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La democrazia si adatti alla sfiducia dei cittadini, di Angelo Miotto

creato da webmaster ultima modifica 15/09/2015 17:39
“L’insieme di assunti che legittimavano le democrazie rappresentative non funzionano più” dice Donatella Della Porta, co-editor dell'European Political Science Review. Occorre una ricetta su quali siano le riforme istituzionali perché la politica si adatti alla sfiducia dei cittadini.
La democrazia si adatti alla sfiducia dei cittadini, di Angelo Miotto

Indignados a Madrid

 

 

La parola chiave: democrazia. La domanda che sta innervando da diversi anni i movimenti sociali e gli scienziati del pensiero contemporaneo è: quale?

L’uso fuori contesto o ripetuto di un termine rischia spesso di far perdere significato al termine stesso. E così una parola complessa democrazia/democratico è stato più volte strumentalizzata: esportare democrazia, essere sinceri democratici, accettare in nome della democrazia teorie che pretendono una quasi infallibilità, azzerando la critica e il conflitto che genera. Il dibattito sul sistema della democrazia rappresentativa e sul suo stato di salute è nei pensieri di milioni di persone, laddove all’aggettivo "rappresentativa" si affiancano o contrappongono altre vie possibili, come partecipativa, deliberativa, costituzionale.

Una piccola notizia, trascurata, di alcuni giorni fa racchiude un grande paradosso: una delegazione di indignados spagnoli è stata ricevuta da una commissione di parlamentari tedeschi. I rappresentanti del movimento del 15-M si sono detti esterrefatti perché hanno trovato ascolto politico solo uscendo dai confini nazionali, porgendo il loro punto di vista a politici che non erano espressione del gioco democratico rappresentativo interno, ma estero.

Donatella Della Porta è docente all’all'Istituto Universitario Europeo e co-editor dell'European Political Science Review. Linkiesta l’ha intervistata. Dice: «La ricerca sul numero di volte che si parla di democrazia sulla stampa internazionale rivela una crescita esponenziale dell’attenzione critica al tema. Soprattutto perché c’è l’impressione che tutto l’insieme di assunti che legittimavano le democrazie rappresentative non funzionano più. Queste, infatti, erano legittimate attraverso le procedure elettorali, ma anche per il fatto che i cittadini partecipavano attraverso i partiti politici».

«La fiducia nei partiti e la partecipazione sono crollate», continua Della Porta, «e questo ha portato con sé problemi per la legittimazione di governi che non ricevono fiducia soltanto perché hanno avuto la maggioranza, ma hanno bisogno di fonti più costanti di sostegno. Con l’evidenza della crisi economica si è sviluppata una maggiore sensibilità sulla questione della corruzione politica, che non è un discorso generico di sfiducia nella classe politica e in chi governa, ma è legato a una serie di gravi scandali che sono emersi in tutti i Paesi in cui la crisi economica ha colpito di più: dagli Usa all’Islanda, per non citare tipicamente realtà dell’Europa mediterranea. I crolli finanziari sono stati vissuti (e si sono dimostrati) come strettamente collegati a una continuità di affari tra governanti eletti e i dirigenti delle banche. L’Islanda è un esempio principe di questo punto di vista».

Risultato?
Tutto questo ha portato a un’impressione diffusa: i rappresentati eletti “non ci rappresentano” come dicono gli indignados, con nuova linfa per una ricerca di altre forme di democrazia, non legittimate solo dal punto di vista elettorale.

Oggi questo dibattitto si è fatto più serrato, complice la crisi economica. Ma anche per una virata conservatrice nelle politiche sociali, che sono quelle che restituiscono al cittadino la solidità di un rapporto di delega.
Gli stati nazionali, che sono sempre stati considerati il fulcro della democrazia rappresentativa, hanno perso potere nei confronti di organismi sovranazionali, come l’Ue o il Fondo monetario internazionale. La situazione presente in Grecia, in Spagna e anche in Italia lo dimostra. Si aggiunge una crescita di potere dei mercati, mentre le istituzioni pubbliche perdono fiducia nello stato sociale e nella concezione della politica come strumento di riequilibrio delle differenze sociali. Al contempo i cittadini non si fidano dei governanti perché li trovano corrotti, ma anche perché gli stati non fanno più quello che un tempo sapevano fare bene. Deregulation, privatizzazioni, tagli al welfare: sono tutti sintomi di una rinuncia della politica istituzionale ad adempiere a delle funzioni che, nella mente dei cittadini, sono ancora importanti funzioni della democrazia.

Un esempio italiano?
La vicenda degli esodati è la punta di iceberg di una deresponsabilizzazione totale di governo e istituzioni rispetto a compiti che venivano considerati fondamentali da parte dello Stato. Il governo decide di mettere dei cittadini in un limbo senza pensione e senza lavoro, i partiti della maggioranza parlamentare che sostiene il governo fanno finta di non aver preso loro questa decisione; c’è una rinuncia da parte delle istituzioni ad adempiere a dei doveri precisi. La vicenda degli esodati è una violazione fortissima dei diritti sociali, ma sembra che le forze politiche che sostengono il governo non si scandalizzino più di tanto.

