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La Chiesa e la Cina. Un messaggio universale non può avere confini, di Riccardo Cristiano

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 19/03/2019 08:52
Si può considerare l’apertura vaticana alla Repubblica Popolare Cinese come la più grande sfida culturale del tempo presente, la più grande opportunità offerta al cristianesimo di farsi nuovo collante di una fratellanza universale…

Premesso che proprio un secolo fa Benedetto XV firmava la lettera apostolica Maximum Illud, il segretario di stato vaticano Parolin ne ricorda l’essenza: le missioni non sono un’estensione della cristianità occidentale, ma l’espressione di una Chiesa che vuole essere veramente universale. E quella lettera era un messaggio rivolto anzitutto alla Cina.

Per capire appieno occorre tener presente che c’è un passato non tanto ignorato, quanto rimosso. È quello del cristianesimo cinese, un cristianesimo che si esprimeva attraversi simboli tutti suoi, peculiari, come l’unione del fiore di loto e del crocifisso. Questo cristianesimo è stato dimenticato, come la sua felice convivenza nei secoli antichi, precedenti i grandi concilii che definirono la famosa ortodossia bizantina, poco incline – per così dire - ad accettare chi da allora divenne eretico. Questa storia dimenticata dimostra come il cristianesimo dei primi secoli, fiorente in tutto l’Oriente, anche in Cina, abbia saputo vivere e convivere con sistemi filosofici diversi da quello greco e latino. La vita culturale cristiana dimostrò a quel tempo di poter essere profonda e ricca in contesti filosofici e culturali non “europei”, ma buddhisti, confuciani e ancora.

La grande storia nestoriana non ha oggi epigoni, eppure ha un grande valore, un significato globale che non va trascurato, anzi, andrebbe riscoperto. Un passo necessario per avviare questa riscoperta non è certo quello di tornare al nestorianesimo, ma capire la non estraneità della fede cristiana a universi filosofico-culturali diversi dal nostro. Immaginare confini come “antemurales christianitatis” lo impedisce. Un messaggio universale non può avere confini, neanche politici. Discutere un sistema a partito unico, ad esempio, è naturale per una religione che crede nella pluralità di ogni identità e non può accettare confini alla libertà di pensiero. Proprio per questo la libertà religiosa in Paesi simili è fondamentale, perché è una premessa per arrivare alla libertà di pensiero. Concepire invece una Chiesa come nemica di un sistema e soprattutto alleata dei suoi nemici è il peggior viatico all’assolutizzazione del sistema a partito unico, o del pensiero unico. È poi di superiore valore questo discorso se riferito al caso cinese dove l’imperatore, poi segretario generale generale del partito, è il figlio del cielo. E che il figlio del cielo riconosca il vescovo di Roma a capo della Chiesa cinese è un fatto gigantesco.

Si può considerare l’apertura vaticana alla Repubblica Popolare Cinese come la più grande sfida culturale del tempo presente, la più grande opportunità offerta al cristianesimo di farsi nuovo collante di una fratellanza universale. Va letta così, a mio avviso, la prefazione del cardinale Pietro Parolin, segretario di stato vaticano, al nuovo libro di padre Antonio Spadaro, “La Chiesa in Cina, un futuro da scrivere.” 

Per scrivere qualsiasi futuro bisogno tener presente presente e passato, e così il cardinale Parolin osserva correttamente: “Senza nulla tralasciare del tesoro spirituale delle comunità cattoliche locali, e specialmente facendosi carico delle gravi sofferenze e incomprensioni vissute dai cattolici cinesi nel corso di tanti anni, siamo chiamati a fare memoria e, insieme, a scrivere una pagina nuova per il futuro della Chiesa in Cina”.

Questo futuro è innanzitutto cura per i cristiani che ci sono e infatti il cardinale Parolin aggiunge: “Proprio al fine di sostenere l’annuncio del Vangelo in Cina, l’8 settembre 2018 il Santo Padre Francesco ha accolto nella piena comunione i restanti sette Vescovi “ufficiali” ordinati senza mandato pontificio. Così, dopo tanti decenni, tutti i Vescovi in Cina sono oggi in comunione con il Sommo Pontefice”, sottolinea, ricordando anche la successiva partecipazione, per la prima volta, di due vescovi della Cina continentale al Sinodo dell’ottobre scorso. La Chiesa in Cina ha bisogno di “unità”, di “fiducia” e di “un nuovo slancio pastorale”. Quindi restano problemi aperti, non a caso l’accordo sulla nomina dei Vescovi del 22 settembre 2018 è ancora provvisorio. Per Parolin l’urgenza è il cammino dell’unità non ancora interamente compiuto e la riconciliazione tra i cattolici cinesi e le rispettive comunità. Da qui l’urgenza anche in Cina – dice – dell’avvio di un “cammino serio di purificazione della memoria”.

