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Come cresce una mafia, di Tizian - Tonacci

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 21/07/2016 18:54
La 'ndrangheta sta diventando in Italia la prima mafia. E' da comprendere il modo in cui mette radici in un territorio e lo stile di infiltrazione. Come avviene nella Capitale...

 

Federico Marcaccini, detto “er pupone”, 34 anni, è straricco e gli hanno sequestrato un impero di società e immobili che vale 115 milioni di euro. Ritenuto vicino ai Pelle di San Luca Per l’Antimafia, sono i “colletti bianchi” romani che fanno lucrosi affari con le cosche calabresi, offrendo loro in cambio il know how e i contatti giusti per investire miliardi. Per cercare appoggi e ottenere lavori si cercano “persone fidate”. In una informativa del Ros, spunta il nome di Vincenzo Stalteri, emigrato dalla Locride, ora segretario generale della Provincia. Appalti e droga, il nuovo patto con gli insospettabili

LAVORANO come romani, pensano come ‘ndranghetisti. Le cosche concedono loro il grado di «compari». Senza però affiliarli. Per l’Antimafia sono gli «uomini cerniera», romani cresciuti nella Capitale, che nella Capitale vivono e fanno affari, ma con la testa rivolta ai clan di Reggio Calabria. Ai loro metodi mafiosi e ai loro soldi.

IMPRENDITORI, soprattutto. E politici, manager, faccendieri, avvocati, traffichini. Hanno capito che con la ricca ’ndrangheta possono fare fortuna. Oliando gli ingranaggi dell’assegnazione degli appalti, ad esempio. Sfruttando le mille scorciatoie criminali offerte dai boss. A un prezzo carissimo. In cambio, infatti, stanno consegnando le chiavi di Roma alla mafia. Chi sono i romani che stringono patti con i padrini calabresi, fornendo il know how per investire i miliardi della droga? Come operano?

Quando il 29 novembre del 2010 viene arrestato per traffico internazionale di cocaina, Federico Marcaccini a Roma è già un gigante. Per tutti è il “pupone”. Ha appena 32 anni, ma è straricco e lo fa vedere. È un self made man che i soldi li ha fatti con imprese edili, immobiliari e col commercio d’automobili. La Direzione investigativa antimafia gli sequestra un impero di società e immobili che vale 115 milioni di euro. Marcaccini è un compare, è amico dei figli di Giuseppe Pelle, del clan di San Luca. Il “pupone” parla con Antonio (26 anni, residente a Roma) e Sebastiano. I magistrati di Catanzaro che lo intercettano nell’indagine
“Overloading”, che ha portato in carcere una settantina di persone, scrivono: «Tra loro si è instaurato un rapporto di comparaggio». Addirittura Marcaccini gli “affida” la madre in visita in Calabria. «So che viene giù questo fine settimana mia mamma... – dice ad Antonio – giù a fare una passeggiata...magari offrigli un caffè, no?». Favori che si scambiano, affari che nascono. E il “pupone” è il perno romano della cosca, una sorta di socio esterno.
Secondo l’accusa avrebbe finanziato l’acquisto di partite di cocaina. Un uomo cerniera, la saldatura tra il sottobosco mafioso e il tessuto economico legale. Tra gli immobili che gli vengono confiscati, anche il palazzo che ospita il teatro Ghione, vicino a Piazza San Pietro. Un edificio prestigioso sporcato dai denari della coca. Ma Federico Marcaccini detto “pupone” a Roma è qualcosa di più di un palazzinaro. Amministrava la So.Ge.Sa., una Spa di gestione di servizi aeroportuali nonché ex sponsor della squadra femminile di pallavolo della città quando militava in serie A2.
Il giovane e rampante imprenditore è anche socio occulto, secondo i documenti in mano agli investigatori antimafia, di Tiburtina Gestione, azienda attiva nella raccolta e nel trattamento rifiuti. Anche questa sequestrata. A capo c’era una donna indicata negli atti come una fedelissima prestanome di Marcaccini. Si scopre che la Tiburtina Gestione è una creatura di Vittorio Ugolini e Vincenzo Fiorillo, entrambi “ras” del business della monnezza romana. I due imprenditori nel 1997 hanno qualche grana per il ritrovamento, il più grande fino ad allora, di fusti contenti rifiuti industriali nocivi nell’area di smaltimento gestita dalla Sir, la loro società. Tasselli del mosaico di relazioni in dote a Marcaccini, il compare dei Pelle.
«La sua storia è emblematica — spiega Giuseppe Borrelli, procuratore aggiunto di Catanzaro — arriva a trafficare droga con la ’ndrangheta, ma non ne fa mai parte organicamente. Si
rapporta alla pari con i boss, e viceversa». Uno scambio che ha un solo collante, il business. «Le cosche sbarcano a Roma per investire — ragiona Borrelli — ma anche per cercare appoggi e ottenere lavori in tutta Italia ».

