Tu sei qui: Home / Meditando / In articoli e commenti, scelti da noi / La battaglia dei geni, di Guglielmo Brayda

La battaglia dei geni, di Guglielmo Brayda

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 06/03/2021 09:05
Nell’era industriale l’economia è nelle mani di chi detiene oro e petrolio; il futuro è nel controllo dei geni. Le aziende di biotecnologia stanno privatizzando il patrimonio genetico della terra, che dovrebbe essere un bene comune. La guerra è cominciata da tempo…

I geni, i brevetti sulla vita, lo screening genetico umano, la chirurgia delle terapie geniche, le nuove correnti culturali, i computer, le teorie evoluzionistiche rivedute e corrette, tutti questi elementi stanno cominciando a riprogettare il mondo. Le industrie biotecnologiche sono le forze nuove di questo secolo. Nell’era industriale fu il controllo del petrolio e dei metalli preziosi ad esercitare un potere enorme sull’economia mondiale. Il futuro sarà di quelle forze economiche e politiche che controlleranno le risorse genetiche del pianeta. Le multinazionali biotecnologiche, stanno già percorrendo i continenti da un capo all’altro nella speranza di localizzare microbi, piante, animali ed esseri umani dotati di carattere genetici rari, che in futuro potrebbero avere un valore di mercato. Dopo avere individuato i geni desiderati, le aziende di biotecnologie li modificano e poi cercano di proteggere le loro invenzioni brevettandole. Le competenze tecnologiche necessarie per manipolare questo nuovo filone aurifero si trovano nei laboratori scientifici e nelle sale dei consigli di amministrazione delle grandi imprese del nord del mondo, ma la maggior parte delle risorse essenziali per alimentare questa nuova rivoluzione si trova negli ecosistemi tropicali del sud.

Sembra proprio che sulla terra non vi siano luoghi irraggiungibili per i cacciatori di geni. Nell’aprile del 1997 il “Los Angeles Times” ha riferito di una spedizione scientifica guidata da Noe Zamel, un genetista dell’Università di Toronto e finanziata da una società privata di La Jolla California: la Sequana Therapeutics. La Sequana fa parte di un gruppo di società biotecnologiche che si occupano di prospezioni genetiche. Queste industrie rappresentano l’avanguardia commerciale della rivoluzione biotecnologica emergente. A bordo di un’unità della marina sudafricana, l’équipe della Sequana ha raggiunto l’isolotto vulcanico di Tristan de Cunha, una striscia di terra di 65 chilometri quadrati persa nell’Oceano Atlantico e spesso definita il luogo più isolato del mondo. I suoi abitanti, poche centinaia, discendono dai marinai inglesi che vi sbarcarono per la prima volta nel 1817. Ciò che rendeva interessante la piccola isola e la sua minuscola popolazione agli occhi degli scienziati era il fatto che fosse una popolazione inincrociata e che metà degli abitanti soffrisse di asma. Gli scienziati speravano di trovare il gene o i geni responsabili e quindi di brevettarli. I ricercatori della Sequana hanno prelevato campioni di sangue a 270 dei 300 abitanti dell’isola, e in seguito hanno riferito di avere individuato i due geni possibili responsabili dell’asma. La società si è rifiutata di comunicare le sue scoperte agli altri ricercatori del ramo, che l’hanno accusata di porre considerazioni commerciali al di sopra di tutti i loro interessi, compreso lo sforzo di trovare le cause di questa malattia. Dal canto loro le industrie biotecnologiche come la Sequana, ammettono che la loro attività è rivolta a sfruttare il genoma umano commercialmente e che non potrebbero sperare di produrre profitti se non potessero mantenere l’esclusiva sulle loro ricerche almeno fino a quando vengono brevettate.

