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La «cultura» che vuole cancellare il passato, di Antonio Polito

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 12/01/2022 09:49
Colpisce che sia il Papa a criticare l’ansia di abbattere statue, ostracizzare classici della letteratura, censurare autori e registi che dilaga negli Usa e in Inghilterra…

I più recenti discorsi di papa Francesco smentiscono ulteriormente, se mai ce ne fosse stato bisogno, le accuse di chi lo vorrebbe «cripto-comunista», o «globalista», se non addirittura propenso al relativismo culturale. E forse per questo sono passati per lo più sotto silenzio. «L’inverno demografico — ha detto per esempio all’Angelus il giorno di Santo Stefano — è contro le nostre famiglie, contro la Patria, contro il futuro»; dove quel riferimento alla Patria contesta l’illusione della accoglienza indiscriminata, e l’idea in fondo un po’ razzista che immagina di poter usare la manodopera di un popolo in migrazione, quello africano, per risolvere i problemi di un popolo in declino demografico, quello italiano, in una sorta di nuova «società servile».

Ma ancor più significativo è stato il durissimo attacco che il Pontefice ha mosso, davanti ai membri del corpo diplomatico in Vaticano, contro la cosiddetta «cancel culture», che negli Stati Uniti e nell’anglosfera dilaga come presunto strumento di affermazione dei diritti delle minoranze, bollata dall’Economist in quanto arma della «illiberal left». 

Il punto critico per Francesco è che quest’ansia di abbattere statue e monumenti, ostracizzare classici della letteratura e del teatro, censurare autori e registi, «rinnega il passato» nel nome di un «bene supremo indistinto e politicamente corretto». Un falso idolo, insomma, si potrebbe chiosare; con il rischio di una «colonizzazione ideologica che non lascia spazio alla libertà di espressione». Francesco vede insomma un problema liberale che sembra sfuggire a molti liberal: e cioè che «si va elaborando un pensiero unico, pericoloso, costretto a rinnegare la storia, o peggio ancora a riscriverla in base a categorie contemporanee, mentre ogni situazione storica va interpretata secondo l’ermeneutica dell’epoca, non l’ermeneutica di oggi».

A qualcuno potrebbe apparire singolare questa concezione «storicistica» nel capo di una Chiesa che crede alla Provvidenza; ma da molto tempo il cattolicesimo ha fondato sul «libero arbitrio» la capacità dell’uomo di intervenire nella vicenda terrena, presupposto e spiegazione della diversità delle culture e delle epoche. 

La Provvidenza non cancella, al massimo converte. Il cristianesimo è così intimamente partecipe della «lunga durata» della storia in Europa, e delle sue innumerevoli contraddizioni e colpe, da aver imparato ad apprezzare i cambiamenti di significato che le azioni umane possono assumere attraverso i secoli. La rigidità della «cancel culture», non a caso nata invece in un mondo caratterizzato da una prospettiva storica molto più «corta», la cui data d’inizio è la scoperta di Colombo, probabilmente contesterebbe qui da noi anche il Colosseo, in fin dei conti un simbolo della crudeltà del mondo romano nei confronti dei «diversi», schiavi o cristiani che fossero. 

Ma la Chiesa ha invece «assorbito» quel monumento così fatale trasformandolo nel ’600 in un luogo di culto e tempio, e nel ’700 consacrando l’arena e proibendone la profanazione, al punto che ancora oggi essa è la destinazione finale della Via Crucis del Papa il Venerdì Santo.

Qualche voce laica contro la «cancel culture», seppure con estrema prudenza visti i tratti da nuovo «maccartismo» che spesso assume, comincia a sollevarsi. Noam Chomsky, che pure è un radicale di sinistra come altri non ce n’è, ha dichiarato alla nostra Marilisa Palumbo sul 7 del Corriere che essa «è sbagliata come principio e suicida dal punto di vista tattico: è un regalo alla destra». 

La New York Review of Books , ha notato sempre sul Corriere Giovanni Berardinelli, ha criticato il libro di uno storico secondo il quale la stessa indipendenza americana sarebbe stata voluta nel 1776 per difendere il regime schiavista, e quindi anch’essa andrebbe ripudiata come una «libertà bianca», di conseguenza razzista. Nel 2020 è apparso un manifesto di centinaia di intellettuali contro la «cancel culture» che spesso, insieme con le idee o le statue, tenta di «cancellare» anche le persone, attraverso il linciaggio sui social e vere e proprie campagne virali di boicottaggio, appiccicando loro l’etichetta di misogino, omofobo, o transfobico, come è successo a Woody Allen, a Kevin Spacey, a J. K. Rowling.

Naturalmente la «cancel culture» non è il male del nostro tempo, ma ne è una significativa manifestazione. È in ogni caso un pericolo per la libertà ben più serio di una campagna vaccinale o del green pass. E sorprende che in Italia debba essere il Papa ad accorgersene, nel sostanziale silenzio di tanti intellettuali laici e progressisti.

 

https://www.corriere.it/editoriali/22_gennaio_11/cultura-che-vuole-cancellare-passato-019b68ec-7320-11ec-8681-038bda9fc923.shtml

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