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La forza del realismo (e lo spirito del 2 Giugno). Così ora l’Italia può ripartire, di Aldo Cazzullo

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 03/06/2021 09:37
Lo spirito del 2 giugno per il momento è più di una speranza; è una possibilità. Farla diventare reale non dipende dal virus, dipende soprattutto da noi…

Siamo tutti reduci dal periodo più duro della nostra vita. Il tempo dirà se questa prova ha rappresentato o no il punto alto del nostro ciclo. Per la grande maggioranza degli infermieri e dei medici è senz’altro stato così; per le classi dirigenti meno, con le solite eccezioni che confermano la regola. Di sicuro una cosa l’abbiamo capita. Se il pansindacalismo e la politicizzazione degli anni 70 si sono rivelati un binario morto della storia, non per questo aveva ragione Margaret Thatcher quando aprì il reflusso e la ritirata nel privato degli Anni 80 sostenendo che «la società non esiste». La società esiste eccome. Produce pandemie e i suoi antidoti. Tranne qualche imbecille, enfatizzato dai social, quasi tutti abbiamo capito che ognuno di noi era responsabile anche della salvezza dell’altro. 

Siamo animali sociali, e quando non possiamo comportarci come tali siamo condannati a soffrire. Molti tra noi sono stati colpiti negli affetti e nel lavoro; e neppure chi non ha avuto lutti e danni diretti può dire di essere passato indenne attraverso il morbo; perché nessuno, forse neanche chi si è rifugiato nei paradisi fiscali, può essere davvero felice in una società sofferente. Il 2 giugno è la sola festa civile italiana in cui ormai tutti si riconoscono.

E non solo perché i monarchici ormai quasi non esistono, mentre gli anti-antifascisti che rifiutano di celebrare il 25 aprile sono sempre di più, anche nelle urne. A 75 anni dal referendum, la Repubblica è considerata un fatto compiuto. Bene ha fatto il presidente Sergio Mattarella a ricordare che il bilancio, nonostante ombre drammatiche, è senz’altro positivo. L’Italia del 1946 era un Paese devastato da macerie non solo fisiche. Aveva perso la guerra ovunque l’avesse combattuta, a prescindere dal valore dei soldati. Era diventato campo di battaglia di due eserciti contrapposti, con la popolazione divisa tra i due fronti. Eppure dalla forza morale degli italiani scaturì un riscatto, che in meno di vent’anni fece di un Paese sconfitto uno dei più ricchi al mondo, percorso da energie che ne fecero un’avanguardia nelle arti, nel cinema, nella tecnologia, nella scienza.

Oggi i grandi registi e artisti sono quasi tutti morti, l’Olivetti e altri gruppi industriali non esistono più, gli italiani sono consumatori di prodotti culturali, tecnologici e sanitari (compresi i vaccini) prodotti e pensati all’estero, quasi sempre fuori dall’Europa. Da trent’anni il nostro Paese cresce poco e male. La crisi del 2008, passata dalla finanza privata ai bilanci pubblici e all’economia produttiva, ha colpito duro. La pandemia ha fatto il resto. Tuttavia proprio il blocco innaturale di questi quindici mesi ci ha resi consapevoli di quanto il nostro Paese dipenda dal mondo globale: dalle esportazioni, che vanno benissimo, ai flussi turistici, che stanno più lentamente ripartendo. Mario Draghi parla di fiducia, che è diversa dall’ottimismo: l’ottimismo è un dono, un sentimento, un’attitudine; la fiducia si basa sui fatti. E nell’Italia del 2 giugno 2021 se ne cominciano a vedere molti che possono ispirare fiducia. Il più importante, come sempre, è il talento degli italiani per intraprendere, ricominciare, ricostruire. Ma le nostri madri e i nostri padri ricostruirono il Paese dopo la guerra anche perché seppero darsi una classe dirigente.

La crisi post pandemia ha prodotto un’ampia maggioranza parlamentare, che con alti e bassi finora ha retto. È chiaro che non potrà e nemmeno dovrà durare per sempre. Non sarà facile riformare il fisco con il Pd che vuole reintrodurre la tassa di successione, la Lega che non rinuncia alla flat tax e Berlusconi che propone di abbattere l’aliquota massima dell’Irpef dal 43 al 33%. Né basta la lettera di scuse di un ex capo politico per rendere possibile la riforma della giustizia. 

Eppure questa è l’occasione per individuare poche e chiare regole comuni, destinate a sopravvivere ai cambi di maggioranza che verranno, anche su argomenti non in testa alle aspettative popolari come le regole del voto e della politica. Non è vero che non ci sia tempo, perché le priorità sono altre. È vero il contrario. I partiti avranno più forza e legittimità per fare le riforme (anche istituzionali), se il governo che sostengono riuscirà nei prossimi mesi a dare risposte ai due temi più urgenti: il lavoro per i giovani; la protezione dei «piccoli» — imprenditori, artigiani, commercianti — schiacciati dalla crisi e dai giganti della Rete esenti dal fisco. 

Lo spirito del 2 giugno per il momento è più di una speranza; è una possibilità. Farla diventare reale non dipende dal virus, da Biden, dalla Cina, se non in piccola parte; dipende soprattutto da noi.

 

https://www.corriere.it/politica/21_giugno_02/forza-realismo-spirito-2-giugno-cosi-ora-l-italia-puo-ripartire-1657446a-c3d3-11eb-9651-e9e5e7dd2e3d.shtml

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