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La fatica del cambiare idea, di Vittorio Pelligra

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 26/05/2021 09:37
Cosa capita quando la nostra piacevole e rassicurante sensazione di essere nel giusto muta istantaneamente nella consapevolezza di aver sbagliato tutto?…

L’errore può sorprenderci. Gli sbagli, le decisioni errate, i lapsus e le gaffes possono presentarsi quando meno ce lo aspettiamo. Emergono subitaneamente alla nostra coscienza e ci spiazzano; a volte ci fanno male, a volte fanno male a coloro a cui vogliamo bene. È da qualche mese, ormai, che su Mind the Economy ci stiamo confrontando con questo tema dell’errore. Li abbiamo definiti, classificati, ne abbiamo analizzato le cause progettuali, procedurali e cognitive, abbiamo anche cercato di analizzare le contromisure, le tecniche di de-biasing e quelle di counter-biasing.

Eppure, sembra che ancora la parte più importante di questo discorso debba venire. La parte più importante, infatti, è quella che riguarda il modo in cui l’esperienza dell’errore ci cambia. In che modo decidiamo di affrontare la realtà che ci porta a capire di aver sbagliato nel progettare un’azione o nell’eseguirla, di aver trascurato alternative diverse e migliori, di essere stati sviati dall’eccessiva fiducia in noi stessi e da un ottimismo ingiustificato, o da una memoria inaffidabile, o da interferenze esterne che avremmo fatto meglio a non considerare.

Una domanda interessante

Questa è “la” domanda. Cosa capita quando la nostra piacevole e rassicurante sensazione di essere nel giusto muta istantaneamente nella consapevolezza di aver sbagliato tutto? Psicologicamente questo è il momento in cui l’essenza dell’esperienza dell’errore si manifesta.

Ed è così importante perché da come decidiamo di reagire in quei momenti dipende il fatto che quell’esperienza dell’errore possa diventare generativa e attivare un processo di crescita oppure rimanere semplicemente uno sbaglio sterile e avvilente.

Ma questo momento è tanto importante quanto elusivo. Come ci ricorda Kathryn Schulz nel suo “Being Wrong. Adventures in the Margin of Error” (HarperCollins, 2010), «Le nostre convinzioni cambiano o troppo velocemente o troppo lentamente per consentirci di isolare il momento preciso nel quale incontriamo l’errore». «Chi può dire – per esempio, continua la Schulz - quando una montagna si è trasformata in collina?». Quando, in altre parole, esattamente abbiamo cambiato idea circa una questione sulla quale abbiamo lungamente meditato o quando abbiamo abbandonato le nostre convinzioni giovanili, abbiamo modificato il nostro orientamento politico, le idee sulla religione, la rivoluzione, la pace, la vita e la morte?

La nostra memoria non basta

Potremmo cercare di ricostruire l’esatto momento in cui ci siamo resi conto di aver sviluppato convinzioni e creduto in ideali erronei attraverso la memoria e i ricordi. Potremmo, ma saremmo quasi certamente indotti in inganno. La nostra memoria è notoriamente inaffidabile rispetto a queste cose, specialmente quando deve supportarci nel ricostruire le nostre credenze.

Nel 1986 il politologo dell’Università del Michigan, Gregory Markus, pubblicò uno studio condotto su circa duemila soggetti, genitori e figli, intervistati originariamente nel 1973 su vari temi di natura politica e sociale. A ciascun partecipante veniva chiesto di valutare attraverso una scala numerica il suo grado di adesione a certe politiche, come misure di welfare per i più poveri o le azioni a tutela delle minoranze o altri temi come la legalizzazione della marijuana o la parità di genere e, infine, l’orientamento politico in uno spettro che andava da estremamente conservatore a estremamente liberale.

