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La gestione dei rifiuti nucleari in Italia è una sequenza di errori, di Luca Zorloni

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 31/03/2021 16:59
Dai ritardi nella scelta del deposito nazionale ai colli di bottiglia burocratici, fino ai sistemi di controlli mai usati alle frontiere: l'analisi impietosa della commissione Ecomafie…

Cambiano le date, i nomi e le somme. Ma la trama è sempre la stessa: l’Italia non sa come gestire i suoi rifiuti radioattivi. Dalla realizzazione del deposito nazionale, dove dovranno confluire le scorie, allo smantellamento degli impianti di cui il referendum del 1987 contro il nucleare ha decretato la fine, fino ai controlli alle dogane, il piano per individuare, raccogliere e smaltire i rifiuti della filiera dell’atomo è pieno di falle.

Cambiano le date perché i tempi si allungano, i nomi perché si succedono governi, le somme perché i ritardi fanno lievitare i costi. Nel 2014 si stimava che ogni anno accumulato nelle attività di solo decommissioning degli ex impianti nucleari sarebbe costato dagli 8 ai 10 milioni di euro in più per sito. A mettere in fila per l’ennesima volta la sequenza di errori è la relazione, fresca di approvazione, della commissione bicamerale di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti (Ecomafie, relatori Stefano Vignaroli e Pietro Lorefice del Movimento 5 Stelle e Rossella Muroni di Facciamo Eco), che ha fatto il punto sul dossier nucleare. E i risultati sono sconfortanti.

I ritardi del deposito

Partiamo dal progetto per eccellenza: il deposito nazionale. All’inizio dell’anno è stata finalmente pubblicata, a cinque anni dal suo completamento, la carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi), ossia la mappa che individua le località che rispondono ai requisiti per ospitare l’infrastruttura. Dopo anni di silenzio, una doccia fredda che ha messo sul chi va là i Comuni che amministrano le 67 aree candidate. Le levate di scudi dei sindaci hanno indotto il Parlamento a concedere una proroga dei tempi per presentare le contro-deduzioni a Sogin, la società pubblica incaricata dello smantellamento nucleare. Ma si rischiano nuovi ritardi.

L’impianto è un’infrastruttura critica e urgente. Accoglierà 78mila metri cubi di rifiuti a bassa e media intensità. Non solo l’eredità del nucleare italiano, ma anche gli scarti che tuttora generano industrie, laboratori di ricerca o applicazioni sanitarie negli ospedali. Consentirà di ridurre gli spazi dove oggi si conservano queste scorie, riducendo le spese ripagate dai contributi nella bolletta, e di collocarli in un luogo sicuro. Inoltre nel depositato finiranno anche i rifiuti che l’Italia ha spedito temporaneamente all’estero, dietro pagamento. E che ora, visti i ritardi, gli altri Paesi tentennano ad accollarsi. La Francia ha interrotto il trasferimento di 13 tonnellate di rifiuti dal deposito di Avogadro, in Piemonte, propria per via dell’incertezza sulla costruzione del deposito.

Nel 2019 il ministero dello Sviluppo economico (Mise) calcolava che ci volessero almeno 44 mesi dall’uscita della Cnapi per arrivare al via libera alla costruzione. Con l’ultima proroga votata nel Milleproroghe diventeranno 52. E per costruirlo serviranno quattro anni e 900 milioni di euro.

Tra le cause dei ritardi c’è stata una revisione dei criteri sismici. Nel 2019 il sottosegretario del Mise Davide Crippa, in quota Movimento 5 Stelle, che ha in mano il dossier nucleare, decide che anche le aree in zona sismica 2 (una classificazione del rischio terremoti in Italia) devono essere escluse. Dalla lista delle località sono già fuori quelle considerate ad alta sismicità, benché, per la precedente commissione Ecomafie, questo sia un criterio “particolarmente severo” che mette fuori gioco aree “complessivamente più valide di quelle ammesse”. La linea del Mise passa, si procede alla correzione della Cnapi. Salvo poi, emerge dalla relazione, ritrovarsi proprio terreni in zona sismica 2 tra i 67 candidati per il deposito.

I controlli spuntati

Il deposito non è l’unico aspetto su cui l’Italia è in ritardo. Entro il 2015 Roma avrebbe dovuto inviare alla Commissione europea il suo programma nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi. Nel 2019 la Corte di giustizia dell’Unione europea condanna l’Italia perché inadempiente. Pur avendo dal 2017 una bozza del piano. Solo successivamente il carteggio è stato inviato e Bruxelles ha ritirato la procedura d’infrazione.

Nel 2014 un decreto legge istituisce una nuova autorità di controllo per l’atomo: l’Ispettorato per la sicurezza nucleare e protezione radiologica (Isin). Viene battezzato quattro anni dopo, ma ce ne vuole uno in più perché muova i primi passi. Da subito sono lampanti i problemi organizzativi. Su tutti, il personale in forze: inferiore alle previsioni (65 persone contro le 90 attese) e troppo vicino alla pensione (12 vi andranno entro il 2021). Peraltro senza un passaggio di consegne, che richiede dai tre ai cinque anni di formazione.