Tutte queste società sostengono che il modo migliore per produrre ricerca siano gli incentivi di mercato. Le imprese biotecnologiche sostengono che la tutela del brevetto sia un passo indispensabile se si devono rischiare capitali e anni di ricerca e di sviluppo per mettere sul mercato prodotti nuovi e utili. Ma i paesi del sud obiettano che il vero lavoro di ricerca e sviluppo si è svolto anni prima che gli scienziati scoprissero l’organismo e il gene e a farlo sono stati gli abitanti dei villaggi e gli agricoltori i quali hanno isolato, potenziato e conservato erbe e piante preziose. Essi rivendicano perciò una qualche forma di compensazione per il loro contributo alla rivoluzione biotecnologica. Intanto aumenta il numero delle associazioni non governative e dei paesi che si schierano su una terza posizione, sostenendo che il patrimonio genetico non dev’essere venduto a nessun prezzo, deve restare un bene comune e continuare a essere utilizzato liberamente dalle generazioni attuali e future.

Il dibattito sui “brevetti sulla vita” è aperto, ma intanto le ricerche delle industrie in regioni sperdute del mondo continuano. I timori espressi da quanti sono contrari a queste ricerche sono emersi la prima volta nel 1993, quando un’organizzazione non governativa la Rural Advancement Foundation International, ha scoperto che il governo degli Stati Uniti aveva chiesto un brevetto americano e internazionale su un virus tratto dalla linea cellulare di una ragazza di 26 anni appartenente alla tribù Guaymi di Panama. Un ricercatore del NIH aveva prelevato un campione di sangue alla donna e ne aveva sviluppato la linea cellulare. Quest’ultima aveva un interesse particolare per i ricercatori del NIH, perché gli indigeni della tribù guaymi, che vive isolata, erano portatori esclusivi di un virus che stimola la produzione di anticorpi che potrebbero rivelarsi utili nella ricerca sull’AIDS e sulla leucemia. Quando sono venuti a sapere della richiesta del brevetto, i rappresentanti dei Guaymi hanno protestato pubblicamente. Il loro presidente si è detto indignato che una istituzione scientifica insigne come il NIH avesse potuto commettere una violazione tanto spudorata della privacy genetica della sua tribù e che il governo statunitense, senza comunicare le proprie intenzioni ai Guaymi, fosse poi giunto a chiedere di brevettare un carattere genetico dei guyami per ricavarne profitti. La protesta ha costretto il governo statunitense a ritirare la richiesta di brevetto. Ma la polemica sul brevetto di geni provenienti da popolazioni indigene tornò a divampare qualche mese dopo, quando il governo americano ha presentato, negli Stati Uniti e in Europa, altre due domande di brevetto su linee cellulari prelevate da abitanti delle Isole Salomone e della Papua New Guinea. Quando il governo delle Salomone ha protestato, l’allora segretario al commercio statunitense Ron Brown, ha risposto seccatamente: “Ai sensi delle nostre leggi, ogni materia connessa con le cellule umane è brevettabile”.

Nel marzo 1995, lo US Patent Office ha rilasciato al dipartimento della Sanità e dei Servizi Umani un brevetto per il virus T-Linfotrofico dell’uomo estratto in Papua che è così diventato la prima linea cellulare umana ricavata da una popolazione indigena ad essere brevettata. Irritati dall’iniziativa americana, un gruppo di nazioni del pacifico meridionale ha proposto di fare del loro territorio una zona franca da brevetti. Come precedente citano la recente storica decisione delle nazioni del mondo di fare dell’Antartide un bene comune di tutto il mondo vietandone lo sfruttamento commerciale. Anche il governo indiano ha espresso profonde riserve sui progetti di ricerca che prevedono l’acquisizione di campioni di sangue. L’India con la sua diversità di culture e con le sue popolazioni incrociate (vige l’usanza di accoppiarsi tra consanguinei) è considerata l’ambiente ideale per le prospezioni genetiche. In India è possibile trovare le mutazioni corrispondenti a qualsiasi disordine genetico. Nel Bengala occidentale, dove il colera è una minaccia permanente, sembra esistere un folto gruppo di persone immuni da questa malattia. Gli scienziati stanno cercando il gene o i geni responsabili di questo vantaggio genetico, sperando di mettere a punto una nuova cura contro il colera. Nel gennaio 1996 la Indian Society of Human Genetics (ISHG) ha emanato una serie di direttive con cui, nell’attesa di accordi formali fra le parti, si proibiva il trasporto di sangue, linee cellulari, dna, materiali scheletrici, fossili. Inoltre ha dichiarato che in ogni progetto si dovranno specificare: gli obiettivi e gli utili materiali ed economici che si prevede di trarne e come saranno ripartiti. Questo sulla scia di rivelazioni secondo cui gli NIH stavano appropriandosi illegalmente di dna di campioni di sangue di pazienti ricoverati in cliniche oculistiche private di tutta l’India, senza avere chiesto la necessaria autorizzazione a fare uscire i campioni dal paese. I ricercatori erano sulle tracce dei geni che provocano la retinite pigmentosa, meglio nota come nictalopia o cecità notturna. Il ministero della Sanità indiano ha puntualizzato che il progetto di ricerca avrebbe dovuto essergli notificato in precedenza, poiché le leggi indiane proibiscono l’esportazione di materiali biologici senza il permesso della ISHG.

