Tu sei qui: Home / Meditando / In articoli e commenti, scelti da noi / La cattiva notizia è che la cancel culture esiste eccome, di Raffaele Alberto Ventura

La cattiva notizia è che la cancel culture esiste eccome, di Raffaele Alberto Ventura

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 12/05/2021 17:54
La “buona” è che, in una società fatta di disuguaglianze e tensioni, la spinta a pacificare il linguaggio è inevitabile. Con buona pace dei debunker, quando si parla di pol. corr. e cancel culture non si parla di allucinazioni: è il mondo in cui viviamo…

I debunker non hanno dubbi: il politicamente corretto assolutamente non esiste, è soltanto un mito — ma tu intanto smettila subito di dire questo e quello. Per cominciare smettila di parlare di politicamente corretto, che è un mito di destra, anzi di estrema destra, e a furia di parlarne potremmo iniziare a pensare male di te. Al sapere oggettivo, neutrale, post-politico dei debunker non ci si può che inchinare, ma se le cose stanno così allora com’è possibile che per tante altre persone il politicamente corretto (qualsiasi cosa sia) invece esista, e anzi sia percepito come un problema rilevante? La risposta breve è che la questione non riguarda se si possa o non si possa dire più nulla in assoluto, bensì la manifestazione dello scarto tra quello che viene tollerato in certi contesti comunicativi e quello che viene sanzionato in altri. 

Uno scarto reso visibile dalla circolazione incontrollata dei contenuti, che crea continue frizioni e al termine del ciclo delle decontestualizzazioni porta un Enrico Mentana ad affermare che “la cancel culture è come il nazismo”. Mentre un’intera generazione di giornalisti affermati sta perdendo il senso della misura, noi possiamo facilmente continuare a ripetere che non stiamo assistendo a nessun fenomeno sociale rilevante; oppure possiamo ammettere che qualcosa sta accadendo.

Ogni rapporto di potere impone il suo ordine del discorso, direbbe Foucault. Nel dibattito importato dagli Stati Uniti d’America si parla di politicamente corretto per indicare l’insieme dei dispositivi di censura e autocensura che regolano gli atti comunicativi, mentre con cancel culture si fa riferimento al sistema di sanzioni formali o informali, dall’alto e più spesso dal basso, che realizzano questa regolazione. In un paese come l’Italia rari casi di cancellazione (più spesso riguardanti la blasfemia) convivono con la generale impunità degli eccessi razzisti e sessisti più truculenti. 

Non sfuggirà tuttavia agli osservatori più acuti che gran parte dei nostri consumi culturali e scambi comunicativi sono mediati da aziende che non hanno sede in Italia, da Facebook a Netflix, con le loro politiche aziendali tarate sul fuso orario della Silicon Valley. Vero è che gran parte di chi tuona contro il politicamente corretto da Trieste in giù non ne ha mai subito direttamente gli effetti: perlopiù si limita a commentare notizie venute dall’estero e dal mondo universitario, spesso deformate. In effetti, poiché le trasformazioni culturali si manifestano principalmente attraverso segnali deboli, per penetrare nel dibattito pubblico i singoli fatti isolati devono essere amplificati e collegati entro delle narrazioni. Il risultato è che si discute spesso di fatti irreali che poco a poco si accumulano in grandiose cattedrali di paranoia. Cionondimeno, con buona pace dei debunker, quei segnali deboli ci dicono tre cose molto importanti.

Primo. Non assistiamo forse, quotidianamente, a ondate di indignazione, protesta, rabbia, talvolta panico morale sui social media? Il fenomeno, trasversale a destra e sinistra, laici e credenti, minoranze e maggioranze, può riguardare l’adattamento di un fumetto di supereroi o la rappresentazione di una divinità, l’impiego di una certa parola o l’interpretazione di una battuta, l’esistenza di una statua o un dettaglio presente in un libro scolastico, la scoperta di un dettaglio scabroso nel passato di una persona o nella storia di un paese. Non serve produrre un contenuto razzista o sessista per indignare qualcuno da qualche parte, basta un malinteso. Con i social media siamo passati dall’esistere in uno spazio pubblico, nel quale eravamo esposti al giudizio di una sfera ristretta di persone, a una condizione di iper-pubblicità nella quale ogni traccia che lasciamo può potenzialmente raggiungere il mondo intero.

