindibili.

Esiste poi il problema delle rotte migratorie. Nella regione del Sahel, le principali partono dall’Africa occidentale e dal Corno d’Africa, giungendo entrambe in Libia che quindi rappresenta, a causa della propria instabilità, un imbuto nel quale confluiscono grandi flussi di migranti. E da lì l’Italia risulta ovviamente la meta europea privilegiata, anche solo per motivi geografici. Ciò che colpisce è l’elevato numero di percorsi disponibili: da antiche strade carovaniere a nuovi percorsi battuti dai trafficanti, il Sahara non è una barriera invalicabile. Che si tratti del percorso dalla Nigeria ad Agadez in Niger o Tamanrasset in Algeria e poi verso Sebha in Libia, o dall’Eritrea a Khartoum in Sudan e poi al-Kufra sempre il Libia, o delle miriadi di varianti locali, la valutazione non cambia. La molteplicità di percorsi disponibili fa sì che i flussi dei migranti abbiano una dinamica “ad acqua che scorre”. Essa segue il percorso di minor resistenza: dunque il blocco di una rotta non blocca il flusso ma semplicemente lo devia verso un altro percorso. E il continente africano è semplicemente troppo vasto per bloccarli tutti. Gli stessi trafficanti – principalmente gruppi criminali locali – del resto spesso non hanno alternative sufficientemente redditizie per cessare tale attività. Anche un eventuale fantomatico blocco del Mediterraneo nasconderebbe in realtà un problema spesso ignorato: bloccare il punto di arrivo dei flussi non equivale a bloccarne il punto di partenza. La massa migranti senza via d’uscita che ne risulterebbe è destinata ad aumentare ulteriormente la pressione sui paesi di transito fino a livelli insostenibili, portandoli o al collasso, o a non fare più da filtro. In entrambi i casi, con effetti ancora maggiori per l’Europa.

Qual è il risultato di tutto ciò? La situazione degli sbarchi nel Mediterraneo non è causa del problema, ne è la conseguenza o, se vogliamo, uno dei sintomi. Vanno quindi affrontati i fattori strutturali che portano alla migrazione. Oltre alla lotta attiva ai trafficanti, vanno fornite alternative di sviluppo concrete che riducano l’appeal del traffico di esseri umani. Non illudiamoci: tali misure richiederanno decenni, come in decenni si sono evolute le dinamiche alla base per arrivare al punto esplosivo odierno. Nel frattempo, gestire l’accoglienza in maniera diffusa e distribuita – tanto in ambito italiano quanto in quello europeo – con programmi di educazione e integrazione complessi, ci darà il respiro necessario. Soprattutto è bene conoscere la situazione, prima di proporre soluzioni che potrebbero essere addirittura controproducenti.

 

https://www.twai.it/articles/la-mancata-percezione-delle-reali-dinamiche-della-migrazione/

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