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La lunga ascesa del cristianesimo nel celeste impero, di Emanuel Pietrobon

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 02/11/2018 09:54
Il 22 settembre è stato firmato un accordo provvisorio fra Vaticano e Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei vescovi, una possibilità storica per entrambi i paesi di ritagliarsi nuove sfere d’influenza nel mondo...

Da quando nel 1949 l’esercito rivoluzionario di Mao Tse-Tung sconfisse i nazionalisti del Kuomintang accelerando l’incamminamento dell’antichissima civiltà cinese verso una nuova era, un processo già iniziato nel 1912 con la rivoluzione Xinhai che pose fine alla millenaria tradizione imperiale e al dominio della dinastia Qing, il cristianesimo vive in uno stato d’assedio continuo poiché ritenuto dalla dottrina ufficiale del Partito Comunista Cinese (PCC) una forza ideologica ostile ed una delle molteplici espressioni dell’imperialismo occidentale.
Nel giro di pochi anni tutti i missionari cattolici, soprattutto gesuiti, e protestanti furono espulsi. Il Vaticano reagì diplomaticamente, avallando nel 1952 il riconoscimento ufficiale di Taiwan, ancora oggi mantenuto. Nel 1957 l’Amministrazione statale per gli affari religiosi creò l’Associazione Cattolica Patriottica Cinese (ACPC) con l’obiettivo di controllare la comunità cattolica del paese e distanziarla da dogmi ritenuti pericolosi ai fini del controllo sociale, come l’infallibilità papale, la verginità perpetua di Maria ed il primato petrino, attraverso l’ordinazione di vescovi in piena sintonia con gli ideali di regime e senza alcun legame con il Vaticano.
L’Acpc è, ad oggi, l’unica organizzazione di rappresentanza dei cattolici ufficialmente riconosciuta nel paese, gode del titolo di chiesa ufficiale da parte del Pcc, sovrintende l’operato di circa 6000 chiese legali e di oltre 7mila membri del clero, e conta l’adesione di 6 milioni 500mila persone (2018).
Sebbene il cattolicesimo, dati alla mano, rappresenti una piccolissima e trascurabile realtà religiosa nel paese più popolato del mondo, i pontefici del nuovo secolo, Benedetto XVI e Francesco I, hanno fatto della normalizzazione dei rapporti con Pechino uno dei punti focali delle loro agende estere, affidando al corpo diplomatico vaticano l’incarico di raggiungere un accordo teso a migliorare le condizioni di vita dei fedeli e permettere alla Santa Sede di influire, seppure debolmente, sulle dinamiche interne del cattolicesimo cinese, attraverso la nomina dei vescovi da parte pontificia.
L’accordo, di natura provvisoria, è stato firmato il 22 settembre da Antoine Camilleri, sottosegretario per i rapporti della Santa Sede con gli Stati, e Wang Chao, viceministro degli affari esteri della Repubblica Popolare Cinese, e prevede il diritto del pontefice all’ultima decisione nella nomina dei vescovi. L’annuncio dello storico accordo è stato dato in concomitanza ad altre due notizie: la nascita della diocesi di Chengde, la remissione della scomunica a sette vescovi ordinati da Pechino senza mandato papale.
Il fallimento nel fermare l’incamminamento dell’Occidente verso un modello di civiltà post-cristiano e l’avanzata protestante in America Latina, affiancate da una visione di espansionismo lungimirante tramite l’evangelizzazione in Africa ed Asia, i due continenti sui quali si giocano i destini dei nuovi grandi giochi geopolitici fra le potenze mondiali, sono i principali leitmotiv dell’interesse vaticano verso la conquista silenziosa della Repubblica Popolare Cinese.
Eppure, non si tratta soltanto di geopolitica, perché sulla questione cinese pesano anche due fattori, la qualità delle informazioni disponibili e le proiezioni demografiche, la cui importanza continua ad essere sottovalutata dall’establishment cinese, mentre è stata adeguatamente compresa negli ambienti vaticani.