A ognuno di noi sono promessi nella vita, rovesciando Warhol, almeno 15 minuti d’infamia. Le aziende lo sanno, e sono portate a curare con maggiore attenzione la loro comunicazione. Insomma, “non si può più dire niente”…. senza fare i conti con le conseguenze di quello che diciamo, sottoposto a ogni forma di deformazione, montaggio, semplificazione, rovesciamento, decontestualizzazione. Prova ne sia il modo in cui notizie d’oltreoceano più o meno anedottiche, baci a Biancaneve inclusi, finiscono nel tritacarne mediatico. Inevitabilmente questo feedback incentiva dei riflessi di censura e autocensura per evitarne le conseguenze — il politicamente corretto, appunto. Che però non esiste, non sia mai.

Secondo. Non è forse vero che negli ultimi decenni le sensibilità sono cambiate su temi come il razzismo e il sessismo? Inclusione e diversità non sono effettivamente priorità rivendicate dalle grandi aziende multinazionali? Non si discute, tra intellettuali e attivisti, della rimozione di statue e simboli a causa del messaggio che portano, o della ridefinizione del canone letterario su basi più inclusive? È il risultato di una maggiore rappresentazione delle minoranze in seno alla classe media e al settore terziario, che ha finalmente prodotto delle rivendicazioni di ordine simbolico: dopo il pane le rose, e quindi riconoscimento. Si parla di abolire dei privilegi linguistici che rispecchiano dei privilegi effettivi. Se si prende questo programma sul serio, non c’è da stupirsi che susciti una viva reazione, mista di timore, incomprensione, risentimento e rabbia, da parte della classe media occidentale già posta di fronte alla certezza del suo declassamento e ora intimata di liberare spazi professionali e memoriali. Le battaglie culturali — e quella che stiamo vivendo è indubbiamente tale — riguardano da sempre la scelta di quello che deve essere trasmesso e quello che non deve esserlo, talvolta persino finendo distrutto. Insomma queste guerre si combattono a colpi di cancel culture. Che però non esiste, figuriamoci.

Terzo. È solo un mito che negli Stati Uniti o nel Regno Unito diverse persone abbiano subito conseguenze lavorative, talvolta perso il posto, per dei tweet? Questo sicuramente non sarebbe successo trent’anni fa e la principale ragione è semplice quanto banale: beh, non esisteva Twitter. Ma in un contesto in cui ormai Twitter esiste, assieme a decine di altri strumenti per riprodurre e diffondere contenuti, ne risente la reputazione di ognuno, e in particolare di chi ha ruoli pubblici e istituzionali. La complessa padronanza dei codici linguistici della società multiculturale – con le sue parole da dire e da non dire, i suoi neologismi, le sue accortezze – è già oggi un criterio di selezione delle élite internazionali. Quale azienda o istituzione vorrebbe un manager che le tira addosso uno shitstorm perché non hai mai sentito parlare di deadnaming o di blackfishing? Il “politicamente scorretto” rivendicato dai commentatori italiani verrebbe immediatamente sanzionato (assieme a molte gaffe dettate da sincero provincialismo) in altri contesti intellettuali e professionali. Che le élite italiane siano estranee a questi trend è precisamente il segnale che si sono sganciate, assieme all’intero paese, dal treno della modernizzazione. In questo senso la correttezza politica non è un merito innato bensì niente di meno che una competenza acquisita. Sostenere che non esista risponde a un tipico rovesciamento ideologico, ovvero presentare come naturali e autoevidenti quelle che sono convenzioni sociali, e neutrali i processi di selezione meritocratica.

Ora proviamo a riassumere quello che ci dicono i segnali deboli e deformati che arrivano in Italia dai centri del potere mondiale: quando parliamo di politicamente corretto non stiamo evocando un’allucinazione o un mito di destra, ma una condizione storica del tutto inedita – anche se per certi aspetti simile a quella della Riforma protestante – determinata contemporaneamente da una mutazione radicale della sfera comunicativa per effetto di una trasformazione tecnologica, da un conflitto sul canone culturale determinato dall’accesso di nuove minoranze nelle file della classe media, nonché da un aggiornamento dei codici di comportamento e selezione delle élite manageriali. Mito, allucinazione, o vera e propria rivoluzione?