“IL SEGRETARIO MASSONE”

Per farlo ci vogliono uomini giusti nei posti giusti. Il nome di Vincenzo Stalteri, calabrese della Locride trapiantato a Roma e attuale segretario generale alla provincia di Roma presieduta da Nicola Zingaretti, spunta in un’informativa del Ros dei Carabinieri di Reggio Calabria. Gli investigatori intercettano Domenico Barbieri e Vitaliano Grillo Brancati imputati per ’ndrangheta nel processo Meta, tuttora in corso. I due tirano dentro Stalteri e il suo passato di quando era segretario comunale a Palmi, nell’amministrazione del sindaco Armando Veneto, avvocato di pezzi grossi della ’ndrangheta e politico del Pdl. Lo definiscono

— si legge nell’informativa — «professionista fidato» e «massone iscritto alla stessa loggia di Rocco Nasone (boss della provincia di Reggio Calabria,
ndr)». Stalteri ha un curriculum ineccepibile, ha ricoperto incarichi in diverse province e comuni d’Italia, da Nord a Sud. Nel 2008 Zingaretti lo seleziona dall’albo nazionale dei revisori dei conti. Dai fascicoli di Reggio Calabria, però, si allungano ombre.

I carabinieri recuperano una denuncia contro di lui risalente al 2000 per reati contro l’amministrazione di Palmi. E nel 2008 viene segnalato dal Nucleo di polizia tributaria di Catanzaro per l’ipotesi di abuso d’ufficio, «poiché in qualità di ragioniere pro tempore del comune di Gioia Tauro», aveva approvato l’affi-damento di alcuni incarichi a operatori che non ne avevano diritto. Barbieri e Brancati, legati ai De Stefano, ne tracciano il profilo, presunto perché Stalteri non è stato indagato nell’indagine “Meta”. «Qua (a Palmi, ndr) mi sono inserito io tramite il dottor Stalteri — racconta Barbieri a Brancati, durante un viaggio in macchina — era un segretario comunale massone». Inserito nell’assegnazione degli appalti, intende Barbieri. E il Ros li elenca uno per uno, nell’informativa. Millanterie di due imprenditori della ’ndrangheta o una conoscenza reale?

“TI AMO, SEI UNA PERSONA PREPARATA”
Ma la palestra di reclutamento dei compari resta sempre quella. L’imprenditoria, l’edilizia, il settore commerciale. Pietro D’Ardes, titolare di una catena di supermercati, nato a 48 anni fa e residente a Mentana, è stato condannato in primo grado nel 2010 a 11 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa nel processo “Cent’anni di storia” a Palmi. Un’inchiesta sulle cosche della piana di Gioia Tauro. Secondo i giudici è un «uomo a disposizione dei clan Alvaro e Piromalli». D’Ardes ha o millanta di avere agganci nei posti che contano. È stato direttore degli Ispettori del lavoro, collezionando in seguito decine di cariche e partecipazioni in società romane. Ancora oggi figura nel Consorzio Casal Brunori II, che dovrebbe realizzare le opere di urbanizzazione in un lotto in costruzione nel XII municipio. D’Ardes è uno che parla chiaro ai boss. «I romani i sordi ce l’hanno...», ricorda loro in continuazione. Diventa affidabile quando mette sul tavolo le sue conoscenze personali. Contatti che serviranno — secondo i suoi piani — ad entrare nella gestione della cooperativa All Service all’interno del porto di Gioia Tauro. «Io ho mosso gente ad alto livello anche politico — dice al telefono — che ottengono...
poiché sono legati ad un discorso massonico importante... capito?... La gente la conosco... non è che non la conosco». Negli anni ha stretto rapporti con la politica e le società assicurative. Per i padrini calabresi è detentore dell’unico capitale di cui hanno bisogno quando escono dalla Calabria. Le relazioni sociali, i contatti, gli agganci.
È l’uomo cerniera ideale, D’Ardes. Amato dai boss. Antonio Alvaro, uno dei reggenti del clan
di Sinopoli e San Procopio, al telefono gli parla così: «Ti amo, hai capito? Ho fiducia in te, sei una persona preparata e precisa».

