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L’interesse nazionale per una sfida che fa tremare i polsi, di Antonio Polito

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 13/02/2021 10:06
Nell’agenda del governo di Mario Draghi il più grande piano di vaccinazioni della storia e il più grande programma di investimenti dai tempi del piano Marshall...

Avevamo sperato in un «governo migliore», e possiamo dire di averlo avuto. Quello che è nato ieri ha una maggioranza più ampia, una squadra più qualificata e un presidente del Consiglio più autorevole di gran parte dei governi precedenti, da molto tempo a questa parte. Si può discutere se la crisi aperta da Renzi un mese fa, e in gestazione da molto prima, sia stata intempestiva o strumentale; ma oggi possiamo dire che non l’abbiamo sprecata. E il merito è del presidente Mattarella che, con una decisione solitaria e coraggiosa, quando tutto sembrava perso, ha dato l’incarico a Mario Draghi. Senza consultare prima nessuno dei leader politici. Affidando il suo tentativo alla lettera e allo spirito della Costituzione. Tornando allo Statuto.
Draghi è riuscito nella sua missione con prudenza e realismo. Introducendo uno stil novo di sobrietà e riserbo, quasi «marziano» rispetto alle degenerazioni degli ultimi anni, ha fatto davvero il «costruttore». Nel governo ha inserito figure di primissimo piano. Due per tutti: Vittorio Colao, supermanager il cui aiuto era stato prima sollecitato e poi messo da parte dal precedente premier.
L’altro è Roberto Cingolani, lo scienziato oggi più avanti in Italia sul fronte dell’innovazione. La nomina di un ex Ragioniere dello Stato come Daniele Franco al Tesoro, dell’ex presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia alla Giustizia, del professor Giovannini alle Infrastrutture, integrano un team «tecnico» di alto livello. La scelta come sottosegretario alla presidenza di Roberto Garofoli, il «civil servant» che fu praticamente «cacciato» dal primo governo Conte, ha una valenza simbolica, oltre che un’alta affidabilità tecnica.
Ma la compagine, nella quale ci sono meno donne di quante si sperava, otto su 23 ministri, e nessuna proveniente dai partiti di sinistra, è anche molto «politica». I partiti sono rappresentati, e non in piccolo numero: tre ciascuno. Rientrano gli esponenti di Forza Italia con Brunetta e quelli della Lega guidati da Giancarlo Giorgetti, uno dei maggiori architetti della soluzione di «unità nazionale»; a fianco di Franceschini, il Pd manda al Lavoro il suo vice-segretario Orlando. I Cinquestelle, partito di maggioranza relativa, di ministri ne hanno quattro, premiando la corrente «di governo» con Di Maio e Patuanelli. La continuità con il Conte II è nella conferma di Speranza alla Salute e Lamorgese all’Interno.
I partiti dunque non vengono umiliati, anzi. Bisogna del resto riconoscere loro, anche a quelli dai quali meno ce lo saremmo aspettati, di aver saputo compiere uno scatto di dignità e serietà, preferendo la responsabilità alla propaganda; mettendosi perfino in disparte, quasi ignari fino all’ultimo momento della lista dei ministri, ben custodita nella cassaforte dell’articolo 92 della Costituzione.
Il governo Draghi rappresenta, anche per chi è rimasto fuori come Giorgia Melonil’apertura di una nuova fase «costituente». Le forze politiche hanno capito che la loro gara riparte daccapo, come quando nei circuiti di Formula Uno, dopo un incidente, entra la «safety car». Sanno che per un periodo di tempo che speriamo sufficiente, gli aspetti più deleteri della lotta politica vanno sospesi; per conquistarsi di fronte al Paese, risolvendo i problemi di oggi, le credenziali per governare domani, quando si tornerà alle elezioni e ai governi «politici». L’interesse nazionale, almeno per un po’, dovrà essere interesse di tutti.
Naturalmente, la qualità del governo non è garanzia di successo. E non solo perché la sfida è di quelle da far tremare le vene nei polsi: il più grande piano di vaccinazioni della storia e il più grande programma di investimenti dai tempi del piano Marshall. Ma anche perché la maggioranza è così ampia da nascondere delle insidie. La prima delle quali sta nel fatto che, di volta in volta, qualcuno potrebbe essere tentato di sfilarsi sui singoli provvedimenti, per cercare consensi senza il rischio di far cadere il governo. Si potrebbero così creare più maggioranze dentro la grande maggioranza. È del resto già successo in altri governi, come questo non basati su una formula politica. Se però il gioco diventasse smaccato, e sempre più elettorale man mano che la scadenza del voto si avvicinerà, il rischio di insuccesso sarebbe elevato. Mario Draghi dovrà dunque far ricorso a tutte le sue qualità politiche. Già sperimentate del resto, visto come ha tenuto il timone della Banca Centrale Europea, quando aveva a che fare non con Grillo e Salvini, ma con la Bundesbank.
Poco meno di nove anni fa Draghi pronunciò le tre parole, «whatever it takes», che a giudizio unanime salvarono l’euro e con esso il nostro Paese. Oggi lo stesso uomo si accinge a un’operazione che possiamo e dobbiamo tradurre in italiano: «A qualunque costo». Allora aveva dietro di sè il «bazooka» della Banca Centrale Europea, che i mercati non osarono sfidare. Ma oggi non è da meno: ha dietro di sè un Paese che vuole farcela, e che quando vuole ce la fa.
 

https://www.corriere.it/opinioni/21_febbraio_12/interesse-nazionale-una-sfida-che-fa-tremare-polsi-5fae2e50-6d73-11eb-9243-a33dd4e4072e.shtml

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