Il politicamente corretto non solo esiste, ma è inevitabile. Una realtà multiculturale, ovvero composta da comunità di parlanti che padroneggiano codici linguistici differenti, seguono regole morali diverse, portano memorie di oppressione divergenti, non può sopportare senza traumi la circolazione incontrollata dei segni. Una società solcata da diseguaglianze e tensioni non può esporsi alla permanente eccitazione delle ostilità. Di fronte alla prospettiva di una pandemia di segni fuori controllo, il politicamente corretto appare come la sola igiene linguistica adatta a limitare i conflitti. A pieno regime, nei contesti in cui opera, la sua logica governamentale non consiste nel disciplinare la parola pubblica vietandola, ma circoscrivendola in spazi specifici e sottoponendola a incentivi reputazionali: il massimo grado di libertà linguistica si paga con l’esclusione da certe carriere e posizioni internazionali.

La consapevolezza che il codice serva a legittimare delle ineguaglianze di status è la causa più evidente del risentimento che suscita da parte di quei segmenti della popolazione, come classi popolari e minoranze etnico-religiose, condannati alla subalternità culturale dalla propria incontinenza linguistica. Per arginare ogni contestazione del dispositivo, è dunque funzionale l’operazione ideologica di neutralizzazione e depoliticizzazione della questione operata dai debunker: meno si discute del politicamente corretto, preservando la finzione tecnocratica su cui si fonda, meno conflitti rischiano di sorgere. 

Tutto bene allora? Sfortunatamente no, perché le tensioni politiche soggiacenti non possono mai essere del tutto cancellate.

Siamo cresciuti in un mondo in cui la libertà d’espressione era considerata come un diritto fondamentale. Gli eroi che veneriamo sono filosofi e scienziati che hanno avuto il coraggio di gridare ciò che gli si imponeva di tacere: Socrate, Ipazia, Giordano Bruno, Galileo, Voltaire fino ai numerosi scrittori, registi, musicisti che nel Dopoguerra si sono scontrati con la censura. Forse per essere stati troppo zitti prima, noi figli dell’Illuminismo consideriamo che solo dicendo, scrivendo, disegnando, cantando quello che ci passa per la testa, insomma mettendo alla prova il grado di libertà di cui godiamo, possiamo dare un senso alla nostra vita ed essere pienamente quello che siamo.

Dopo gli anni Sessanta la provocazione fine a sé stessa era diventata un genere artistico a sé stante, partendo da Charlie Hebdo e Sid Vicious per arrivare ai monologhi degli umoristi nazionalpopolari. Ma questi valori, tipici della vecchia società borghese e culturalmente uniforme, non sono compatibili con l’infrastruttura comunicativa che abbiamo costruito: un immenso acceleratore di particelle che fa collidere tra loro fasci di parlanti sotto forma di urti violenti. Questa nuova condizione potenzialmente catastrofica deve essere amministrata all’interno di un nuovo ordine del discorso. Anche in passato, nella polis greca come ai tempi delle guerre di religione europee, gli editti di pacificazione prevedevano come prima cosa la cancellazione della memoria e dei segni che rischiassero di rinfocolare le tensioni. Se saremo progressivamente costretti a rimuovere statue per sostituirle con astratti monumenti alla vittime di tutte le guerre, è perché abbiamo scoperto che non esistono segni davvero universali; essi stanno lì come testimonianze efficaci di rapporti di potere, immuni da ritorsioni materiali solo fintanto che lo spazio è pacificato per mezzo del monopolio della violenza.

La promessa universale di sicurezza su cui si fonda l’ordine politico moderno – “bisogna difendere la società”, scriveva sarcasticamente Foucault – ha finito per estendersi alla protezione dai rischi comunicativi. La società del rischio, ce lo ha insegnato la pandemia, è anche una società della precauzione: essa crea le condizioni oggettive che ci vincolano a soluzioni drastiche, gestite nel quadro di un paradigma tecnocratico. Via via che le contraddizioni della modernizzazione si fanno più acute, la soluzione obbligata per ogni problema finisce per essere indistinguibile da una reductio ad absurdum dell’intera storia del progresso. I mandarini del Celeste Impero dovevano memorizzare migliaia di ideogrammi per svolgere correttamente le loro mansioni; i nuovissimi mandarini di cui la nostra società frammentata ha bisogno potranno ben fare le sforzo di assimilare, e aggiornare in permanenza, il pur complesso manuale delle differenze, delle identità, delle memorie, dei traumi, delle parole da dire e da non dire. Ci eravamo convinti che la nostra libertà fosse inoffensiva, come se esprimersi potesse talvolta produrre sul mondo dei risultati positivi ma assolutamente mai degli effetti negativi.

