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La lezione di don Tonino Bello, di Luigi Ciotti

creato da Denj — ultima modifica 14/09/2015 19:05
Lui che si rifiutava di essere «notaio dello status quo», che sottolineava il carattere salvifico della parresia, del «parlare chiaro», riconduceva molte povertà, materiali e culturali, «alla carestia di occhi nuovi»: non ci può essere cambiamento se prima non cambiamo noi stessi, non ci liberiamo dai nostri egoismi, dai nostri calcoli, dalle nostre vanità, dai nostri eccessi di prudenza...

Sono vent’anni, oggi, dalla morte di don Tonino Bello. Lo ricordo, già malato e sofferente, quando venne a trovarci al campo scuola del Gruppo Abele. Ci esortò – lo sguardo di chi già vede le cose della vita nella loro profonda unità – a continuare a essere testimoni di speranza.

Di don Tonino – volle essere chiamato «don» anche da vescovo – colpiva l’umiltà, la mitezza, la semplicità, il sorriso disarmante. Era una persona profondamente buona e aveva una mente di prim’ordine, capace di cogliere il nocciolo dei problemi con intuizioni da poeta. Ci ha lasciato in eredità una sequenza d’immagini meravigliose. Chiedeva «un’ala di riserva per poter volare insieme» e vedeva in ciascuno un compagno di volo. Tutta la vita era per lui «ricettacolo di santità»: santità era il gesto del pescatore della sua Puglia, intento a recuperare le reti. Santità era il bambino che «impara a costruire, provando a impastare sabbia e sogni inarrivabili».

Incarnava, don Tonino, la Chiesa della prossimità, dell’accoglienza. La Chiesa del servizio. Ma non basta accogliere. Bisogna sapere riconoscere. «Etica del volto» era un concetto su cui spesso tornava. È il volto dell’altro che ci dà la misura di noi stessi, che ci indica la strada per non perderci. E nel volto dell’altro un credente può intravedere il «totalmente Altro» di Dio.

Ma sarebbe sbagliato schiacciare il suo magistero sulla dimensione della carità e della prossimità. Certo queste sono state le sue premesse e i suoi costanti punti di riferimento. Ma don Tonino è stato per tanti di noi anche un maestro d’impegno.

Davvero non si è mai stancato di saldare la Terra e il Cielo, e la sua biografia è tutta un cantico di una vita spesa per la giustizia, della dimensione spirituale messa al servizio dell’impegno civile. Presidente di «Pax Christi», instancabile promotore di giustizia sociale, testimone di pace negli scenari di guerra, non si è mai solo appellato alla speranza, ma si è impegnato a costruirla e organizzarla a partire da questo mondo. La sua è stata perciò la Chiesa scomoda che recede dalla logica del potere, di qualunque potere si tratti, per abbracciare la logica del servizio. «La Chiesa è per il mondo, non per se stessa» disse con sintesi fulminante».

 

apostolato laico, vedeva nella città terrena, con le sue contraddizioni e le sue bellezze, una premessa e un viatico della città divina.

Cosa ci ha lasciato in eredità? Alla Chiesa tanto, tantissimo. Un’etica dell’umiltà e della spoliazione – «il potere dei segni e non i segni del potere» – che oggi con Papa Francesco ci auguriamo trovi un’ulteriore e decisiva spinta. E certo è un fatto bello, significativo, che sia giunta a compimento la prima fase del processo di beatificazione di don Tonino. Segno anche questo di quella progressiva purificazione dal potere necessaria a riavvicinare la Chiesa al cuore e alle menti di tutti gli uomini.

A chi crede che la giustizia possa anzi debba essere anche di questo mondo, don Tonino Bello ha lasciato in eredità non solo la responsabilità dell’impegno, ma quella di viverlo con continuità, condivisione, corresponsabilità. Lui che si rifiutava di essere «notaio dello status quo», che sottolineava il carattere salvifico della parresia, del «parlare chiaro», riconduceva molte povertà, materiali e culturali, «alla carestia di occhi nuovi»: non ci può essere cambiamento se prima non cambiamo noi stessi, non ci liberiamo dai nostri egoismi, dai nostri calcoli, dalle nostre vanità, dai nostri eccessi di prudenza.

A me personalmente – mi sia concesso dirlo in conclusione – don Tonino ha lasciato in dono un’amicizia che non cessa mai di nutrirmi, di farmelo sentire vivo e vicino. E, come pegno dell’affetto che ci ha legati, la sua stola. Ogni volta che la indosso, con timore e tremore, sento che quella stola è davvero l’ala di riserva che spesso mi manca, l’ala che ci completa e permette a ciascuno di noi di spiccare il volo.

 

fonte: vaticaninsider.lastampa.it, 21.04.2013

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