Traspare qui un problema evidente: chi ha ostacolato o ostacola il cammino non certo facile di questo disgelo ha a cuore la situazione e la vita reale dei cristiani cinesi e dei loro connazionali o la trasformazione del cristianesimo cinese in un’ideologia? Il dubbio è reso legittimo dal fatto che un’intesa non può avere un orizzonte limitato all’oggi, alla miglior cura del presente: la Santa Sede si augura di poter collaborare con la Cina anche sui temi della pace, dell’ambiente, dell’incontro tra le culture, “favorendo la pace e aspirando al bene dell’umanità”. La Chiesa “non dimentica il sacrificio di tanti suoi figli in Cina, ma proprio guardando al loro esempio si interroga sui modi più opportuni per raggiungere coloro che ancora non conoscono la Buona Novella e si attendono una testimonianza più alta da parte di quanti portano il nome cristiano”.

“L’urgenza dell’evangelizzazione offre anche una prospettiva capace di superare molte questioni particolari indirizzandole verso un approccio unitario, in cui teologia, diritto e pastorale – non esclusa pure la diplomazia – si fondano in modo creativo e costruttivo. È sotto gli occhi di tutti che, anche oggi, la sollecitudine del papa per la Chiesa e il Popolo cinesi incontra ancora resistenze e opposizioni.” Che alcune di queste resistenze e opposizioni siano presenti tanto nel regime cinese quanto nelle gerarchie è evidente. Gli opposti sono sovente molto diversi, ma i loro nemici sono facilmente gli stessi.

https://formiche.net/2019/03/cina-chiesa-messaggio-universale/

Papa Francesco e la “sua” Via della Seta, di Domenico Delle Foglie

Se “la Santa sede si augura di poter collaborare con la Cina anche sui temi della pace, dell’ambiente, dell’incontro tra le culture, favorendo la pace e aspirando al bene dell’umanità”, restano in primo piano le finalità primarie della Chiesa cattolica: salus animarum e libertas ecclesiae. Un monito anche per Paesi come l’Italia che si giocano il futuro con la Cina: servono visione e valori grandi...

Provate a immaginare lo stupore dell’opinione pubblica internazionale se un giorno lontano un Papa dovesse aprire la Porta Santa di un Giubileo in Cina, così come Francesco ha fatto nel 2015 a Bangui nel cuore dell’Africa. Quel giorno forse si ricorderà Papa Francesco che la sua personalissima “Via della Seta” l’ha prima sognata, poi preparata e infine avviata.

Che l’apertura alla Cina, il colosso asiatico, fosse un sogno di Francesco, lo abbiamo capito sin dai primi passi del suo pontificato segnato dal cambiamento. Di sicuro ne parlò in occasione del suo viaggio apostolico, nel 2014, in Corea del Sud. Il terzo in assoluto del suo inizio pontificato, dopo il Brasile e la Terra Santa. Una scelta, quella del continente asiatico, che aprì uno squarcio sulla visione geopolitica del Papa argentino. Nel colloquio in aereo con i giornalisti, rispondendo a una domanda del vaticanista della Rai Fabio Zavattaro, Francesco rivelava: “Quando stavamo per entrare nello spazio aereo cinese, io ero nel cockpit (cabina di pilotaggio n.d.r.) con i piloti, e uno di loro mi ha fatto vedere lì un registro e ha detto: ‘Mancano dieci minuti per entrare nello spazio aereo cinese, dobbiamo chiedere l’autorizzazione. Si chiede sempre, è una cosa normale, ad ogni Paese si chiede’. E ho sentito come chiedevano l’autorizzazione, come si rispondeva… Sono stato testimone di questo. E il pilota ha detto: ‘Adesso va il telegramma’, ma non so come abbiano fatto. Così… Poi mi sono congedato da loro, sono tornato al mio posto e ho pregato tanto per quel grande e nobile popolo cinese, un popolo saggio… Penso ai grandi saggi cinesi, una storia di scienza, di saggezza…  Anche i gesuiti: abbiamo storia lì, con padre Ricci… E tutte queste cose venivano da me. Se io ho voglia di andare in Cina? Ma sicuro: domani! Eh, sì. Noi rispettiamo il popolo cinese; soltanto, la Chiesa chiede libertà per la sua missione, per il suo lavoro; nessun’altra condizione”.

