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La guerra culturale per l’anima dell’Unione Europea, di Emuanel Pietrobon

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 12/09/2018 10:17
Il risentimento verso le politiche e le istituzioni comunitarie, soprattutto in seguito alla recessione e alla crisi migratoria, ha trasformato l’Unione Europea nel nuovo campo di battaglia della guerra culturale tra conservatori e progressisti d’Occidente...

In Europa, Stati Uniti e America Latina è in corso una guerra culturale il cui esito muterà profondamente la concezione stessa di Occidente. È un conflitto che contrappone visioni del mondo, ideologie, religioni politiche e dottrine etico-morali antitetiche ed inconciliabili, che ha portato ad una graduale polarizzazione del panorama sociale e politico in due schieramenti: il fronte dei liberali e dei progressisti, ed il fronte dei tradizionalisti e dei conservatori.

La cosiddetta guerra culturale è iniziata negli Stati Uniti all’epoca delle rivoluzioni culturale e sessuale degli anni ’60 e ’70, raggiungendo poi la vicina America Latina, dove ha assunto connotazioni essenzialmente religiose, contrapponendo le masse cattoliche e secolarizzate contro le emergenti forze del protestantesimo anglosassone e del settarismo evangelico, per poi giungere in Europa negli anni 2000.

In Europa la guerra culturale non è più dilaniante che nelle Americhe ma è senza dubbio molto particolare, considerando che in quello che è spesso definito, a ragione, il continente più ateo e secolarizzato del mondo, si sta assistendo ad un preponderante ritorno in politica e società delle forze religiose, soprattutto cattoliche ed ortodosse, sullo sfondo di un generale aumento di sentimenti comunitaristi e nazionalisti ostili al cosmopolitismo liberale ed al laicismo imperanti.

All’interno di ciascun fronte coesistono diverse ed eterogenee correnti e scuole di pensiero, accomunate da una compatibile e prossima ideologia di fondo. Nel fronte tradizionalista-conservatore convivono forze del conservatorismo liberale, del sovranismo, della destra sociale e dell’estrema destra, e si mescolano visioni e valori anche molto distanti tra loro: antiamericanismo o americanismo, antieuropeismo od euroscetticismo, russofobia o russofilia, sionismo o antisionismo, anti-islamismo, anti-immigrazionismo, velleità antisistema, identitarismo, difesa e preservazione della natura cristiana dell’Europa o simpatia verso forme di neopaganesimo, anti-omosessualismo, visione provita, proibizionismo.

Il fronte liberale-progressista è invece maggiormente omogeneo ideologicamente su temi culturali e sociali come la difesa delle cosiddette legislazioni “pro-choice” e “arcobaleno”, l’apertura dei confini alle masse migratorie provenienti da Asia e Africa, l’incamminamento verso una società post-cristiana, la promozione del multiculturalismo, antiproibizionismo, ed anche per quanto riguarda la concezione della politica estera, russofobia, europeismo, americanismo.

Il concetto di guerra culturale fu introdotto nel mondo accademico e politico dal sociologo statunitense James Hunter nel 1991, autore di “Culture Wars: The Struggle to Define America”, e popolarizzato da influenti esponenti della destra religiosa e conservatrice come Tim LaHaye e Pat Buchanan, restando uno dei cavalli di battaglia della retorica repubblicana sin da allora.

La progressiva transizione dell’Unione Europea verso un modello di civiltà postcristiano, umanista e anazionalista, ha dato luogo a dei contraccolpi provenienti dai vari ambienti nazionalisti e religiosi, soprattutto nell’Europa mediterranea ed ex-sovietica, guidati dalle agende politiche suscritte. L’espansione e il consolidamento del fronte tradizionalista-conservatore-antisistema hanno subito un’accelerazione nel periodo seguito alla grande recessione. In Francia, la culla del laicismo e del multiculturalismo, il Raggruppamento Nazionale (ex Fronte Nazionale) è diventato la seconda forza politica, mentre il movimento Blocco Identitario ha creato una rete a livello europeo, particolarmente attiva in Italia, rendendosi protagonista di campagne anti-immigrazione lungo il confine italofrancese e nel Mediterraneo con l’operazione Defend Europe.

In Italia, un partito a vocazione regionalista come la Lega Nord è riuscito a costituire un fronte di centrodestra unitario e vincere, a livello di coalizione, le recenti elezioni politiche, affiancato dal successo ottenuto dal partito antisistema Movimento 5 Stelle, ponendo fine all’egemonia settennale delle forze di centrosinistra, liberali ed europeiste.

Ma sono soprattutto i paesi della Mitteleuropa e dei Balcani ad aver assistito ad una preponderante ascesa di movimenti sociali e partiti politici generalmente accusati dai media tradizionali di populismo, xenofobia, omofobia ed euroscetticismo.

In Austria, dalle elezioni legislative dello scorso anno è risultato un governo bicolore formato dal Partito della Libertà e dal Partito Popolare, due partiti su posizioni radicali in tema di immigrazione ed integrazione, islam e preservazione dell’identità cristiana.

In Germania, il nucleo della stabilità comunitaria, l’AfD, un partito islamofobo, anti-immigrazione, euroscettico ed anti-omosessualista, è uscito terzo per numero di voti alle elezioni dello scorso anno.

Nell’Europa orientale e balcanica la guerra culturale ha attecchito più che nel resto del continente, in particolare nei paesi membri del gruppo Visegrad, ossia Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Parlare di ondata populista è superficiale, perché non si tratta soltanto dell’affermazione di forze politiche euroscettiche, generalmente ostili ai temi cruciali comunitari, che governano in maniera più o meno autoritaria, ma anche e soprattutto del ritorno dei nazionalismi etnico e religioso e del recupero di valori percepiti come parte integrante di una cultura minacciata della globalizzazione, dalla secolarizzazione, dal multiculturalismo e dal liberalismo.