A questa iniziale intervista, negli anni successivi, ne seguirono altre, l’ultima delle quali ebbe luogo nove anni dopo, nel 1982. Anche in quest’ultima intervista venivano chieste le posizioni rispetto agli stessi temi politici e sociali indicati sopra. L’interesse di Markus era quello di valutare le modificazioni culturali, sia per i genitori che per i figli, intervenute in quel decennio.

Su quasi ogni argomento le cose erano mutate. Per quanto riguarda la parità tra uomini e donne, nel 1973 solo il 29% dei genitori riteneva appropriato il fatto che marito e moglie avessero lo stesso ruolo nelle faccende di casa; la percentuale crebbe fino al 49% nel 1982. Nel 1973 il 49% dei figli si diceva favorevole all’uguaglianza e nel 1982 la percentuale aveva raggiunto il 68%.

Oltre all’aspetto sociologico, quello psicologico

In realtà Markus, oltre che a questa dimensione puramente sociologica dello studio, era interessato anche ad un altro aspetto più psicologicoCosa ricordavano i partecipanti delle loro credenze passate? Cosa credevano, nel 1982, di aver creduto nel 1973?

Le risposte a queste nuove domande sono state particolarmente informative: la stragrande maggioranza dei partecipanti credeva di aver creduto dieci anni prima, ciò che credeva dieci anni dopo. Erano del tutto ignari del cambiamento di opinione e totalmente incapaci di riconoscerlo.

Un risultato particolarmente forte, questo, nel caso dei genitori: questi, infatti, non solo si sono mostrati meno disposti ad ammettere il cambiamento, ma sono anche quelli le cui idee, relativamente ai temi in discussione, sono cambiate di più (“Stability and Change in Political Attitudes: Observe, Recall, and Explain”. Political Behavior 8, pp. 21-44, 1986).

La consapevolezza difficile dei propri errori

Si capisce, allora, come in casi simili sia molto difficile diventare consapevoli dei propri errori, quando non ci si rende neanche conto di averne commessi. Un atteggiamento, questo, che durante le nostre discussioni a tavola su temi politici, filosofici o di attualità, i miei figli non si fanno mai sfuggire l’occasione di sottolineare. E quando i nostri cambiamenti di opinione, prospettiva, ideali, sono alla fine riconosciuti, allora, di solito, siamo anche estremamente bravi a giustificarli e a darne una spiegazione plausibile.

In uno studio progettato proprio per analizzare tali “arrangiamenti” gli autori concludono in questo modo: “I soggetti sono così persuasivi quando offrono queste spiegazioni che saremmo seriamente tentati di crederci, tranne per il fatto che non si verificano cambiamenti corrispondenti nei gruppi di controllo. Queste osservazioni suggeriscono che questi soggetti stavano, in effetti, modificando le loro storie per cercare di attribuire un senso ragionevole al cambiamento dei loro atteggiamenti. La velocità, l’entità e la certezza di queste revisioni sono state davvero sorprendenti” (Wixon, P. R., and Laird, J. D. (1976). “Awareness and attitude change in the forced-compliance paradigm: The importance of when”. Journal of Personality and Social Psychology 34, pp. 376-384).

Un’occasione di redenzione

Poi però ci sono quelle volte in cui davvero capiamo di aver sbagliato. Quelle volte nelle quali non possiamo più raccontarci storie. Quelle volte che l’errore è lì e ci appare in tutta la sua evidenza. Quelle volte in cui siamo intrappolati dentro la nostra stessa consapevolezza. Un’esperienza che, per quanto dolorosa, può anche essere un’occasione di redenzione; un’esperienza che, come diceva Chiara Lubich, “Tonifica l’anima”. Le ragioni cercheremo di esplorarle nei prossimi appuntamenti. Per ora ci congediamo con un George Bernard Shaw, forse autentico, forse apocrifo, ma ugualmente saggio nel notare che “Il progresso è impossibile senza il cambiamento, e coloro che non riescono neanche a cambiare idea non riusciranno certamente a cambiare nient’altro”.

https://www.ilsole24ore.com/art/la-fatica-cambiare-idea-AEYUvHL

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