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La grande crisi della classe media, di Pietro Saccò

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 11/04/2019 09:08
Investono, comprano, vigilano sulla democrazia Le famiglie con redditi attorno alla media sono stati il motore della crescita delle economie avanzate. Ma quel motore oggi si è inceppato…

Con i suoi 18,4 miliardi di dollari di patrimonio personale Ray Dalio, fondatore del fondo speculativo Bridgewater, è il 57esimo uomo più ricco del mondo. In una delle sue rare interviste, trasmessa dalla Cbs lunedì per “60 Minutes” – un servizio in cui a un certo punto il finanziere porta il giornalista a fare un giro negli abissi caraibici con il suo sottomarino privato – questo multimiliardario riconosce che «il sogno americano si è perso», smarrito nell’eccessiva diseguaglianza di redditi e patrimoni e nell’impossibilità di muoversi da una classe sociale all’altra. 

«Se fossi il presidente – azzarda Dalio – riconoscerei che questa è un’emergenza nazionale. Perché se guardi alla storia, come alla fine degli anni ‘30, se hai un gruppo di persone che hanno condizioni economiche molto diverse e arriva una crisi, allora hai un conflitto». Non è la facile battuta altruista di un ricco che va in televisione. Il finanziere ha argomentato questo allarme con un lungo articolo supportato da dati e note pubblicato su Linkedin. La situazione attuale, spiega, è «ingiusta, non produttiva e rischia di dividerci».

Dalio parla dagli Stati Uniti, dove è dagli anni ‘80 che si ragiona sul problema dell’aumento delle diseguaglianze e sulla conseguente crisi della vecchia “classe media”. Questo schiacciamento della classe media – che si restringe di pari passo con l’aumento dei ricchi e dei poveri – è però un fenomeno che riguarda tutto l’Occidente. Occorre contrastarlo sul serio, spiega l’Ocse, organizzazione fondata per studiare i problemi economici delle economie avanzate e che negli ultimi anni ha messo il problema delle diseguaglianze in alto nella lista della priorità da affrontare.

Nella ricerca “Sotto pressione: la classe media spremuta” gli studiosi dell’Ocse vedono nella crisi della classe media uno dei grandi mali dei nostri tempi. La presenza di un’ampia categoria di persone che possiamo chiamare “classe media” – cioè con redditi compresi tra il 75 e il 200% del reddito mediano nazionale – nel secolo scorso è stato il grande motore dello sviluppo economico dei Paesi avanzati. Nessun’altra classe sociale dà un contributo maggiore allo sviluppo economico di una nazione. I membri della classe media, dicono gli studiosi, «attraverso le loro azioni e le loro attività non migliorano solo la loro posizione, ma anche quella degli altri». Arrivano dalla classe media, da sempre, gli investimenti sulla scuola, la sanità, la casa. Ed è sempre la classe media che tradizionalmente fa pressione per avere servizi pubblici di qualità, è intollerante verso la corruzione e ha fiducia nella democrazia. 

Questa categoria di persone è per l’Ocse «il vero pilastro della crescita inclusiva», cioè quella crescita in cui un’economia prospera facendo stare meglio la stragrande maggioranza della popolazione. Non è un caso, infatti, che i Paesi che mostrano i più elevati livelli di benessere, a partire da quelli scandinavi, abbiano tutti una classe media abbondante.

Le cose però stanno cambiando. È un cambiamento lento: se negli anni ‘80 erano “classe media” il 64% degli abitanti dei Paesi dell’Ocse, ogni decennio la loro quota si è ridotta di un punto percentuale fino all’attuale 61%. Nello stesso periodo i poveri sono cresciuti dal 28 al 30% e i ricchi dall’8 al 9%. 

In alcuni Paesi, come la Svezia, la Germania, gli Stati Uniti o la Spagna, la compressione della classe media è stata maggiore, nell’ordine del 4-7%. Questo è successo perché negli ultimi trent’anni i redditi reali della classe media sono aumentati meno di quelli della parte più ricca della popolazione (circa +60 contro +40%) mentre i prezzi delle spese classiche della classe media – le case, l’educazione, la sanità – sono tutti saliti più dell’inflazione. Con il risultato che se nel 1985 il reddito aggregato di tutta la classe media dei Paesi dell’Ocse era 3,9 volte quello del 10% più ricco della popolazione, nel 2015 quel rapporto si era ridotto a 2,8.

Sono dinamiche lente che però hanno effetti a valanga: le diseguaglianze si accumulano, così come i rincari, mentre la stagnazione dei redditi rende via via più pesante la situazione. Al punto che oggi la crisi della classe media sembra più evidente da un anno all’altro. Con l’apparire delle difficoltà, la classe media perde fiducia, inizia ad avere paura del futuro per sé e per i figli, si arrocca a difesa della propria condizione economica. Comportamenti che peggiorano ulteriormente la situazione, resa ancora più incerta dall’avanzata dell’automazione e dei robot, che rischiano di togliere proprio opportunità di “lavori medi”.

Per generazioni essere parte della classe media – cioè vivere in una casa confortevole e con uno stile di vita soddisfacente, avere un lavoro con opportunità di carriera e fiducia nel futuro dei propri figli – è stata l’aspirazione che ha sorretto la società occidentale. «Oggi ci sono segni che questo fondamento delle nostre democrazie e della nostra crescita economica non sia più stabile come in passato» avverte l’Ocse. Le ricette per contrastare questa crisi sono quelle sentite più volte: ridurre le tasse sui salari medi e bassi (magari spostando il carico fiscale dal lavoro alle cose), favorire l’occupazione femminile, creare un sistema di protezione sociale per chi ha una carriera instabile, assicurare la disponibilità di alloggi a prezzi ragionevoli, aiutare le famiglie a pagare per l’educazione dei figli, fare formazione per adeguare il capitale umano ai cambiamenti del mondo professionale.

Ricette che diversi governi occidentali stanno tentando di applicare, ma solo in parte e con le risorse che hanno a disposizione (quasi sempre scarse). Nessuno di loro sembra però ritenere davvero che la diseguaglianza massiccia della società stia diventando «un’emergenza nazionale», come dice il multimiliardario di Bridgewater. Nella politica dell’era del dopo-crisi la lungimiranza non abbonda e la vecchia classe media rischia di estinguersi prima che i partiti si rendano conto delle vere cause del suo malessere.

 

https://www.avvenire.it/economia/pagine/la-crisi-della-classe-media

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