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La conversione dura tutta la vita, di Roderick Strange

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 14/10/2019 08:31
L’insegnamento, dichiarava John Henry Newman, era il suo mestiere, ma non gli piaceva l’idea di «due sistemi indipendenti, intellettuale e religioso, che all’improvviso vanno fianco a fianco, per mezzo di una sorta di divisione del lavoro...

Nel 1850, quando a John Henry Newman mostrarono la lettera di una donna entusiasta che parlava di lui come di un santo, egli si schernì: «Non c’è nulla del santo in me. Non ho alcuna tendenza a essere santo». Ma ora la Chiesa cattolica ha deciso diversamente e domenica 13 ottobre, a Roma, Papa Francesco alla fine lo dichiarerà santo.

I santi sono modelli di vita cristiana. Questo non significa che sono perfetti. È consolante ricordare le parole di Papa Benedetto durante un’udienza del mercoledì del 2007. I santi, ha osservato, «non sono “caduti dal cielo”. Sono uomini come noi, con problemi anche complicati. La santità non consiste nel non aver mai sbagliato, peccato». Newman stesso sapeva essere troppo suscettibile, irascibile e implacabile. Naturalmente è conosciuto anche come scrittore, studioso, predicatore, insegnante, pastore, pago della compagnia di se stesso, ma anche amico devoto. In che modo, però, era santo?

Nato nel 1801 in una famiglia anglicana devota in modo convenzionale, morì nel 1890. Eccezionalmente dotato dal punto di vista accademico, divenne membro dell’Oriel College di Oxford, che all’epoca era il college più prestigioso dell’ateneo. Si diceva che la sua sala comune degli studenti anziani «puzzava di logica». Fu ordinato sacerdote nella Chiesa d’Inghilterra e nominato vicario di St Mary the Virgin, la chiesa universitaria di Oxford. Ereditò così un pulpito influente, dal quale tenne sermoni indimenticabili. 

Divenne anche uno dei leader del cosiddetto Movimento di Oxford, un movimento che cercava di ravvivare in seno alla Chiesa d’Inghilterra la consapevolezza della sua tradizione cattolica. Dopo alcuni anni, però, finì col mettere in dubbio la posizione che stava sostenendo e nel 1845 fu accolto nella Chiesa cattolica romana. L’anno seguente si recò a Roma per prepararsi all’ordinazione come sacerdote cattolico e una volta ritornato in Inghilterra istituì la Congregazione dell’Oratorio, prima a Birmingham e poi a Londra.

Molti, specialmente i cattolici, potrebbero considerare la sua decisione di convertirsi dall’anglicanesimo al cattolicesimo una prova essenziale della sua santità, ma le cose non sono tanto semplici. Per chi ha una certa conoscenza della vita spirituale è una verità ovvia che la conversione non è un evento che capita una sola volta nella vita. La conversione, il cambiamento del cuore, è un processo che deve durare per tutta la vita. Ed è così che è stato per Newman.

Nel 1816, a soli quindici anni, trovò pace, come avrebbe detto in seguito, «nel pensiero di due, e solo due, esseri assoluti e luminosamente chiari, io stesso e il mio Creatore». Stava affermando la sua comprensione della relazione tra il mondo visibile e quello invisibile, tra ciò che si vede e ciò che non si vede. Quella convinzione per lui fu fondamentale.

A ogni modo, come membro dell’Oriel College, gli veniva piuttosto naturale provare piacere nell’esercitare le sue doti intellettuali. Era un giovane uomo che stava acquistando fiducia e prendendo il ritmo giusto. Per qualche tempo si sentì ammaliato dall’eccellenza intellettuale. Nel 1827, però, si ammalò e poi, all’inizio dell’anno successivo, Mary, la sua sorella più giovane, morì. Voleva molto bene a Mary. I problemi di salute e il lutto lo costrinsero a fare il punto della situazione. Che cosa era realmente importante per lui? Era davvero l’eccellenza intellettuale o era piuttosto l’eccellenza spirituale? Fu un altro punto di svolta.

Cinque anni dopo, in Sicilia, si ammalò nuovamente in modo grave rischiando di morire, ma era comunque convinto che Dio aveva in serbo per lui del lavoro in Inghilterra. Al suo ritorno si buttò a capofitto nel Movimento di Oxford, diventandone per un certo periodo il leader più ispirante. Per alcuni anni fu al massimo del suo fulgore.

Nel 1839, però, e poi di nuovo nel 1841, studiando i Padri della Chiesa iniziò poco a poco a domandarsi se la visione da lui sostenuta dell’anglicanismo come parte della grande Chiesa cattolica, tracciando una via mediana tra l’errore protestante e quello che allora considerava l’eccesso romano, fosse sostenibile. Si tormentò per anni e alla fine, nel 1845, dopo aver sondato il suo animo nel profondo, decise di farsi accogliere come cattolico. C’era quindi stata una serie di conversioni. E sebbene egli abbia descritto il diventare cattolico «come giungere in porto dopo il mare in tempesta», i suoi problemi non erano finiti.

La verità era che la Chiesa cattolica non aveva idea di come utilizzarlo. Fu invitato a realizzare una serie di progetti, come fondare un’università a Dublino, supervisionare una nuova traduzione della Bibbia e rivedere «The Rambler», periodico eminente ma controverso. Anche queste cose possono essere viste come altre chiamate, altre opportunità di conversione, che lui accettò. Ma le risorse e il sostegno necessari al successo gli furono sempre negati. Sembrava essere perseguitato dal fallimento. Come anglicano era stato felice tra amici, seppure critico nei confronti della situazione della Chiesa d’Inghilterra; come cattolico era contento nella nuova fede, ma la nuova vita era difficile. Come avrebbe osservato anni dopo nel suo Diario: «Quand’ero protestante, trovavo triste la mia religione, non la mia vita; ora invece [da cattolico] lo è la mia vita, non la mia religione».