Il Pcc continua a dipingere la realtà cristiana nazionale basandosi sui numeri forniti dalle chiese ufficiali, come l’Acpc o il Movimento delle tre autonomie (il corpo di rappresentanza ufficialmente riconosciuto per i protestanti), come palesato dai numeri illustrati nel Libro blu delle religioni (2010), trascurando il fenomeno delle chiese sotterranee e clandestine, dei fedeli fai-da-te, e dei luoghi di ritrovo in rete. Diversi studi, stime e ricerche recenti, realizzate a diverso titolo da China Partner, dall’Accademia cinese delle scienze sociali, dall’Università Normale della Cina orientale e dal Pew Forum on Religion & Public Life, concordano nel ritenere le dimensioni effettive della comunità cristiana comprese fra i 50 e i 130 milioni di persone.
Secondo Liu Peng, ricercatore dell’accademia cinese delle scienze sociali, le maggiori difficoltà che il regime ha nell’elaborazione di stime verosimili sul cristianesimo nazionale sono legate al fatto che la maggioranza dei cristiani frequenta chiese illegali o vive segretamente, nel privato, la propria fede, per via del timore di persecuzioni.
Nel 2014 Wang Zuoan, l’allora direttore dell’amministrazione statale per gli affari religiosi, in occasione del 60esimo anniversario del Movimento delle tre autonomie, evidenziò come i protestanti potessero essere all’epoca dai 23 milioni ai 40 milioni, sebbene il Movimento contasse circa 20 milioni di iscritti.
Le statistiche provenienti dai leader delle comunità cattoliche e protestanti illegali descrivono il cristianesimo, nell’insieme, come una religione in fortissima crescita: 90-100mila battesimi cattolici annuali nel periodo 2004-2010, poi stabilizzatisi a circa 50mila l’anno, e circa 500mila battesimi annuali invece nelle denominazioni protestanti.
Dal 1949 al 2017 i cattolici sarebbero passati da 3 milioni a 12 milioni, mentre i protestanti da 1 milione a 60 milioni, sullo sfondo di una crescita esponenziale dell’interesse verso la figura di Gesù e del cristianesimo in generale. Seppure in mancanza di numeri ufficiali, è certo che il cristianesimo sia già oggi la seconda confessione più praticata del paese e che nel prossimo futuro la Repubblica Popolare Cinese potrebbe diventare il paese più “cristiano” del mondo, superando Stati Uniti e Brasile.
Rodney Stark e Xiuhua Wang, autori di “A star in the East: The Rise of Christianity in China” (2015), hanno studiato le dinamiche di sviluppo del cristianesimo e realizzato delle previsioni interessanti: i cristiani sarebbero aumentati fra il 1980 ed il 2015 da 10 milioni a 100 milioni, ossia registrando un tasso di crescita annuo del 7% .
Se questo tasso di crescita dovesse rimanere costante nel tempo entro il 2040 i cristiani potrebbero raggiungere quota 579 milioni, e l’aumento delle conversioni in ogni ceto (soprattutto negli ambienti medico, della giustizia, intellettuale ed accademico), il rinnovato proselitismo del Vaticano e dei missionari protestanti e il crescente interesse verso la figura di Gesù e del cristianesimo in generale sembrano confermare la tendenza anche nel lungo periodo.
Uno scenario simile è stato predetto anche da Fenggang Yang, professore di sociologia all’università Purdue, secondo il quale già nel 2010 ci sarebbero stati più protestanti nella Repubblica Popolare Cinese che in Brasile, 58 milioni contro 40 milioni. Fra il 2025 ed il 2030 i cristiani di ogni confessione dovrebbero aumentare da 160 milioni a 247 milioni, superando gli omologhi di Stati Uniti, Messico e Brasile.
Le ragioni che stanno rendendo possibile la cristianizzazione di uno degli ultimi baluardi dell’ateismo comunista sono numerose: la curiosità di conoscere una religione fortemente demonizzata e repressa, la ricerca di risposte a quesiti esistenziali posti dall’entrata del paese nella modernità, la volontà di sottrarsi ad una cultura della vita incardinata sul materialismo e sulla dimensione terrena delle cose, il senso di appartenenza percepito nelle comunità sotterranee, la capacità degli insegnamenti evangelici di riempire il vuoto spirituale sentito da milioni di persone.
