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La guerra fredda alle porte e il nuovo mappamondo di Papa Francesco, di Riccardo Cristiano

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 28/04/2020 17:50
Il magistero di Papa Francesco ha certamente elaborato in questi anni le basi culturali per un “processo di pace globale” finalizzato a salvarci non da soli, ma insieme: questo processo di pace globale...

La mattina del 23 aprile 2020 la nuova newsletter de La Civiltà Cattolica, che di recente ha aperto un suo sito in cinese, era aperta da questo tweet del direttore: “Bisogna tornare a Matteo Ricci che da Macerata nel 1582 si trasferì in Cina. Compose un mappamondo che servì a creare conoscenze e connessioni tra il popolo cinese e le altre civiltà. In un mondo diviso esso è per noi immagine ideale dell’armonia di una terra in pace.” Armonia, pace… È ancora possibile?

Per spiegare cosa a mio avviso ci indichi padre Spadaro, con questa frase presa dal lancio del sito in cinese di questa prestigiosa rivista dei gesuiti, scelta subito apprezzata dal Segretario di Stato del Vaticano, dobbiamo partire dal 1978. Nel famoso discorso in cui annunciò la svolta, le quattro modernizzazioni, Deng Xiaoping tra le altre cose disse: “La gente il cui pensiero si è irrigidito tende ad andare dove soffia il vento. Non è guidata dallo spirito e dai principi del partito, ma si allinea con qualsiasi cosa abbia il sostegno  delle  autorità  e  regola  le  proprie  parole e  le  proprie  azioni  in  base  alla  direzione  del  vento.  […]  Una volta che la  gente  si  irrigidisce  nel  pensiero,  la  mentalità  libresca,  separata  dalla realtà, diventa una grave malattia. Coloro che ne soffrono non osano dire una parola o fare un passo che non sia menzionato nei libri.  […]  La nostra strada verso le quattro modernizzazioni non ci condurrà da nessuna parte se  non  si  sgretola  la  rigidità  del  pensiero.”

Dunque, chi oggi a Pechino dovesse guardare al recente passato per capire dove si sia cominciato a sbagliare non dovrebbe trovare sorprendente l’invito a scrutare nella profondità del pensiero rigido. Hanno saputo capire per quale motivo Stati Uniti e alleati hanno offerto nei decenni trascorsi tanti privilegi economici, tanti incentivi alla Cina? La rigidità del pensiero forse non gli ha consentito di capire che se si balla il tango, pur rimanendo diversi, maschio e femmina devono necessariamente muoversi, entrambi. Questa semplice constatazione avrebbe consentito, pur rimanendo diversi, di impostare una postura non incompatibile con il movimento comune. Questo riguarda tutti e due, anche l’altro partner avrebbe dovuto accettare una diversità, nel precedere o nel seguire, senza pretendere omologazioni. Ma non averci neanche pensato, o provato, ha fatto venir meno la reciproca fiducia. È andata davvero così?

Usciamo di metafora: il sinologo Francesco Sisci si è giustamente chiesto perché all’inizio del millennio si evitò, tutti insieme, in Cina, la pandemia da Sars. Perché c’era vicendevole fiducia, tanti tecnici “occidentali” andarono in Cina e il pericolo Sars si risolse con reciproca soddisfazione. Oggi quella fiducia è venuta meno e per questo, dico io, Pechino ha nascosto: venuta meno la fiducia ha avuto paura. Questo occultamento dall’altra parte ha confermato i timori di chi aveva già perso fiducia: si è temuto, si è strumentalizzato magari. Ed eccoci avvolti nella pandemia prodotta dalla crisi di fiducia. Dunque la crisi non è il prodotto della pandemia, ma il contrario. L’osservazione di Francesco Sisci, che qui riassumo nella formula “è la crisi che ha prodotto la pandemia e non il contrario”, è fondamentale per capire l’ordine dei fattori, che in questo caso cambia il prodotto. Il prodotto dunque è la pandemia: la crisi già c’era e ci ha impedito a tutti di evitare il disastro. Questa osservazione di Sisci ci chiede ora di procedere con il nostro pensiero e immaginare il nostro domani. Io credo che il punto fondamentale stia nel capire come si viva senza pensiero rigido. Da questo punto di vista ritengo che a Pechino un corso sul domenicano Luigi Ciacci e sul gesuita Georges Jarlot farebbe davvero comodo. Sono i due reverendi padri che tentarono di resistere al superamento del pensiero rigido che determinò nella Chiesa cattolica l’Enciclica Pacem in Terris di Giovanni XXIII. La Chiesa sino ad allora mai aveva parlato di diritti umani. I diritti erano di Dio… Quando padre Ciacci, quale teologo ex officio della Casa Pontificia, si trovò tra le mani il testo che Giovanni XXIII stava predisponendo, presentò le sue eccezioni.

