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La guerra di religione di Isis e il mondo cattolico un po' spento, di Benedetto Ippolito

creato da webmaster ultima modifica 14/09/2015 13:37
Noi cattolici che pensiamo? Che vogliamo essere? E, soprattutto, quale ruolo vogliamo avere in questo scacchiere politico e religioso di conflitto globale provocato dal Califfato islamico? Il prof. Benedetto Ippolito risponde a questi interrogativi, iniziando su Formiche.net un dibattito a più voci su questi temi

 

Ormai il mondo si sta preparando a una nuova guerra massiccia in Medioriente. Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon si è detto a favore di operazioni militari “decisive” contro il terrorismo, sebbene abbia prudentemente riconosciuto che “sia prematuro parlare di ciò che non è ancora successo”. Gli interventi americani “colpiranno per ridurre la capacità del nemico”, ma il capo di Stato maggiore generale Dempsey ha palesato la possibilità che contro l’Isis sia necessario impiegare le truppe di terra. Le assicurazioni di Obama di non inviare soldati paiono ormai più una prudenza tattica che una realistica previsione.

Ora, di là delle valutazioni di tipo strategico, è importante capire a livello politico e, diciamo pure, storico che cosa stia avvenendo. Anche perché le guerre si combattono responsabilmente quando si sa in coscienza cosa si stia facendo e in che tipo di situazione si operi in realtà. L’impiego della forza è un epilogo tragico, il quale tuttavia non cancella ma anzi richiede grandissima consapevolezza politica sul tipo di missione intrapresa. In democrazia ciò significa, con tutta evidenza, che non è intelligente che le persone comuni, i cittadini dei Paesi coinvolti, restino estranee ad accadimenti la cui portata inciderà logicamente sulla loro vita e praticamente sulla propria sicurezza futura.

L’Isis è un autoproclamato Stato islamico fondamentalista che mira ad assumere il pieno controllo politico e territoriale della Siria e dell’Iraq, espandendosi con un’intransigente e coerente linea di omogeneità ideologica. Tutti i popoli e tutte le persone che non appartengono, o per ragioni etniche o per motivazioni religiose, all’identità religiosa affermata con la forza della violenza dal potere sovrano vengono o trucidati o costretti alla fuga. La minaccia è esplicitata secondo le regole della retorica tipica del fondamentalismo anti cristiano e anti occidentale, in primis contro Stati Uniti e Gran Bretagna, perché simbolo eminente di un liberalismo individualista che si vuol fulminare, annichilire, sradicare dal mondo.

Oltretutto, bruciare le bandiere della democrazia ha anche una potenza aggregante. Da sempre il nemico chiaramente indicato come tale genera appartenenza, paura e sicurezza nelle masse. In ogni caso consenso, un consenso cui restano immuni i Paesi arabi moderati, per motivazioni strettamente economiche. Il fatto interessante delle ultime ore è stata però la reazione degli altri soggetti integralisti islamici. Al Qaeda, inizialmente ostile al nuovo califfato, è intervenuta con una dichiarazione di apertura nei confronti dell’Isis. Della serie, se Obama è il nemico, coalizziamoci per batterlo.

In questo quadro estremamente complesso di negoziati, mentre tuonano i primi raid aerei, è essenziale interrogarsi anche da punto di vista religioso sul significato di questo provocatorio anatema alla civiltà. Infatti, com’è stato rilevato, oggi il fondamentalismo ha non solo l’arma tradizionale dell’incisione terroristica, ma ha anche la presenza su un territorio, uno Stato appunto, il quale è roccaforte materiale di questa altisonante rivoluzione Jihadista.

E noi cattolici che pensiamo? Che vogliamo essere? E, soprattutto, quale ruolo vogliamo avere in questo scacchiere politico e religioso di conflitto globale?

Per chi conosce il passato è ancora più facile confondersi. Prima del Concilio Vaticano II, quando la Chiesa Cattolica era sostanzialmente ancora la stessa del Medioevo, non vi sarebbero stati dubbi nel giustificare la guerra. Non credo che il cardinale Ottaviani o il cardinale Siri avrebbero avuto tentennamenti a pregare per i militari in azione. Come diceva, in un altro contesto ovviamente, Pio XII, questo sarebbe stato giudicato come un classico caso di ”difesa della civiltà”, motivando così il sostegno spirituale alla mobilitazione attiva contro la terribile espansione della barbarie. Ma, si sa, in seguito la Chiesa, anche giustamente, ha preso una posizione diversa, aperta e coraggiosa a favore della pace e della tolleranza. Ciò non ha impedito tuttavia a Giovanni Paolo II di lottare intellettualmente e politicamente per estirpare il Comunismo e a Benedetto XVI di tuonare contro il relativismo liberista e spregiudicato di un certo capitalismo selvaggio. D’altronde, a suo modo anche la posizione assunta da Papa Francesco, nel difendere e combattere il potere finanziario, che schiaccia nella povertà la vita di tanti esseri umani, non è stata meno netta e dura.

Ebbene, innanzi a questo rischio neo nazista e totalitario che sta prendendo piede un po’ ovunque, è quanto mai essenziale, dunque, che si senta la voce forte dei cristiani. Specialmente nell’ottica di un pontificato che accentua la rilevanza dei popoli, e in specie del popolo cristiano nel suo insieme, come pietra miliare della sua identità. Anche la nostra libertà, e il valore della concezione sociale personalista e comunitaria che la ispira, insomma, non può e non deve lasciare insensibili e inattivi i cristiani.

Vedere che sono sempre e soltanto loro, gli Stati Uniti, per altro durante una presidenza molto debole e disimpegnata, a dover fare i paladini dei diritti fondamentali nel mondo è sì una grande certezza e una grande rassicurazione, ma pure un motivo di vergogna e di viltà per l’Europa.

Pensiamo realmente che la storia dei rapporti umani possa svilupparsi nel segno del pacifismo? Riteniamo che la globalizzazione possa giungere a una panacea universale senza conflitti? E, ancor più, siamo davvero convinti che questo atteggiamento disimpegnato sia autenticamente cristiano? Non finiremo di questo passo per cadere tutti sotto i ferri di una dittatura islamista radicale?

Io penso che il tesoro di esperienza che la Chiesa raccoglie, custodisce, conserva e promuove sia l’anima della civiltà umana, e, oltretutto, che sia molto meno banale e molto più saggia di una pseudo cultura buonista e infantile da salotto alla moda.

La guerra è una tragedia. La violenza è un fallimento del diritto naturale razionale. Ma la guerra talvolta non può essere evitata. Mai può essere subita. Questo insegnano duemila anni di cristianesimo e tutta la tradizione greco-latina, nonché la dottrina giuridica dello Stato moderno. E noi oggi dobbiamo partecipare con il cuore, con lo spirito e con tutta la nostra fede attiva alla battaglia per difendere la vita, la libertà, la dignità della nostra civiltà e i suoi valori da chi vuole cancellarli, annientarli, distruggerli.

Il mondo cattolico dovrebbe, nel suo stile prudente, saggio e soprannaturale, impegnarsi al massimo per salvaguardare la verità che porta in grembo. Altrimenti, potremmo trovarci un giorno a dover scappare dalle nostre case, o magari a dover entrare obbligatoriamente in una moschea, osservando atterriti i tagliagole aggirarsi vestiti di nero nei quartieri delle nostre città, sotto i nostri campanili.

 

Fonte: "formiche.net" del 17 settembre 2014

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