Attorno a lui gravitano colletti bianchi, romani e calabresi. Come Bruno Crea (non indagato), cognato del boss Natale Alvaro e dirigente di una delle cooperative di D’Ardes. E come Giuseppe Mancini, avvocato di Rocco Casamonica della potente famiglia rom della capitale, anch’egli legato a D’Ardes. È grazie a Mancini (condannato in primo grado a 9 anni) che l’operazione di infiltrazione a Gioia Tauro stava per riuscire. Ma quanti altri D’Ardes, quanti altri Marcaccini ci sono a Roma? E quando sono cominciati i patti con la ’ndrangheta?

QUI LA MAFIA NON ESISTE
La storia giudiziaria delle infiltrazioni mafiose nella capitale racconta qualcosa di inaspettato. Mai un tribunale di Roma ha emesso una condanna per il 416 bis, ovvero per il reato associazione a delinquere di stampo mafioso. Un dato emerso da un’inchiesta di Repubblica pubblicata lo scorso luglio. Eppure si sfoglia la lista dei beni confiscati alle mafie e si scopre che solo nel comune di Roma ci sono 209 immobili e 100 aziende sottratti ai boss. Che i procedimenti iscritti dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma dal primo luglio 2010 al 30 giugno dell’anno scorso sono 201, di cui 91 per associazioni finalizzate al narcotraffico. Che a Grottaferrata risiedeva Candeloro Parrello, pezzo da novanta dell’omonimo clan calabrese. Che Vincenzo Alvaro ha continuato a gestire due bar in centro mentre la Dia gli sequestrava tra il 2009 e il 2011 nove locali, tra cui il Cafè de Paris in via Veneto e il ristorante Federico I in via Colonna Antonina a due passi dal Parlamento. E ancora, a Roma vivono esponenti del clan Gallico nei quartieri San Basilio e Tor Bella Monaca, uomini dei Mancuso e degli Alvaro risiedono in zona Tuscolano, i Bruzzaniti poco fuori città, a Monterotondo. L’ultimo sequestro qualche mese fa, a giugno. Alla cosca Gallico di Palmi è stata sottratta la società che gestiva il Risto Chigi, vicino alla fontana di Trevi, e il caffè Antiche mura nei pressi dei giardini Vaticani. «La ’ndrangheta sceglie Roma negli anni Sessanta e Settanta — ricorda Vincenzo Ciconte, professore e per undici anni consulente della Commissione parlamentare antimafia — nell’ufficio ai Parioli del calabrese Vincenzo Cafari (braccio destro dell’allora onorevole Nello Vincelli, sottosegretario ai Trasporti, ndr) sfilavano i capi ’ndrina di Reggio. Già allora c’era una presenza mafiosa discreta ma seria. Roma è la sede della Cassazione, Roma è la città dei palazzi del potere. L’idea dei padrini è sempre stata quella di trovare giudici e colletti bianchi disponibili al compromesso».
Ed evitare di fare “chiasso”. Racket, estorsioni ai commercianti, controllo del territorio, regolamenti di conti non sono affare loro, a Roma. Qui riciclano i miliardi dello spaccio della coca, quindi meno rumore si fa, meglio è. «Con l’imprenditoria capitolina il rapporto nasce 10-15 anni fa — ricostruisce Ciconte — quando a Roma si afferma una generazione giovane e rampante di manager e impresari spregiudicati». E davanti a loro si trovano gli emissari della ’ndrangheta, diventata nel frattempo in Italia e forse anche in Europa la prima mafia, la più potente, la più cattiva e ricca. Sul mercato si propone come una sorta di agenzia di servizi alle imprese che può ungere le procedure burocratiche e produttive. Affidando lavori e pratiche alla ’ndrangheta non ci sono regole da rispettare». E spuntano così gli uomini cerniera. Le ’ndrine hanno bisogno di loro, loro hanno bisogno dei boss. Due mondi che si saldano, una città che diventa preda. Roma.

Fonte: GIOVANNI TIZIAN FABIO TONACCI, la Repubblica Venerdì 07 Settembre 2012


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