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La Kippah e la Kefiah: la convergenza strategica tra Israele ed Arabia Saudita, di Emanuel Pietrobon

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 03/09/2018 23:31
Sionismo e wahhabismo, due religioni politiche antitetiche ed inconciliabili la cui convivenza è stata possibile dall’ascesa di una comune minaccia: lo sciismo duodecimano rivoluzionario dell’Iran...

Israele ed Arabia Saudita, Tel Aviv e Riyadh, due Stati che ufficialmente non hanno mai intrattenuto relazioni bilaterali di alcun tipo. Da una parte Israele, lo stato-nazione sorto nel 1948 dopo il dramma dell’Olocausto, concretizzazione del sogno millenario del popolo ebraico di ritornare nella Terra Promessa in attesa della venuta del Messia, dall’altra parte l’Arabia Saudita, una monarchia assoluta guidata in maniera dittatoriale dalla dinastia Āl Saʿūd, custode delle Due Sacre Moschee di Medina e La Mecca, e basata sulla versione più eterodossa e integralista dell’islam: il wahhabismo.

L’Arabia Saudita ha storicamente tentato di sfruttare il fatto di estendersi sulla penisola arabica, il luogo da cui l’intero processo di costruzione della religione islamica è partito, per legittimarsi agli occhi della umma, ossia la comunità dei fedeli musulmani di tutto il globo, e di ritagliarsi una sfera d’influenza nel mondo arabo-islamico attraverso una politica estera essenzialmente antisionista, anticomunista, antinasseriana ed antioccidentale: il supporto incondizionato alla causa palestinese, il ruolo di primaria importanza svolto durante la guerra arabo-israeliana del 1948, l’embargo petrolifero ai danni degli alleati occidentali di Israele durante la guerra del Kippur alla base della crisi energetica del 1973, l’appoggio alla causa mujaheddin durante l’invasione sovietica dell’Afganistan, infine il presunto finanziamento di organizzazioni terroristiche islamiste come Al Qaeda e il Daesh.

D’altra parte, Israele ha costruito la propria stabilità realizzando un rapporto di totale dipendenza dal blocco euroatlantico incardinato sull’asse Stati Uniti-Unione Europea, prima destinazione delle esportazioni, prima fonte di approvvigionamento militare e storico blocco di alleanza diplomatica.

Sionismo e wahhabismo, due religioni politiche intrinsecamente inconciliabili e pietre angolari di due potenze regionali in attrito per ragioni egemoniche, prima che ideologiche, che non sono più in aperto conflitto da oltre un decennio a causa dell’espansione in Medio Oriente di un comune nemico: l’Iran.

La Repubblica Islamica d’Iran nasce in seguito alla rivoluzione conservatrice del 1979 capeggiata da Ruhollah Khomeini che rovesciò la monarchia filoccidentale guidata dalla dinastia Pahlavi. Il nuovo Stato si pose l’obiettivo di salvaguardare i dogmi khomeinisti attraverso la costruzione di una vasta, quanto complessa, piattaforma ideologica basata sull’attesa messianica dello sciismo duodecimano e sulla convinzione della necessità di un’esportazione universale della rivoluzione.

Nella consapevolezza dell’impossibilità di un’espansione fisica, l’Iran ha optato per una strategia di lungo termine basata sulla penetrazione politico-ideologica dei paesi del vicinato medio-orientale ospitanti larghe comunità sciite, utilizzate come quinte colonne. È così che Iraq, Qatar, Libano, Siria, Bahrein, Yemen, sono nel giro di un decennio divenuti bersagli del progetto geopolitico iraniano, resi politicamente e socialmente instabili attraverso il finanziamento di movimenti guerriglieri o partiti sciiti essenzialmente antisistema.

In Libano è stato sfruttato il contesto di grave instabilità sociale perdurante dagli anni ’70 per sostenere la crescita di Hezbollah, un partito politico classificato come organizzazione terroristica da Stati Uniti, Israele e Lega Araba, in Siria è stata sfruttata l’alleanza con la famiglia Al-Assad per costruire avamposti militari ed inviare truppe di stanza contro il Daesh o dirette ad allargare le fila di Hezbollah in Libano, in Yemen viene finanziato ed armato Ansar Allah in chiave antisaudita, in Iraq è stato sfruttato il vuoto di potere causato dalla caduta di Saddam Hussein costruendo solidi rapporti militari (intervento anti-Daesh) ed economici (oltre 100 accordi di cooperazione economico-commerciale all’attivo), in Palestina sono stati stabiliti rapporti con Hamas e il Movimento per il Jihad Islamico, e per mezzo dell’intercessione russa è in corso da alcuni mesi un tentativo di avvicinamento strategico con la Turchia, un’altra potenza tradizionalmente ostile per via di progetti espansionistici collidenti.

L’Arabia Saudita ha assistito alla lenta disgregazione della propria sfera d’influenza egemonica sulla penisola arabica e sul golfo persico tra guerre civili, ribellioni e guerre per procura, nello stesso periodo in cui Israele ha visto entrare Libano e Siria nell’orbita iraniana.

I comuni timori legati ai tentativi di Teheran di ammodernare e nuclearizzare il proprio arsenale, hanno inoltre spinto

  • il regno saudita ad investire fette sempre più consistenti del pil in difesa e sicurezza, dal 7,4% del 2008 al 10% del 2017: il primo Stato al mondo per spese militari in rapporto al pil secondo l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma.
  • Israele a condurre una vasta campagna di omicidi mirati tesa a privare l’Iran di importanti figure dell’ambiente scientifico-ingegneristico-militare, come Hassan Moqaddam, Majid Shahriari, Darioush Rezaeinejad, Mostafa Roshan, Masoud Alimohammadi e Ardeshir Hosseinpour.

