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L’associazionismo giudiziario: criticità e prospettive, di Giuseppe Mastropasqua

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 19/06/2020 09:42
Sommario: 1. Crisi della magistratura italiana: crisi di sistema. – 2. Linee evolutive dell’associazionismo giudiziario italiano negli ultimi decenni. – 3. La debolezza dei corpi intermedi. – 4. Prospettive.

    1- Crisi della magistratura italiana: crisi di sistema

La crisi, che sta attraversando l’associazionismo giudiziario italiano e buona parte degli stessi magistrati, costituisce il precipitato storico della crisi che da decenni investe la stessa comunità civile e le istituzioni democratiche del Paese.

I singoli magistrati e le diverse formazioni, in cui la maggior parte di loro si raccolgono, non sono delle monadi nel senso che non vivono e non operano in un mondo separato e avulso dal contesto sociale, culturale, etico, economico, politico e istituzionale del Paese, ma sono strettamente inseriti nelle dinamiche evolutive e nei meccanismi che segnano, tracciano, compulsano, muovono la società civile e le istituzioni democratiche.

In altre parole le attuali criticità della magistratura italiana sono fiorite sulla e all’interno della crisi del sistema ‘Paese’, sono il frutto degli stravolgimenti di un’intera epoca, affondano le radici sulle potenti e profonde rivoluzioni che -in maniera sotterranea, ma inesorabile- stanno gradualmente modificando i rapporti tra le singole persone, tra persona e società, tra persona e istituzioni pubbliche e private, tra persona e politica, tra persona e democrazia; è in crisi lo stesso sistema democratico, che si è storicamente realizzato in Italia ed è soggetto a continui scossoni, a moti ondulatori e sussultori endogeni ed esogeni, di fronte ai quali i singoli magistrati e l’associazionismo giudiziario non sono impermeabili.

Ciascun magistrato e l’associazionismo giudiziario vivono nel tempo e all’interno di una realtà più vasta in continua evoluzione, di cui sono intrinsecamente parte, in un ampio reticolo di relazioni personali e istituzionali segnate da estese influenze reciproche, da dinamiche e traiettorie strettamente legate e intrecciate.

Un’esposizione sintetica, certamente non esaustiva, dell’evoluzione storica, che ha segnato l’associazionismo giudiziario negli ultimi decenni, aiuta a decodificare le intrinseche dinamiche sottese all’attuale crisi della magistratura italiana.

     2- Linee evolutive dell’associazionismo giudiziario italiano negli ultimi decenni

Sino alla fine degli anni “70 la magistratura italiana ha operato in una fase storica segnata da forti contrapposizioni ‘ideologiche’, che hanno certamente influito nei diversi ambiti di vita personale e sociale e su tutti i livelli delle istituzioni democratiche.

Anche l’ordine giudiziario non ne è stato esente.

Invero le diverse ideologie, affermatesi nel corso del cd. ‘secolo breve’, sono state portatici di differenti weltanschauung, che hanno fatto parte del patrimonio culturale di ciascuna persona e, perciò, anche dell’uomo-magistrato chiamato ad interpretare e applicare la legge al caso concreto; le diverse ‘visioni del mondo’, fiorite durante il XX secolo, contenevano punti di riferimento fondamentali nel senso che poggiavano su principi e idee, in base ai quali cercavano di decodificare e interpretare la realtà, di valutare eventi e fenomeni, di organizzare la vita sociale, di definire l’assetto dello Stato, di individuare misure, strumenti e risorse per risolvere le problematiche del momento.

In questa fase storica l’associazionismo giudiziario ha iniziato a strutturarsi sulla base di collanti costituiti dai principi, che ispiravano le diverse ‘concezioni del mondo’ diffuse nella comunità italiana; la gran parte dei magistrati italiani si è riconosciuta in quei gruppi, che traevano ispirazione da quei principi e costituivano i contenitori formali dell’associazionismo giudiziario.

Generalmente ogni gruppo, tranne alcune realtà delimitate, era sorretto dal collante delle idee ovvero da una comune ‘visione’ del mondo e da una concezione di giurisdizione sagomata su specifici principi e ideali condivisi.