Ma gli abitanti del sud del mondo non sono le uniche persone le cui linee cellulari vengono brevettate da imprese commerciali. 1984, California, UCLA: John Moore, uomo d’affari dell’Alaska si ricovera in ospedale per una rara forma di tumore. Un medico e ricercatore universitario che partecipa al trattamento di Moore, scopre che il tessuto della milza dell’uomo produce una proteina del sangue che favorisce l’aumento di certi globuli bianchi che sono dei preziosi agenti antitumorali. A partire dalla milza di Moore, l’università si mette a creare una linea cellulare ed ottiene il brevetto della sua invenzione. Il tutto all’insaputa di Moore. 1985: Moore viene a sapere che parti del suo corpo sono state brevettate da UCLA e che la licenza è stata concessa alla casa farmaceutica Sandoz. Moore fa causa alla UCLA per rivendicare il diritto all’esclusiva dei propri tessuti. 1990: la corte suprema dello stato della California emette un verdetto sfavorevole a Moore, sostenendo che egli non ha alcun diritto esclusivo sui tessuti del proprio corpo. La corte appoggia l’istanza principale dell’università e cioè che la linea cellulare non è di proprietà esclusiva di Moore.

Le inaudite implicazioni di una privatizzazione del corpo umano sono illustrate in modo quanto mia efficace dal caso del brevetto concesso dall’ufficio europeo dei brevetti alla Biocyte. Il brevetto riconosce all’azienda americana il diritto di proprietà su tutte le cellule ematiche estratte dal cordone ombelicale dei neonati, per qualsiasi fine terapeutico vengano utilizzati. Tale brevetto è talmente ampio da consentire alla sola Biocyte di negare l’uso di qualsiasi cellula ematica proveniente dal cordone ombelicale a chiunque, privato o istituzione, non sia disposto a pagare i relativi diritti. Si noti che le cellule ematiche estratte dal cordone ombelicale sono particolarmente importanti per i trapianti di midollo, ragione per cui sono assai ricercate e costose. Si noti inoltre che il brevetto in questione è stato concesso soltanto perché la Biocyte era riuscita a isolare tali cellule e a surgelarle: la società cioè non aveva apportato alcuna modifica al materiale ematico. Ciononostante può esercitare un controllo assoluto su questa parte del corpo umano.

La corsa delle imprese ad assicurarsi il brevetto del patrimonio genetico dell’uomo, ha subito una significativa accelerazione soprattutto nel corso degli ultimi anni, grazie al Progetto Genoma iniziato dal prof. Dulbecco e ai grandi progressi compiuti sul piano della mappatura e lettura della sequenza dei circa 100.000 geni che lo compongono. Purtroppo succede spesso che, non appena un gene viene identificato, il suo scopritore si affretti a brevettarlo, anche prima di conoscerne la funzione o il ruolo. 1991: Craig Venter capo dell’équipe di ricercatori degli NIH impegnati nella mappatura del genoma, dà le dimissioni dal suo incarico statale per andare a dirigere un’industria genomica il cui capitale iniziale supera i 70 milioni di dollari. Venter presenta richieste di brevetto su oltre 2000 geni del cervello umano. La comunità scientifica rimane turbata dal fatto che Venter chiede brevetti sui geni ancor prima di conoscerne la funzione. Watson uno degli scopritori della doppia elica del DNA ha definito una follia la richiesta di Venter. Molti ricercatori che lavorano alla mappatura del genoma reagiscono con rabbia ed indignazione e accusano Venter di cercare di trarre profitto da ricerche i cui finanziamenti iniziali provenivano dai contributi americani. Comunque è probabile che nel giro di neanche 10 anni, quasi tutti i centomila geni che costituiscono il retaggio genetico della nostra specie saranno brevettati, il che ne farà una proprietà esclusiva delle industrie farmaceutiche, chimiche, agro e biotecnologiche globali. I quesiti su cui discuteremo sorgeranno dall’uso delle colture transgeniche, dalla loro sicurezza intrinseca o dall’impatto che potranno avere sulla biodiversità. La battaglia per fare sì che il patrimonio genetico della terra possa rimanere un bene comune e non venga sfruttato a fini commerciali diventerà una delle cause cruciali dell’era a cui andiamo incontro. E i diritti genetici diventeranno probabilmente la questione politica cruciale di questo secolo delle biotecnologie.