L’Isin non è un orpello burocratico. Tocca a questo ente accendere luce verde al decommissioning nucleare, quindi a queste condizioni rappresenta uno dei colli di bottiglia del piano nucleare. Fino al 2024 calcola di dover dare 119 via libera ai lavori, in alcuni casi di pratiche che viaggiano dal 2012 o 2014. Per Sogin, che ha già accumulato ritardi sul suo piano di smantellamento, l’Isin rischia di essere l’ennesimo fattore che allungherà i tempi e farà lievitare i costi.

In generale, il nucleare è stato relegato in secondo piano. Al punto che nel 2021 mancano all’appello i decreti attuativi di una legge del 1995. Non sono state ancora riorganizzate le competenze tra ministeri, autorità indipendenti ed enti di ricerca, creando così inutili sovrapposizioni o vuoti che inchiodano i processi decisionali. Per Vignaroli, “realizzare il deposito nazionale, completare il più rapidamente possibile lo smantellamento degli impianti nucleari, mettere l’autorità di controllo Isin nelle condizioni di operare con la massima efficacia: sono queste le priorità oggi in materia di nucleare, a cui l’Italia non può sottrarsi”. E aggiunge: “I costi e i tempi del decommissioning – attualmente 7,9 miliardi di euro con fine dello smantellamento nel 2035 – rischiano però di aumentare se non si risolvono i problemi evidenziati dalla commissione e non si procede celermente nell’iter di realizzazione del deposito nazionale. Il deposito porta posti di lavoro: 4.000 all’anno per la costruzione e 1.000 per la gestione”.

La questione delle scorie

Questa situazione ha rallentato la dismissione delle centrali e degli ex impianti dell’atomo. L’anno scorso Sogin ha già rivisto al rialzo i costi: 7,89 miliardi di euro. Fine lavori: 2036. Dalle previsioni del 2001, rileva la Commissione, il budget, sovvenzionato dalle bollette, è raddoppiato. Ci sono problemi tecnici con il trattamento di alcuni tipi di rifiuti, come per le resine nella centrale di Trino Vercellese o i fanghi radioattivi a Latina, e altri di tipo contrattuale. Il caos con l’appalto all’Eurex di Saluggia ha imposto al Mise di posticipare al 2023 la conclusione dei lavori per solidificare i rifiuti liquidi ad alta radioattività stoccati nell’impianto. È slittata anche la fine dei trattamenti delle scorie (tra cui 88 fusti con materiale proveniente da Chernobyl) alla Cemerad di Taranto, prevista per il 2020. D’altronde il lavoro si è rivelato più difficile del previsto: il fase di programmazione si stimava un 15% di fusti ammalorati tra i 16.540 presenti. Alla prova dei fatti era il 70%.

Ma non c’è da occuparsi solo delle ex centrali, ma anche delle tante attività che producono rifiuti radioattivi a loro volta. A gestire il servizio integrato nazionale da una parte c’è Nucleco, oggi controllata da Sogin, che ha circa mille metri cubi a disposizione per il prossimo futuro. Dall’altro Enea, ente di ricerca, che potrebbe arrivare a 4.000 ma che deve occuparsi delle scorie che le possono essere affidate, per esempio, in caso di fallimento di un operatore. Nel complesso, c’è un problema di condivisione dei dati. E di programmazione. Secondo Nucleco, per esempio, in Italia la quasi totalità delle aziende ospedaliere non avrebbe piani di smaltimento dei ciclotroni, usati per la medicina nucleari.

I buchi alle dogane

L’ultima falla riguarda i controlli alla frontiere, per scovare materiale radioattivo tra rottami o semilavorati metallici. Di nuovo, ci sarebbe la soluzione: sottoporre ogni carico al passaggio sotto sistemi di rilevamento. Ci sarebbero anche questi sistemi: 30 portali radiometrici sono stati consegnati nel 2003 in 25 punti di frontiera. L’acquisto risale al 1996, costo cinque miliardi di euro. Ma, come ha denunciato anche Wired, quei sistemi sono stati lasciati a fare la polvere. Pur sapendo che, tra le merci in ingresso o in uscita, rischiano di passare sotto silenzio anche carichi radioattivi. Cento ne sono stati trovati nei convogli che nel 2008 trasportavano i rifiuti della Campania ai termovalorizzati in Germania. Negli stessi porti dove si trovano questi sistemi, controlli a campione hanno scoperto contaminazioni. Chissà quale sarebbe stato il risultato, se i portali fossero stati accesi almeno una volta.

 https://www.wired.it/attualita/ambiente/2021/03/30/nucleare-italia-rifiuti-deposito-nazionale-errori/

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