Questo vecchio mondo — in fondo durato pochissimo, semplice parentesi di spensieratezza propria di una società opulenta e pacificata —  è ormai finito. Sopravviverà solo chi saprà adattarsi. Per molti di noi è già tardi. Per questo mi preme chiedere ai debunker, prima di essere cancellato: che cosa diavolo è il blackfishing?

https://www.wired.it/play/cultura/2021/05/10/cancel-culture-esiste-debunker-politicamente-corretto/

Azioni sul documento
  • Stampa
La Vignetta, di Martina Losito

"La disoccupazione"

La vignetta, di Martina Losito 

*Martina Losito, studentessa di ingegneria energetica presso il Politecnico di Milano.

Pubblicando, i testi di Cercasi un fine

Formare alla politica. L'esperienza di Cercasi un fine

Nasce la nuova collana I libri di Cercasi un fine in coedizione con Magma Edizioni. Il primo volume sul metodo educativo e la storia di Cercasi un fine...


Potere e partecipazione. Un'esperienza locale di amministrazione condivisa, di S. Di Liso, D. Lomazzo

Sesto libro della collana di Cercasi un fine


La salute nella e oltre la leggeLa salute nella e oltre la legge. Sfide odierne, di F. Anelli e G. Ferrara

 Quinto libro della collana di Cercasi un fine


Attrezzarsi per la città

Attrezzarsi per la città. Laboratori di formAZIONE socio-politica, di M. Natale

Questo libro, quarto della collana di Cercasi un fine, racconta un’idea, diventata poi una esperienza, basata sulla convinzione che si possa, anzi si debba, progettare...


 

Meditando in video
Un video per scoprire le nostre attività: scuole di politica, giornale e sito web, collana di libri, incontri e seminari, scuola di italiano per stranieri... benvenuti in Cercasi un fine!
Cercasi un fine. Presentandoci
2020
13th of January 2020, BBC interviews our Director Rocco D'Ambrosio on the case of the book of Ratzinger-Sarah
Il nostro direttore Rocco D'Ambrosio intervistato dalla BBC
2020
Di più…
Il 5 x mille per CuF


Sapete quanto è prezioso per noi la vostra firma del 5 x mille a nostro favore: con esso realizziamo scuole di formazione sociale e politica, un sito web e un periodico di cultura e politica, insegnamento dell’italiano per cittadini stranieri, incontri, dibattiti…

Basta la tua firma e il numero dell'associazione 91085390721 nel primo riquadro sul volontariato. 

I nostri amici stranieri

Cercasi un fine organizza degli incontri settimanali di dialogo tra culture e insegnamento della lingua italiana per stranieri.

Maggiori info >>>

centro di ascolto.jpg

Associandoci

logo-barchetta.jpg
Cercasi un fine
è insieme un periodico, un’associazione onlus, di promozione sociale, iscritta all’albo regionale della Puglia, fondata nel 2008, con attività che risalgono a partire dal 2002, una rete di scuole di formazione politica, un gruppo di amici stranieri e volontari per l'insegnamento della lingua italiana. Vi partecipano credenti cristiani e donne e uomini di diverse culture e religioni, accomunati dall’impegno per una società più giusta, pacifica e bella.

Una presentazione sintetica delle nostre attività la trovi nel video qui 

altre info su

presentandoci
cercasi una casa
sostenendoci

con carta di credito o PayPal

Leggendo il giornale

E' in distribuzione Cercasi un fine n. 123
(2021- Anno XVII)

quadratino rosso Tema: Rinascita

Scrivendo per il giornale

Se volete scrivere per il giornale:
direttore@cercasiunfine.it


 

 listing Il n. 124 è su Il Pianeta che vogliamo (1. Che rapporto c'è tra la pandemia e la situazione ambientale? 2. Nuove politiche industriali e del lavoro e impatto sull'ambiente? 3. Cosa cambiare negli stili di vita? 4. Quale il contributo delle religioni?); in preparazione. 

 listing Il n. 125 è sulla Repubblica "post Covid e tante risorse"  Testi da inviare da entro 31 agosto 2021.

Se avete qualcosa da proporci su qualcuno di questi temi siamo ben lieti di accoglierlo. Accettiamo anche contributi in altre lingue.