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L’Europa delle liturgie non trova un passo comune sull’emergenza, di Adriana Cerretelli

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 05/03/2020 09:50
Sono settimane che dalla Cina il coronavirus fa il giro del mondo, semina contagi ed emergenze infettive dovunque, sbarca in Italia e ora corre in tutta Europa…

E sono settimane, più o meno le stesse, che la Grecia è sotto ricatto turco, paga morti, feriti e profughi della crisi di Idlib, la città siriana vittima della guerra tra Bashar Assad e Recep Tayyip Erdogan su cui soffia la Russia di Vladimir Putin. La quale mesta anche nella guerra civile di Libia. Nessuno di questi conflitti è lontano. Sono tutte tragedie che si consumano sulle rive del Mediterraneo, nel cortile europeo.

L’Unione rischia la doppia destabilizzazione: economico-sanitaria e bellico-umanitaria, ospedali al collasso, crescita a picco e l’arrivo incontrollato di migliaia di disperati illusi dall’improvvisa politica delle porte aperte di Ankara.

Come se tutto questo non la riguardasse da molto vicino per settimane, le stesse, l’Europa ha lasciato rimbombare silenzio e indifferenza, sostanzialmente il suo vuoto sulla scena interna e internazionale.

Improvvisamente però da due giorni dà segni di vita e di attivismo. Ieri missione dei 3 presidenti di Commissione, Consiglio e Parlamento Ue per garantire ad Atene sostegno, si vedrà se prevalentemente simbolico o davvero concreto, nella gestione dei profughi che, spinti dalla Turchia, di nuovo premono ai confini greci e bulgari per entrare in Europa. Nel week-end i ministri degli Esteri Ue affronteranno il ricatto turco: più soldi, dopo i 6 miliardi elargiti dall’accordo del 2015, per indurre il sultano a ri-blindare le proprie frontiere?

A Bruxelles è appena nata anche una task force composta da 5 commissari, tra cui Paolo Gentiloni, per assistere i Paesi membri nella lotta al Covid-19. Oggi teleconferenza tra i ministri finanziari Ue per scongiurare il collasso economico.

Tutti gesti necessari: anche sufficienti a ridare credibilità e peso politico a un’Europa mossa, più che da volontà e chiare strategie comuni, dai soliti interventi tappa-buchi per evitare il peggio di oggi e mai quello di domani? Difficile crederlo.

È vero che in genere l’Unione risorge nelle grandi emergenze quando l’immobilismo diventa esercizio di puro autolesionismo. Ma è altrettanto vero che oggi l’Europa barcolla sui propri vuoti. Per insanabili divisioni politiche, economiche e culturali che ormai da troppi anni la paralizzano divorandola lentamente.

Niente politiche comuni della sanità, niente politica estera, di sicurezza e difesa comuni, niente politica migratoria comune: tanti proclami, ma tutte restano di competenza nazionale. Salvo precarie intese, in formato più o meno intergovernativo, in attesa di riforme Ue sempre annunciate e mai realizzate.

Quanto precario fosse l’accordo che nel 2015 l’Europa strinse con Erdogan per disfarsi del problema profughi siriani al prezzo di 6 miliardi, lo dice del resto la cronaca di questi giorni: impantanato a Idlib con l’esercito sotto lo scacco del patto russo-siriano, persa la fiducia di Stati Uniti, Nato e Ue per spregiudicatezza e smisurate ambizioni, il sultano non si smentisce usando la debole Europa per uscire dall’angolo. Non è escluso che questa non finisca per dargli una mano.

Ma quanto si può andare avanti così, con tanti vincoli e innumerevoli regole comuni ma nel vuoto delle politiche che più servono a rispondere ai bisogni primari dei cittadini, come appunto la salute e la sicurezza? Se continueranno a non essere affrontati a livello europeo, l’unico capace di risposte efficaci, finirà per far saltare anche l’Europa che c’è: 70 anni di brillanti successi e conquiste condivise anche se imperfette.

Il mondo cambia, si rinnova rapidissimamente ma non venera i dinosauri stanchi e intorpiditi. Nemmeno i popoli europei torneranno a onorare i grandi meriti dell’Europa se non riuscirà a partorire politiche che ne cancellino le insicurezze: cioè soluzioni europee a problemi europei in un Unione più al servizio di sé stessa che dei suoi Stati membri.

Il Covid-19 forse darà la spallata decisiva alla globalizzazione da tempo in crisi. Ma rischia anche di de-europeizzare l’Europa, che certo non sta meglio.

Eppure negli anni 80 e 90 compì un miracolo integrativo che ne fece l’avanguardia della globalizzazione, l’anima del multilateralismo e un modello da seguire dovunque.

Oggi in fondo l’alternativa è semplice: o si riempie o l’Europa continuerà a svuotarsi, evaporando a poco a poco. Conviene a tutti tenerla in piedi in un mondo difficile e incerto. Però bisogna decidersi.

https://www.ilsole24ore.com/art/l-europa-liturgie-non-trova-passo-comune-sull-emergenza-ADXj7f

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