Secondo l’esperto in questioni medio-orientali Alexander Bligh, Israele e Arabia Saudita avrebbero iniziato a cooperare segretamente in seguito al rinnovato clima di dialogo scaturito dagli accordi di Camp David, nell’anelo comune di trovare una soluzione alla questione palestinese che potesse soddisfare sia Israele che il mondo islamico, ma la percezione crescente di una minaccia iraniana avrebbe alimentato un approfondimento delle relazioni bilaterali negli anni, in diversi settori: dalla diplomazia segreta, allo scambio di informative dell’intelligence, alla conduzione in comune della guerra cibernetica contro le infrastrutture critiche iraniane per mezzo di armi informatiche come Stuxnet e Flame, sino alla collaborazione nella campagna di uccisioni degli scienziati nucleari iraniani – condotta anche grazie ad un presunto investimento di circa un miliardo di dollari da parte saudita.

Ma è durante l’amministrazione Obama che si creano le premesse per un ulteriore avvicinamento, a causa di tre eventi: l’intervento dell’Iran nella guerra civile siriana in sostegno del governo di Bashar al-Assad, l’intervento dell’Iran in Iraq in funzione anti-Daesh, e l’accordo sul nucleare.

L’insieme degli eventi funge da catalizzatore, accelerando l’ascesa di Mohammad bin Salman al trono saudita, il potere dietro la corona da alcuni anni, il riformatore conservatore autore di Saudi Vision 2030, e l’inasprimento del confronto iraniano-israeliano in Siria.

Il realismo politico, ossia il contenimento dell’Iran, ha prevalso sulle diatribe ideologiche, ovvero l’inconciliabilità tra sionismo e wahhabismo, a passo spedito.

Il principe ereditario saudita ha fatto pressioni sui media e sull’influente clero per ammorbidire le posizioni sull’ebraismo e su Israele ed inasprire quelle sullo sciismo e sull’Iran, anche reprimendo la dissidenza incontrata, in modo tale da fare leva sul sentimento religioso nazionale per giustificare la netta rottura con il passato; e contemporaneamente l’immagine dell’Arabia Saudita ha iniziato ad essere dipinta diversamente dai media e dal panorama istituzionale israeliano nella prospettiva di una prossima apertura di relazioni diplomatiche ufficiali da far digerire all’elettorato ortodosso ed ultraortodosso, il cui peso crescente ha alimentato il ritorno del nazionalismo religioso degli anni recenti.

È un’alleanza pubblicamente scomoda, ma segretamente fruttuosa e con una visione di lungo termine: rafforzamento dei rispettivi apparati di sicurezza e difesa per mezzo della condivisione di informazioni sensibili raccolte dai servizi di sicurezza nazionali, stabilizzazione del teatro medio-orientale attraverso il contenimento iraniano, eventuali ricadute economiche di una collaborazione nell’energia, nella tecnologia, e l’importante opportunità per Riyadh di ergersi definitivamente come paese-guida della civiltà islamica, huntingtonamente parlando, una volta sconfitto il settarismo sunnita e lo sciismo politico.

Il rafforzamento dell’asse Riyadh-Tel Aviv.

A inizio marzo, due delegazioni ufficiali di Israele e Arabia Saudita si sarebbero incontrate in Egitto per discutere dell’Iran, e anche del potenziale coinvolgimento ed interesse israeliano nei faraonici cantieri in apertura in tutta l’Arabia Saudita nel quadro di Saudi Vision 2030. Lo stesso mese, è stato inoltre concesso per la prima volta ad un volo Air India di entrare nello spazio aereo saudita per raggiungere Israele.

Ad aprile, il principe ereditario è stato ospite a New York di un incontro con le più importanti organizzazioni e gruppi d’interesse ebraico-americani, tra cui American Jewish Committee, Anti-Defamation League e B’nai B’rith, durante il quale ha fatto una serie di annunci storici: la causa palestinese ha cessato di essere tra le priorità dell’agenda di politica estera saudita, la leadership di Mahmoud Abbas è colpevole dei fallimenti nel raggiungimento di una soluzione circa lo stato palestinese, infine il popolo palestinese dovrebbe accettare le prossime proposte oppure tacere (letteralmente).

Sullo sfondo di questi eventi, proseguono i raid chirurgici dell’aviazione israeliana contro le presunte postazioni, basi militari e depositi di armi iraniani in Siria, l’ultimo in ordine temporale dopo l’annuncio di Trump del ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare, mentre Hezbollah si è confermato il vero vincitore delle recenti elezioni generali libanesi, nonostante l’ingente impegno saudita nel finanziare la campagna elettorale di Movimento per il Futuro del primo ministro uscente Saad al-Hariri.

La sopravvivenza di Israele dipende dalla ricerca di alleati in Medio Oriente, nella consapevolezza del disimpegno crescente statunitense nell’area legato anche alla maggiore concentrazione verso Russia e Repubblica Popolare Cinese, e la realizzazione dei visionari piani del principe ereditario per il regno dipende invece dalla vittoria nella guerra fredda contro l’Iran, ma il successo di questa singolare alleanza è legato inestricabilmente al superamento di spinose questioni, in primis la Palestina e la persuasione di un’opinione pubblica (quella saudita) indottrinata per decenni all’odio religioso, all’antisionismo, alla solidarietà panarabista e panislamica e al fondamentalismo religioso.

http://www.opiniojuris.it/la-kippah-e-la-kefiah-convergenza-strategica-israele-ed-arabia-saudita/

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