Il Pcc teme il potenziale destabilizzante di cui sono cariche le religioni, e l’ostilità manifesta nei confronti del cattolicesimo è dovuta anche alla consapevolezza del ruolo di Giovanni Paolo II nella caduta del blocco comunista. Se da un lato le diplomazie cinese e vaticana lavorano per la normalizzazione dei rapporti bilaterali, dall’altro subisce un’accelerata anche la repressione anticristiana. Dall’anno scorso non è più possibile trovare ed acquistare Bibbie sulle principali piattaforme di commercio elettronico presenti nel paese, come Amazon, JD e Taobao, mentre è invece aumentata la tiratura di Bibbie sinizzate, ossia modificate e private di elementi ritenuti contrari alla dottrina comunista, poi distribuite ai fedeli da parte delle chiese ufficiali.
Sono inoltre in aumento le demolizioni di chiese sotterranee, l’allontanamento, la detenzione e la scomparsa di avvocati ed attivisti cristiani, i programmi di rieducazione per i membri del Pcc aventi convinzioni religiose, la rimozione di croci dai tetti delle chiese o da altri luoghi visibili pubblicamente, e le visite di ufficiali nelle case degli abitanti di regioni con significative minoranze cristiane per verificare la presenza di crocifissi, icone ed altri ornamenti cristiani alla quale segue la richiesta di sostituire il tutto con ritratti di Xi Jinping.
Nello scorso mese di settembre sono anche entrate in vigore nuove regolamentazioni sull’utilizzo di internet che hanno limitato l’accesso a siti web come AsiaNews e Vatican News, vietato l’evangelizzazione in rete, e introdotto l’obbligo per gruppi e movimenti cristiani presenti sul web di chiedere un permesso alle autorità per mantenere in attività i loro siti.
La Repubblica Popolare Cinese è, per il Vaticano, un serbatoio enorme di anime da evangelizzare, ma nonostante il proselitismo sotterraneo e il forte interesse dei cinesi verso Gesù, i battesimi risultano ancora ridotti – se confrontati ad esempio con i numeri registrati dalle varie denominazioni protestanti. Le ragioni del soverchiamento protestante sui cattolici sono molteplici: la diversa propensione alla natalità, la maggiore adattabilità del modello comunitario decentralizzato protestante alle trasformazioni urbane e alle migrazioni interne pianificate, ma anche una maggiore libertà di professione di fede rispetto ai cattolici, sui quali si focalizzano le principali campagne vessatorie anticristiane per via della loro fedeltà al Papa e dei rapporti turbolenti intercorrenti con la Santa Sede.
Xi Jinping sta tentando di normalizzare i rapporti con la chiesa cattolica da una posizione di forza, continuando simultaneamente a controllare in maniera pervasiva le comunità cristiane legali ed illegali; nonostante questo Pechino è diventato il maggiore produttore di Bibbie del mondo e i cristiani superano numericamente gli iscritti al Pcc, 100 milioni contro 89 milioni 500mila.
Entrambe le parti sono a conoscenza dei reali piani che guidano l’interesse dell’altro contraente, ma l’accordo provvisorio è conveniente sia per Pechino, che guadagnerebbe prestigio agli occhi del cattolicesimo nazionale e troverebbe un nuovo importante partner strategico in ambito internazionale anche in chiave antiamericana, ma soprattutto per il Vaticano, che per la prima volta nella storia vedrebbe riconosciuta l’autorità del pontefice sui cattolici cinesi e potrebbe condurre con maggiore facilità le attività di evangelizzazione.
Sebbene sia vero che il cristianesimo sia destinato a diventare la prima religione del paese nelle prossime decadi, le strategie elaborate dall’internazionale protestante e del Vaticano per cavalcare questa trasformazione epocale si stanno già oggi scontrando con il piano di Xi Jinping per la sinicizzazione del cristianesimo, un ambizioso progetto mirante alla realizzazione di un cristianesimo cinese per i cinesi, mescolante elementi della dottrina ufficiale di partito agli insegnamenti evangelici e funzionalmente piegato alle esigenze e agli interessi nazionali.
www.opiniojuris.it/la-lunga-ascesa-del-cristianesimo-nel-celeste-impero/

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