E poi, con sua grande sorpresa, nel 1879 Papa Leone XIII decise di crearlo cardinale. La nube che lo aveva messo in ombra per gran parte della sua vita — anglicani che lo sospettavo di essere criptocattolico, cattolici che dubitavano della sincerità della sua conversione — alla fine era stata levata.

Questa serie di conversioni è impressionante. Newman rimase saldamente fedele alla luce gentile che lo guidava. «Dio mi ha creato per svolgerGli qualche servizio preciso», rifletteva. «Perciò avrò fiducia in Lui». E così fece. È un esempio da imitare. Ma possiamo comunque chiederci che significato abbia per noi la sua canonizzazione. Poiché i santi sono modelli di vita cristiana, in che modo il santo John Henry Newman è stato un modello per noi? Occorre approfondirlo un po’.

Anzitutto aveva previsto in straordinaria misura il tempo in cui viviamo. Nel 1873 parlò specificatamente della «infedeltà del futuro», osservando che «il cristianesimo finora non ha mai fatto esperienza di un mondo semplicemente irreligioso». Era stato in conflitto con altre religioni, ma non aveva mai conosciuto un mondo totalmente privo di religione.

E in quel futuro prevedeva che la Chiesa cattolica sarebbe cresciuta, parlando però poi di scandalo: «Nessun grande corpo può essere esente dagli scandali derivanti dalla cattiva condotta dei suoi membri». Riferendosi al fatto che i giornali stavano diventando disponibili ovunque commentò: «Siamo alla mercé anche di un solo membro indegno o falso fratello». Vergognosamente ce n’è stato molto più di uno. E descrisse il tempo a venire come un tempo di «buio, di genere diverso rispetto a qualunque altro vi sia stato prima». Possiamo riconoscere questo buio fin troppo facilmente. Ma può Newman offrirci anche una risposta? A tal fine potrà essere utile ritornare alla serie di conversioni.

Anzitutto, sebbene il suo essere accolto nella Chiesa cattolica sia stato importante, la prima conversione di Newman nel 1816 è stata ancor più fondamentale. Fu allora che trovò pace «nel pensiero di due, e solo due, esseri assoluti e luminosamente chiari, io stesso e il mio Creatore». Con ciò intendeva che, anche se avesse voluto dubitare di tutto il resto, sapeva di esistere e credeva nell’esistenza di Dio. Affermando questa relazione tra il mondo visibile e quello invisibile, egli riconosceva, come diremmo noi, la relazione tra il profano e il sacro.

Questa relazione, naturalmente, indica l’incarnazione, rivelata sommamente nel Cristo, il Verbo fatto carne. E il suo schema per Newman si rispecchiava, per esempio, nel suo modo di intendere l’insegnamento. L’insegnamento, dichiarava, era il suo mestiere, ma non gli piaceva l’idea di «due sistemi indipendenti, intellettuale e religioso, che all’improvviso vanno fianco a fianco, per mezzo di una sorta di divisione del lavoro... Voglio che sia la disciplina intellettuale sia quella morale stiano sotto lo stesso tetto». Come le nature divina e umana in Cristo, il sacro e il profano devono essere uniti senza che l’uno o l’altro venga compromesso. Nessuno dei due minaccia l’altro. E la loro unità è essenziale per la loro autenticità.

In secondo luogo, come abbiamo ricordato, la sua vita è stata segnata da grandi sfide, inviti a altre più profonde conversioni. Lasciare la Chiesa d’Inghilterra per Roma gli ha portato pace, ma anche il dolore acuto di separarsi da tanti amici. E, come cattolico, i progetti che è stato invitato a portare avanti e che sono falliti, lo sono stati per mancanza di sostegno. «Da quando sono cattolico — osservò — mi sembra di non aver avuto altro che fallimenti, personalmente». Tuttavia rimase fedele. Nei suoi sermoni anglicani c’è una frase memorabile, che appare quasi profetica: «Piantare la croce di Cristo nel cuore è intenso e impegnativo; ma l’albero maestoso cresce alto, ha bei rami e frutti abbondanti ed è bello da guardare». Egli sperimentò questo piantare intenso e impegnativo, ma continuò a contemplare l’albero maestoso con i suoi bei rami e abbondanti frutti. Stava abbracciando il mistero pasquale.

Quale vita non viene segnata in qualche momento da una grande sfida? Alcuni si fanno talmente assorbire da esserne ossessionati e sopraffatti. Altri, invece, come Newman, rimanendo fedeli, sebbene con delle cicatrici, riemergono in una nuova vita.

E infine, per comprendere la relazione tra il sacro e il profano e far fronte alle sfide più difficili della vita, abbiamo bisogno dell’occhio della fede. Così come c’è chi sdegna la musica considerandola solo rumore perché non ha orecchio per essa, c’è anche chi sdegna la fede religiosa considerandola insignificante perché non riesce a percepirla. Tuttavia, come ha osservato Newman, «una mente religiosa deve sempre dominare molte cose che sono incerte per quella non religiosa». Hanno altri segni davanti a loro.

Non esiste una risposta intelligente alla mancanza di fede religiosa nel mondo d’oggi. Ma quanti seguono il cammino di Newman possono incominciare a contrastarla coltivando dentro di loro una comprensione della relazione tra il sacro e il profano, abbracciando con amore le oscure sconfitte della vita per scoprire una vita nuova, e apprezzando e sviluppando una percettività adeguata alla fede. La testimonianza di Newman ha ancora molto da insegnarci.

http://www.osservatoreromano.va/it/news/la-conversione-dura-tutta-la-vita

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