Tuttavia nel corso del decennio 1980-1990 la società italiana ha di fatto iniziato a mutare, a rivedere gradualmente le acquisizioni consolidate, a maturare nuovi convincimenti e approcci, a realizzare prassi innovative sotto il forte impulso soprattutto del ‘crollo’ del muro di Berlino e, cioè, dell’evaporazione di quelle ‘ideologie’ che sino ad allora si erano ‘combattute’ sul piano politico, economico, culturale e persino militare; conseguentemente è progressivamente venuta meno, nella comunità civile e nei diversi livelli istituzionali, quella forte spinta a realizzare e praticare gli ideali, di cui erano portatrici quelle stesse ideologie in cui ci si era riconosciuti sino a quel momento.

Non si ha nostalgia di quel passato segnato da narrazioni ‘ideologiche’ della realtà, ma è evidente che la caduta delle ‘ideologie’ ha progressivamente, quasi inconsapevolmente, innestato nella comunità italiana -al netto di alcune parti minoritarie- una diversa cifra nelle relazioni tra le persone, tra persone e società, tra società e istituzioni; la ‘liquidità’ è diventata il criterio dominate, in base al quale costruire, implementare e gestire i rapporti interpersonali, sociali e istituzionali (Z. Bauman).

Questo processo storico nel corso degli anni successivi si è sviluppato sempre più, a tal punto che la società attuale può essere efficacemente fotografata e definita:

  • a coriandoli’ nel senso che coesistono etiche molto frastagliate, diversificate e frantumate, che spesso portano anche a legittimare una divaricazione tra etica privata ed etica pubblica (G. De Rita);
  • cortotermista’ in virtù del fatto che si è quasi ‘ossessionati’ dal vivere soltanto il presente e si è incapaci di elaborare e realizzare progetti lungimiranti a carattere intergenerazionale (S. Zamagni);
  • liquida’ sul piano dei principi ovvero della weltanschauung, in quanto i comportamenti e le relazioni interpersonali, sociali, interistituzionali -essendo dominati dalla fretta ‘adessista’ o ‘puntinista’ dell’hic et nunc- sono caratterizzati da precarietà e instabilità, sono ispirati al ‘carpe diem’, sono soggiogati alla ‘tirannia del presente’, la quale porta ad obliterare le spinte ideali e lo sforzo di ‘pensare’ il futuro in una prospettiva di lungo termine (Z. Bauman).

I corpi intermedi hanno progressivamente sostituito l’originario collante delle idee e dei principi fondamentali, che calamitavano gran parte delle adesioni interne, con quello più fluido dell’utile, del conveniente, del tornaconto; il ‘do ut des’ è stato - tranne situazioni circoscritte- la molla precaria, sfuggente, ‘liquida’ dell’adesione alle formazioni sociali intermedie e alle iniziative interne ed esterne (pubbliche) da queste realizzate.

Gran parte della magistratura italiana non è rimasta insensibile a questi profondi cambiamenti, che hanno gradualmente investito la società italiana e, si può dire, gran parte dell’intero pianeta diventato oramai ‘villaggio globale’.

Infatti diverse associazioni di magistrati, pur conservando formalmente le spinte ideali di un tempo, si sono adagiate -tranne determinate realtà- su prassi ‘adessiste’, sulla gestione ‘puntinista’ del potere, sull’utile reciproco nei rapporti interni ed esterni; dalla saldezza degli ideali proclamati e praticati e dalla capacità di elaborare proposte culturali efficaci e incisive si è spesso scivolati nella magmatica ed evanescente ‘liquidità’ delle relazioni e degli interessi del momento, che sono gradualmente diventati il nuovo collante dello ‘stare insieme’ e la molla instabile delle ondivaghe adesioni interne e della debolezza progettuale esterna.

     3- La debolezza dei corpi intermedi

Nella Costituzione italiana i corpi intermedi sono riconosciuti come formazioni sociali, in cui ciascuna persona, che ne fa parte, può non soltanto realizzarsi integralmente sul piano etico, morale, culturale e religioso, ma anche contribuire ad elaborare proposte per lo sviluppo della comunità civile e delle istituzioni democratiche secondo i principi della solidarietà, dell’uguaglianza formale e sostanziale, della sussidiarietà e del bene comune.

In particolare per bene comune s’intende la sintesi ideale e concreta tra le diverse esigenze, tra i differenti bisogni, tra i molteplici e talvolta contrapposti progetti di sviluppo di una comunità plurale e delle stesse istituzioni democratiche, che comunque sono e devono essere la ‘casa di tutti’.