In Romania, sebbene l’80% della popolazione sia ufficialmente affiliato alla chiesa ortodossa nazionale, soltanto un rumeno su tre dichiara di recarsi in chiesa per le festività più importanti, e uno su quattro assiste alla messa domenicale. Nonostante questi numeri, una petizione per chiedere un rafforzamento della definizione costituzionale di matrimonio in modo da precludere l’adozione di una legislazione “arcobaleno”, ha ottenuto nel giro di pochi mesi oltre 3 milioni di firme, e la campagna pro-famiglia tradizionale è stata avallata anche dai media e da personaggi dello spettacolo, come Puya, il rapper più fmaoso del paese, che ha scritto una canzone denunciando la dittatura del politicamente corretto.

L’Ungheria è dal 2010 guidata dal partito Fidesz, mentre il partito simil-fascista Jobbik è stabilmente la seconda forza politica. George Soros, figura controversa legata alla finanza speculativa e principale argomento delle teorie del complotto dell’estrema destra, è diventato il bersaglio principale della campagna elettorale di Viktor Orban, additato come la fonte di tutti i mali dell’Ungheria e dell’Occidente, regista della crisi di civiltà e della recente ondata migratoria. La prima decisione del governo Orban IV è stata in effetti l’avvio del procedimento legislativo per la promugazione della cosiddetta Legge Stop Soros, tesa a porre maggiori restrizioni e controlli sull’operato delle organizzazioni non governative straniere nel paese, che ha portato l’Open Society a cessare le attività nel mese di maggio.

In Slovacchia e Bulgaria, i governi conservatori di Robert Fico e Boyko Borissov, hanno invece negato il consenso alla ratifica della convenzione di Istanbul accusando il testo di promuovere l’ideologia gender, su pressione dei gruppi d’interesse religiosi e della destra radicale, due bacini elettorali di grande importanza per i rispettivi partiti di governo.

Ma è soprattutto in Polonia, il fulcro del gruppo Visegrad e dell’ondata reazionaria europea, che la guerra culturale infervora più che altrove l’opinione pubblica, la chiesa cattolica e la politica. Il partito nazional-conservatore Diritto e Giustizia, presente sulla scena dal 2001, ma in una posizione egemonica soltanto dal 2015, ha stretto un’alleanza tacita con la chiesa cattolica nazionale e fatto leva sul crescente elettorato ultranazionalista, portando avanti un’agenda estremamente conservatrice incardinata sulla difesa e la promozione dei valori cattolici nella società, nelle scuole e nell’economia, sulla tolleranza zero nei confronti dell’immigrazione illegale e della criminalità, e sul nazionalismo.

La discussione in sede parlamentare di una possibile restrizione della legislazione sull’aborto ha portato a Varsavia circa 50mila femministe da tutta l’Europa lo scorso 23 marzo, seguita da una marcia provita il mese seguente, sempre nella capitale, a cui han preso parte oltre 10mila persone.

Dal 2013, attraverso comizi, appelli al mondo accademico, ai fedeli e ai politici, la chiesa cattolica nazionale è impegnata nel contrasto alla diffusione degli studi di genere e della cosiddetta ideologia gender, ritenuti un pericolo per la preservazione dei modelli di società e famiglia cristiani. Uno dei primi atti del presidente della repubblica Andrzej Duda, membro di Diritto e Giustizia, è stato porre il veto su un progetto di legge teso a facilitare le procedure per la riassegnazione di genere.

L’espansione numerica e la presa ideologica di idee ultranazionaliste fra ampie fasce della popolazione hanno spinto il partito di governo ad adottare altre misure discutibili, come la controversa legge sull’Olocausto che riscrive il ruolo della Polonia e dei polacchi nello sterminio e nella persecuzione degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Sullo sfondo di questi eventi, l’incremento degli attacchi contro la comunità ebraica del paese, sia fisici che a livello di retorica utilizzata da politici ed esponenti del clero, starebbero spingendo sempre più ebrei polacchi a contattare l’Agenzia Ebraica per chiedere informazioni su come usufruire della legge del ritorno.

I partiti di governo dei paesi Visegrad si caratterizzano per dei programmi sostanzialmente simili: difesa della cristianità e dell’identità nazionale, contrasto alla politica migratoria comunitaria, islamofobia di fondo, diffidenza verso le tematiche lgbt e lotta contro l’ideologia gender, simpatie verso l’elettorato dell’ultradestra, tentativi di costruire un asse anti-Bruxelles stringendo alleanze coi partiti euroscettici occidentali, volontà di ripristinare dei rapporti cordiali e collaborativi con la Russia in natura di ragioni economiche, diplomatiche e culturali – con l’eccezione della Polonia, dove la retorica russofoba resta ampiamente presente fra i maggiori partiti politici.

Il populismo non arriva da Oriente, ma è presente in maniera variegata in quasi ogni paese dell’Unione Europea, e la Brexit rappresenta l’esempio più lampante della riaffermazione dell’identitarismo in politica. La strategia di contenimento attuata da Bruxelles ha sinora fatto leva sulla necessità di evitare ulteriori divisioni, ignorando completamente o rispondendo con sanzioni alle posizioni di quelle forze politiche euroscettiche e conservatrici affermatesi in diversi paesi, che sono poi un riflesso di una volontà popolare in espansione e di cui sarà necessario tenere conto gli interessi, altrimenti il rischio è la deflagrazione dell’Unione.

http://www.opiniojuris.it/la-guerra-culturale-per-lanima-dellunione-europea/

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