Restiamo in Italia. Tagli al welfare, proteste, ma nessun fronte di indignazione come abbiamo conosciuto in Spagna o negli Stati Uniti con il movimento Occupy.
La situazione italiana è particolare perché abbiamo un governo che fa politica e gode di una maggioranza ampia, ma che cerca di legittimare se stesso come un governo di tecnici, che non fa scelte politiche, ma semplicemente mette in pratica dei provvedimenti basati su verità assolute. A questo si aggiungono dei partiti politici che non vogliono prendere responsabilità per i decreti legge dell’esecutivo, che vengono approvati, però, dagli stessi partiti spesso con il meccanismo del voto di fiducia. E un partito di centro-sinistra che vota anche politiche di destra. In altri paesi la situazione è più chiara: il centrodestra in Spagna e in Grecia si trova di fronte a un’opposizione politica e di movimenti sociali, sindacati, che magari non converge su un movimento unico, ma che riesce a esercitare pressione da varie parti. In Italia abbiamo una situazione di sostegno incerto, posizioni ambigue. Con una ex opposizione di centrosinistra che adesso sostiene un governo di centrodestra e che lascia movimenti sociali e sindacati da soli, senza sponda parlamentare. I movimenti ci sono, e il numero della manifestazioni di protesta è rilevante. Ma è una realtà frammentata.

Realtà come il Movimento 5 Stelle che affermano di voler restituire “democrazia” come si inseriscono in questa analisi?
Il movimento di Beppe Grillo ha molti paralleli con il partito dei Pirati in Germania, una realtà che ha avuto vittorie inaspettate grazie a una crescente delusione fra i giovani per i partiti tradizionali, inclusi quelli di sinistra. I pirati, stando alle ricerche effettuate, hanno pescato tra l’altro negli elettori delusi dei Verdi tedeschi. Ma se il Movimento 5 Stelle è in parte simile a quella realtà, quando parla di partecipazione, è completamente diverso sul tema della leadership. In Italia il movimento è guidato da un leader che controlla il movimento molto di più di quello che accade in Germania, dove non ricordiamo neanche il nome dei dirigenti dei Piraten.

Grillo, o il meccanismo delle primarie del Pd per altri versi, sono una risposta alla domanda di una nuova democrazia che restituisca fiducia al rapporto elettori ed eletti?
Non credo. Per quanto riguarda Grillo, il tipo di persone che si mobilitano nelle due piazze coincidono solo in parte. Ci sono alcune campagna di protesta che a livello locale hanno trovato appoggio in politici locali del 5 Stelle. Non abbiamo ancora svolto ricerche su quanti dei movimenti che protestano siano pronti a votare Grillo, ma fra chi protesta quello che predomina è una fortissima sfiducia nel sistema dei partiti. Una domanda che abbiamo fatto a diversi manifestanti con un sondaggio dimostra che la percentuale di si fida dei partiti è calato dal 25% degli anni 2000 al 6% dei nostri giorni. Non penso che questo tipo di sfiducia nel parlamento e nei partiti venga trasformata o risolta dal Movimento 5 Stelle o da meccanismi come le primarie del Pd—primarie tra l’altro dove l’esercizio di democrazia è molto poco visibile.

E quindi? Indignados e Occupy sono ancora presenti in qualche modo. Ma la critica che veniva mossa già oltre dieci anni fa dopo la comparsa del Movimento dei movimenti rimane nell’aria: come tradurre la palestra di nuove democrazie nella vita istituzionale di uno Stato?
Non abbiamo ancora una ricetta su quali siano le riforme istituzionali che, come afferma il sociologo Pierre Rosanvallon siano davvero efficaci perché anche la democrazia rappresentativa si adatti a quelli che lui definisce “i tempi della sfiducia”. Nel libro La controdemocrazia, Rosanvallon suggerisce che già in passato le istituzioni rappresentative non erano solo basate sulla legittimazione tramite elezioni, ma che c’era una molteplicità di canali che permettevano di esercitare un controllo. In questo senso una controdemocrazia, parola da intendere non come il contrario della democrazia, ma il controllo sulla stessa, sottolinea l’importanza di introdurre trasformazioni istituzionali con maggiori canali di accesso per i cittadini. La controdemocrazia, però, richiederebbe da parte delle istituzioni una maggiore attenzione alle esigenze e alla voce dei cittadini. Fiducia nei cittadini, perché spesso parliamo di mancanza di fiducia nelle istituzioni, ma anche le istituzioni devono fidarsi dei cittadini.

Fonte: "Linkiesta", 30 ottobre 2012

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