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La "democrazia illiberale" e le prossime elezioni europee, di Antonio Campati

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 30/08/2018 12:22
Le forze politiche attualmente presenti nel parlamento europeo appaiono disorientate nell'affrontare la campagna elettorale: Orbán rappresenterà l’intera fazione conservatrice che avrà nella "democrazia cristiana illiberale"…

Le vicende che attanagliano il Vecchio Continente nelle ultime settimane rappresentano il preludio di una lunga campagna elettorale che ci accompagnerà fino al maggio prossimo, quando saremo chiamati a rinnovare il Parlamento Europeo. Sembrerebbe che il confronto al quale assisteremo sarà (addirittura) tra i fautori di due forme di democrazia (nazionale) e non tra due o più piattaforme programmatiche relative al futuro dell’Unione Europea. Da un lato, i sostenitori dell’antica "democrazia liberale", per i quali questa, seppur in crisi, rappresenta comunque un’acquisizione indispensabile; dall’altro, i seguaci di una nascente "democrazia illiberale", che valorizza enormemente il ruolo e il volere del popolo, anche a costo di ledere i diritti fondamentali e le garanzie costituzionali dei cittadini. Una contrapposizione che si presta molto alla narrativa semplificante attorno alla quale si consumano i dibattiti politici odierni, ma che, in verità, indica una realtà di comodo, quasi del tutto fuorviante.

Eppure, non è casuale che questa polarizzazione si faccia sempre più strada nel dibattito pubblico, così come non è escluso che riaffiorerà più volte nel corso dei prossimi mesi. Il motivo principale è dovuto all’emergere di un progetto politico ben chiaro, quello appunto di "democrazia illiberale", i cui contorni sono stati puntualizzati da Viktor Orbán, leader indiscusso dell'Ungheria, in un discorso tenuto esattamente un mese fa (28 luglio) a Bálványos alla Summer Open University and Student Camp organizzata da Fidesz, il partito di cui è leader. La prospettiva di Orbán è fortemente orientata, innanzitutto, a ritagliare un ruolo geopolitico cruciale al suo paese, cercando di fare sponda con altri leader europei e non solo (come, per diverse ragioni, Putin e Trump). E, ovviamente, a continuare a irrobustire l’economia interna, laddove l’Ungheria, nonostante abbia raggiunto buone performance, non rispecchia un trend di crescita simile a quello degli altri paesi del gruppo Visegrád (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia).

L’obiettivo principale verso il quale sono rivolti gli strali di Orbán è l’Unione Europea: le élite che la governano hanno fallito totalmente la loro missione originaria e, nonostante ciò, perseverano nel difendere strenuamente le rigidità imposte dai trattati e i meccanismi burocratici che fungono da veri e propri freni per lo sviluppo delle nazioni. Il modello che propone il leader ungherese è quello di una "democrazia cristiana illiberale" che, però, non prevede la difesa dei "canoni" della fede cristiana poiché "né gli Stati né i governi hanno competenza sulle questioni relative alla dannazione o alla salvezza". Piuttosto, la "politica democratica cristiana" si deve proporre di difendere i "principi" originati dalla cultura cristiana, quali la dignità umana, la famiglia, la nazione. E, pertanto, mentre la "democrazia liberale" è a favore del multiculturalismo, è pro-immigrazione e accetta diverse forme di unione familiare, al contrario, la "democrazia illiberale" dà priorità alla cultura cristiana, è anti-immigrazione e poggia sui fondamenti del modello familiare cristiano.

L’appuntamento cruciale per la realizzazione di questo modello sono proprio le prossime elezioni europee. Un'occasione, nei piani di Orbán, per abbandonare la democrazia liberale e, con essa, tutta l’élite "sessantottina" che la governa, che dovrà essere sostituita da quella formatasi negli anni Novanta secondo auspici anticomunisti, con convinzioni cristiane e pronta a impegnarsi in difesa delle nazioni.

È lampante la semplificazione che si cela dietro una simile antitesi. Ma, come si ricordava, trova un terreno molto fertile nel dibattito in corso ed è quindi necessario non sottovalutarla. Definire "democrazia illiberale" il regime plasmato da Orbán – con limitazioni alla libertà di stampa, violazione di alcuni diritti fondamentali e eliminazione di garanzie fondamentali – pone dei problemi di non poco conto, anche a livello concettuale. Perché – come ha osservato Jan-Werner Müller – qualificare questi regimi come "democrazie", seppur illiberali, offre un vantaggio retorico ai leader che le guidano, dal momento che consente loro di definirsi comunque come "democratici" e di identificare, di volta in volta, l’"illiberalismo" con il sentimento più diffuso tra la popolazione. Allo stesso modo, evocare modelli di "democrazia cristiana" comporta, quasi automaticamente, il richiamo a movimenti, partiti e progetti democratici cristiani europei che non hanno nulla in comune con quello proposto dal leader ungherese.

A ben vedere, in gioco c’è il futuro stesso dell’Unione Europea. Non è un caso, infatti, che l’espressione "democrazie illiberali" venisse già usata alla metà degli anni Novanta dagli studiosi dei regimi politici per indicare quei paesi nei quali, malgrado si tenessero le elezioni, non venivano rispettate le garanzie di libertà e di legalità delle istituzioni. Le zone del mondo interessate lambivano alcune aree dell’America Latina, dell’Asia, dell’Africa, ma anche dell’Europa dell’Est. Oggi, invece, nel dibattito pubblico, con "democrazia illiberale" si indica un modello da perseguire e non più un caso fallito di transizione di regime. Il cambio di prospettiva è radicale e, in questi termini, la facile polarizzazione che si ricordava inizialmente sembrerebbe avere un motivo in più per sussistere perché propone la scelta "illiberale" come una delle opzioni in campo. Se, da un lato, l’utilizzo dell’espressione "democrazia illiberale" implica molti limiti (per la maggior parte degli studiosi, una democrazia non può essere illiberale), dall’altro, non solo si presta facilmente a una dialettica semplificante, ma indica un preciso progetto politico.

Ai blocchi di partenza, le forze politiche attualmente presenti nel parlamento europeo appaiono disorientate nell'affrontare la campagna elettorale: Orbán rappresenterà l’intera fazione conservatrice che avrà nella "democrazia cristiana illiberale" il suo perno coagulante? I partiti (nazionali) che sono parte del Partito Popolare Europeo si riconosceranno in questa prospettiva? La compagine socialista e quella liberale raccoglieranno la provocazione di Orbán e si proporranno come difensori della "democrazia liberale"? E le forze cosiddette "populiste", quale posizione assumeranno ora che ricoprono posizioni di governo (in Italia, ma non solo)? La risposta a questi interrogativi sarà chiara nelle prossime settimane. Un dato, oggi, sembra certo: il confronto durante – e soprattutto dopo – la campagna elettorale non sarà più tra programmi politici differenti, ma tra programmi politici differenti che però prevedono una profonda trasformazione della cornice politico-istituzionale nella quale dovrebbero essere realizzati, la quale non è più considerata legittima e unanimemente riconosciuta. Non è un particolare da poco.

 

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-democrazia-illiberale-e-le-prossime-elezioni-europee-21160

 

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