https://www.lintellettualedissidente.it/inevidenza/battaglia-geni/

Azioni sul documento
  • Stampa
archiviato sotto: , , ,
La Vignetta, di Martina Losito

"Il bene più prezioso"

Vignetta di Martina Losito 

*Martina Losito, studentessa di ingegneria energetica presso il Politecnico di Milano.

Pubblicando, i testi di Cercasi un fine

Formare alla politica. L'esperienza di Cercasi un fine

Nasce la nuova collana I libri di Cercasi un fine in coedizione con Magma Edizioni. Il primo volume sul metodo educativo e la storia di Cercasi un fine...


Potere e partecipazione. Un'esperienza locale di amministrazione condivisa, di S. Di Liso, D. Lomazzo

Sesto libro della collana di Cercasi un fine


La salute nella e oltre la leggeLa salute nella e oltre la legge. Sfide odierne, di F. Anelli e G. Ferrara

 Quinto libro della collana di Cercasi un fine


Attrezzarsi per la città

Attrezzarsi per la città. Laboratori di formAZIONE socio-politica, di M. Natale

Questo libro, quarto della collana di Cercasi un fine, racconta un’idea, diventata poi una esperienza, basata sulla convinzione che si possa, anzi si debba, progettare...


 

Meditando in video
Un video per scoprire le nostre attività: scuole di politica, giornale e sito web, collana di libri, incontri e seminari, scuola di italiano per stranieri... benvenuti in Cercasi un fine!
Cercasi un fine. Presentandoci
2020
13th of January 2020, BBC interviews our Director Rocco D'Ambrosio on the case of the book of Ratzinger-Sarah
Il nostro direttore Rocco D'Ambrosio intervistato dalla BBC
2020
Di più…
I nostri amici stranieri

Cercasi un fine organizza degli incontri settimanali di dialogo tra culture e insegnamento della lingua italiana per stranieri.

Maggiori info >>>

centro di ascolto.jpg

Associandoci

logo-barchetta.jpg
Cercasi un fine
è insieme un periodico, un’associazione onlus, di promozione sociale, iscritta all’albo regionale della Puglia, fondata nel 2008, con attività che risalgono a partire dal 2002, una rete di scuole di formazione politica, un gruppo di amici stranieri e volontari per l'insegnamento della lingua italiana. Vi partecipano credenti cristiani e donne e uomini di diverse culture e religioni, accomunati dall’impegno per una società più giusta, pacifica e bella.

Una presentazione sintetica delle nostre attività la trovi nel video qui 

altre info su

presentandoci
cercasi una casa
sostenendoci

con carta di credito o PayPal

Leggendo il giornale

E' in distribuzione Cercasi un fine n. 124
(2021- Anno XVII)

quadratino rosso Tema: Pianeta che vogliamo

Scrivendo per il giornale

Se volete scrivere per il giornale:
direttore@cercasiunfine.it


 

 listing Il n. 124 è su Il Pianeta che vogliamo è in distribuzione.

 

 listing Il n. 125 è sulla Repubblica "post Covid e tante risorse"  Testi da inviare da entro 31 agosto 2021.

Se avete qualcosa da proporci su qualcuno di questi temi siamo ben lieti di accoglierlo. Accettiamo anche contributi in altre lingue.