Quelle parole non sfuggirono ai commentatori di cose vaticane, così come non era un caso che per la prima volta venisse concesso a un pontefice di attraversare lo spazio aereo cinese. Permesso non attribuito a Giovanni Paolo II, nel lontano 1989. Così come non poteva passare inosservata l’accoglienza positiva, da parte del regime cinese, del telegramma papale di saluto. Per non dire di una singolare circostanza: Francesco eletto Papa un giorno prima (13 marzo del 2013) dell’elezione di Xi Jinping (14 marzo dello stesso anno) alla presidenza della Repubblica popolare cinese. Due uomini nuovi per gestire, se possibile, un tempo nuovo dei rapporti fra la Chiesa cattolica e l’impero cinese.

Poi la lunga fase di preparazione e di dialogo sotterraneo fra le delegazioni delle due parti, sino al clamoroso “Accordo provvisorio” che ha sancito il riavvicinamento della Chiesa patriottica cinese alla Chiesa di Roma, l’accoglienza nella piena comunione dei vescovi “ufficiali” ordinati senza mandato pontificio e l’intesa sulle future nomine dei vescovi. Accordo strenuamente voluto e difeso dallo stesso Francesco che nel recente viaggio di rientro dai Paesi Baltici ha speso parole chiare: “Voi sapete che quando si fa un accordo di pace, ambedue le parti perdono qualcosa. Questa è la legge: ambedue le parti. Si è andati con due passi avanti, uno indietro… due avanti e uno indietro. Poi mesi senza parlarsi. È il tempo di Dio che assomiglia al tempo cinese. Lentamente, la saggezza dei cinesi… L’accordo l’ho firmato io, le lettere plenipotenziarie le ho firmate io. Io sono il responsabile, gli altri hanno lavorato per più di dieci anni. Non è un’improvvisazione, è un vero cammino”.

Quando il Papa parla della Cina, il pensiero va subito al lavoro paziente del Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. E ancora a lui bisogna fare riferimento per immaginare il futuro dei rapporti della Santa Sede con il gigante asiatico. Se, come spiega Parolin nella prefazione al libro di padre Antonio Spadaro (“La Chiesa in Cina. Un futuro da scrivere”), “la Santa sede si augura di poter collaborare con la Cina anche sui temi della pace, dell’ambiente, dell’incontro tra le culture, favorendo la pace e aspirando al bene dell’umanità”, restano in primo piano le finalità primarie della Chiesa cattolica: salus animarum e libertas ecclesiae.

Ecco, non possiamo dubitare della fermezza della Chiesa cattolica romana nel difendere la salvezza delle anime e la libertà religiosa. Tutto questo dovrebbe tranquillizzare i credenti che fanno fatica ad accettare l’Accordo pensando alle sofferenze e alle persecuzioni patite dai cristiani in Cina. Ma dovrebbe essere di monito anche per quanti con faciloneria profetizzano l’incontro fra Xi Jinping e il Papa come una sorta di legittimazione dei governanti cinesi agli occhi del mondo.

La verità è che la Cina è divenuta la superpotenza mondiale che tutti conosciamo e con la quale bisogna fare i conti. Ma proprio per questo gli altri Paesi, Italia compresa, hanno forse qualcosa da imparare dalle intese diplomatiche di cui abbiamo parlato: quali sono i grandi valori che, ad esempio, spingono un Paese come l’Italia a facilitare la Via della Seta? I commerci non sono garanzia assoluta né di pace né di benessere. Gli aiuti finanziari non lo sono da meno, anzi talvolta possono rivelarsi delle pericolose trappole egemoniche. Forse varrebbe la pena giocare una partita così grande, come quella del corridoio transcontinentale promosso da Pechino, con una visione coraggiosa dell’uomo e dei suoi diritti fondamentali. Una visione che forse abbiamo solo dimenticato, presi come siamo dalle nostre beghe di cortile. Per questa ragione va seguita con interesse la visita di Xi Jinping (dal 21 al 23 marzo) nel nostro Paese. Se poi coglierà l’occasione per incontrare Papa Francesco, o solo per rivolgergli un pensiero, sarà tutta storia da raccontare. Dal canto suo, Francesco non abbandonerà mai il sogno del gesuita e servo di Dio Matteo Ricci (1552 Macerata – 1610 Pechino), di far risuonare nel “Regno di Mezzo” il canto della fede cristiana con parole e suoni cinesi.

https://formiche.net/2019/03/papa-francesco-la-sua-via-della-seta/

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