Lo storico Alberto Melloni li ha presentati e qui li riassumo così: quando si afferma che ogni essere umano ha diritto alla libertà, obiettò Ciacci, non si scivola verso il liberalismo o l’indifferentismo religioso? Il diritto di onorare Dio secondo coscienza, proseguì il domenicano, non può favorire “interpretazioni pericolose”? La donna con pari diritti non sembra in posizione non più subordinata nei rispetti dell’uomo? Quando il testo dell’imminente enciclica arrivò nelle mani del gesuita Georges Jarlot lui presentò altre eccezioni. La sua prima eccezione è un classico del pensiero rigido: introdurre l’idea di diritti dell’uomo senza elaborare una teoria cattolica dei diritti dell’uomo rischia di produrre l’impensabile: uno sdoganamento cattolico della dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1791. Nel testo poi si parla di democrazia nei paesi di recente decolonizzazione: ma, fece presente, un regime d’opinione non è adatto a Paesi a basso tasso di cultura. La terza eccezione che il gesuita Jarlot fece presente al pontefice riguardava l’uguaglianza fra popoli e razze. Esisterà in teoria, scriveva il gesuita, ma in pratica no. Il racconto di Alberto Melloni, assai più accurato, illustra ovviamente anche le tappe seguenti fino alla promulgazione delIa Pacem in Terris, che delle eccezioni dei padri Ciacci e Jarlot non ha tenuto gran conto. E oggi? Quanti non penserebbe che quel pensiero rigido sia altrui, non cattolico? Ma quella che emerse dopo la pubblicazione di Pacem in Terris fu sempre Chiesa e sempre cattolica, liberata però dal suo pensiero rigido.

Di lì a pochi anni poi si sarebbe proceduto ulteriormente, e i depositari del pensiero rigido avrebbero visto addirittura queste parole in una costituzione conciliare sulle altre religioni; “La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero  rispetto quei  modi di agire e di vivere, quei precetti e  quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti  gli uomini.”

Parlare di pensiero rigido è fondamentale per capire; lo hanno spiegato in tanti, a Pechino lo ha spiegato Deng. E capire come l’abbandono del pensiero rigido abbia trasformato e salvaguardato la Chiesa cattolica avrebbe fatto bene e farebbe ancora bene agli alti gradi di Pechino. Seguitando su questa strada infatti si è arrivati al logico approdo costituito dal documento sulla fratellanza umana firmato da Papa Francesco nello scorso anno: “Ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione  e  di azione. Il pluralismo e le diversità di  religione, di colore, di sesso, di razza e di  lingua  sono  una  sapiente  volontà  divina, con la quale Dio ha creato gli esseri  umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa  religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano.”

Il cammino intrapreso dalla Chiesa cattolica dai tempi di Giovanni XXIII non è stato una linea retta, ma leggere Deng con la storia di questo cammino sotto gli occhi forse avrebbe aiutato a mantenere in vita la fiducia che aveva consentito alla Cina di emergere come grande potenza economica. La dottrina delle quattro modernizzazioni lo richiedeva esplicitamente.

Ora siamo nella pandemia prodotta dalla crisi di fiducia tra “Oriente” e “Occidente” e la crisi internazionale che né seguirà già si vede. Sarà una nuova guerra fredda, che come sempre comporterà dei teatri caldi. Il fatto terribile è che dovremmo dirci con onestà se ci sia il desiderio di evitare questa nuova guerra tra blocchi contrapposti. La stessa chiusura, il lockdown, a cui questa crisi costringe interi popoli diffonde un’idea di chiusura, una dimensione coercitiva, che rafforza la certezza che nell’isolamento c’è la salvezza. Ci salveremo da soli, contro tutti, perché tutti sono un pericolo, soprattutto quegli altri che sono fuori da me: l’islam, il comunismo, la scienza, visto da noi, il contrario visto da loro.

Un prodotto ambiguo dell’epoca contemporanea di cui poco si parla è stato “il processo di pace”. Non ci sono più trattati di pace, ma “processi di pace”. Il processo di pace dovrebbe costruire le condizioni per rendere viva e quindi accettata e condivisa la pace, ma se viene meno la fiducia tra le parti viene meno il processo e quindi non arriva la pace. Dare l’impressione che “il processo” abbia sostituito “la pace” è stato un problema, perché rendere interminabili i processi di pace ha ridotto la fiducia nella pace e rafforzato i suoi nemici, che usano sempre le difficoltà della storia e quelle che loro stessi possono creare alla prospettiva della pace per rendere impopolari e sabotare i processi. Il processo di pace si fonda sull’idea di circolo virtuoso, ma se il circolo diventa troppo lungo le forze ostili alla pace riusciranno più facilmente a sabotarlo, rendendolo vizioso. Per questo il pensiero rigido è un nemico giurato dei processi e della pace. Il pensiero rigido non conosce processi, la rigidità è statica.

Ecco che allora nelle pieghe dei processi storici il pensiero rigido e i suoi epigoni sanno inserire o usare gli ostacoli per rallentare il processo e sabotare la pace, che si fonda sulla costruzione della reciproca fiducia, che distrugge gli opposti pensieri rigidi. C’è un’essenza debole nell’asimmetria di molti processi pace: chi deve dare è in condizioni diverse da chi deve ricevere. Chi deve dare ha bisogno di diluire nel tempo per vedere risultati in cambio del dare, chi deve ricevere ha bisogno di anticipi per vedere risultati in cambio del differimento nel tempo della piena pace. Facciamo un esempio cinese: hanno rinunciato a cancellare la religione? O hanno preso solo atto che la religione non si fa cancellare? Già nel passaggio dal sogno di cancellare le religioni alla presa d’atto che non essendo possibile cancellarle è meglio puntare sull’armonia è un segno di duttilità, non di rigidità. Ma il cammino deve procedere, doveva procedere. E’ stato così? Forse serviva ancora fiducia, forse serviva farne una priorità, ma la crisi di fiducia ha messo in crisi il processo virtuoso. Oggi ci sarebbe il bisogno urgente di invertire tendenza: ricostruire legami.  E’ possibile? Solo un honest broker potrebbe aiutare le parti a ritrovare la voglia di capirsi.

Cancellate l’Onu e la sua credibilità ormai perduta c’è un solo attore globale rimasto disponibile: la Chiesa cattolica. Il magistero di Papa Francesco ha certamente elaborato in questi anni le basi culturali per un “processo di pace globale” finalizzato a salvarci non da soli, ma insieme: questo processo di pace globale si riassume nell’enciclica Laudato si’ e nel documento sulla Fratellanza. C’è un altro processo globale che può salvare il pluralismo del mondo e l’ecosistema? Nonostante sia chiaro che la consuetudine del Vaticano con l’Occidente sia indiscutibile da renderlo non equidistante, è proprio l’acquisizione pontificia della categoria dell’armonia a renderlo un honest broker credibile, a mio avviso, anche agli occhi di Pechino. Ecco che torna alla mente allora l’iniziativa diplomatica proprio di Giovanni XXIII che diede un contributo fondamentale a evitare la guerra calda quando ci si arrivò a un passo, con la crisi cubana. Il Papa prima di parlare alla radio inviò il suo testo al presidente statunitense e al segretario generale del PCUS. Ma allora si trattava di fermare un’azione, non di riavviare un dialogo. Tra fermarsi e mettersi in moto c’è una differenza “culturale”profonda.

C’è un sentire culturale diffuso nel mondo, è percepita questa necessità? Siamo consapevoli di quello che significherà una nuova guerra fredda con teatri caldi? Ecco a mio avviso la sollecitazione di padre Spadaro: “Bisogna tornare a Matteo Ricci che da Macerata nel 1582 si trasferì in Cina. Compose un mappamondo che servì a creare conoscenze e connessioni tra il popolo cinese e le altre civiltà. In un mondo diviso esso è per noi immagine ideale dell’armonia di una terra in pace.” Non si tratta ovviamente di trasferirsi tutti a Pechino, ma di ricreare connessioni, quelle che i pensieri rigidi impediscono. Ora in un contesto intriso di sfiducia reciproca è chiaro che un processo di pace non può essere imposto, o calato dall’alto. Il progetto armonico, fondato sul rispetto del pluralismo e dell’ecosistema, quindi delle grandi civiltà e delle culture urbane, ma anche del deserto, del fiume, della foresta, è stato elaborato. Ma nessuno ha la bacchetta magica; sta a noi dimostrare che siamo cresciuti abbastanza per liberare noi stessi dai nostri pensieri rigidi e desiderare l’armonia e la pace. Per esempio smantellando i complottismi, primo ostacolo alla fiducia reciproca. Matteo Ricci predispose il suo mappamondo. Il mappamondo di Papa Francesco è pronto. Sta anche ai popoli, alle culture, ai movimenti, sceglierlo come bussola nuova.

https://www.reset.it/idee/il-nuovo-mappamondo-di-papa-francesco

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