Sino alla fine degli anni “70 i corpi intermedi sono stati generalmente i luoghi, in cui i rispettivi aderenti erano soliti confrontarsi e dibattere (anche animatamente) sulle varie questioni di rilevanza interna o di interesse generale; con l’evaporazione delle ‘ideologie’, dal decennio 1980-1990 i corpi intermedi hanno gradualmente perso questa loro prerogativa e -tranne alcune circoscritte realtà- si sono generalmente ‘seduti’ sulla gestione del presente e sulla realizzazione di iniziative a corto respiro, restando ingabbiati nella ‘liquidità’ dei rapporti e delle evanescenti situazioni interne ed esterne ad essi.

L’assopimento dei corpi intermedi si è spinto sino al punto da renderli quasi incapaci di avviare processi di discernimento sulla realtà circostante e di concorrere nel progettare lo sviluppo della comunità civile e delle istituzioni democratiche del Paese.

L’attuale crisi della democrazia è da ascriversi, fra l’altro, anche all’anemia dei corpi intermedi; trattasi di crisi sistemica nel senso che non sta inverando semplicemente una ‘epoca di cambiamento’, ma sta determinando in radice un ‘cambiamento d’epoca’.

E’ una crisi che potrebbe essere superata grazie a un continuo movimento di rinnovamento, che parta dal basso dalla comunità civile e, segnatamente, dalle aggregazioni sociali intermedie operanti sul territorio.

In particolare la spinta al cambiamento può esplicarsi se dal basso i corpi intermedi, nei vari ambiti e settori in cui operano, prendano attivamente coscienza da un lato dell’urgenza di abbandonare prassi banalmente tese ad ‘occupare’ spazi di potere; dall’altro lato della necessità di innescare dal basso dinamiche e processi virtuosi volti ad implementare hic et nunc -in una prospettiva evolutiva- i principi fondamentali della Carta costituzionale nelle diverse situazioni problematiche e nei molteplici contesti critici esistenti.

La forza innovatrice delle formazioni sociali intermedie si fonda soprattutto sul fatto che ciascuna persona, che ne faccia parte, può allenarsi al confronto e al dialogo, allacciare relazioni con il prossimo ed aprirsi alla diversità plurale, ampliare la conoscenza critica delle problematiche, maturare una consapevolezza sempre maggiore in ordine ai punti di forza e di debolezza della comunità civile, affinare la capacità di discernimento e di giudizio su eventi e questioni, accrescere la propensione all’auto responsabilità, essere maggiormente stimolata alla partecipazione e all’impegno consapevoli all’interno e all’esterno nel settore/ambito in cui opera a beneficio, in definitiva, dell’intera comunità e della stessa democrazia.

Infatti la democrazia si realizza e si concretizza in processi storici dinamici in continua evoluzione, in quanto è il frutto dell’incessante e consapevole tensione al cambiamento e alla rimodulazione di obiettivi, istituti e prassi secondo le esigenze dei tempi nuovi; in particolare la democrazia non è un sistema astratto che si cristallizza in forme e condotte storiche immodificabili e definitive, bensì è un cammino politico, etico, culturale, giuridico e sociale verso traguardi nuovi e inediti, è una ricerca continua di sintesi ideale e concreta tra le plurali visioni ed esigenze presenti nella comunità, implica la necessità di mettere in campo tutti gli sforzi di volta in volta necessari a raggiungere equilibri più avanzati e soddisfacenti per tutte le persone, che vivono e/o operano su un territorio     

Ne consegue che la debolezza della comunità civile e delle aggregazioni intermedie fa venire meno quel ruolo di mediazione -verso l’alto- svolto da queste ultime (di fatto) in ambito sociale e istituzionale; tale debolezza è una delle cause dell’insorgenza -anche in ambito giudiziario- di populismi e corporativismi che banalmente solleticano il tornaconto personale e prediligono l’incontro diretto con le singole persone mediante l’uso massiccio della rete e dei nuovi canali di comunicazione, per formare consensi intorno ai propri programmi presentati talvolta, da ‘sacerdoti laici’, in una prospettiva moralistica, messianica e salvifica.

Anche i gruppi associati della magistratura e la stessa A.N.M. sono corpi intermedi che -come l’intera comunità italiana- sono attraversati da detti nodi problematici e sono certamente sospinti dall’impegno, dalle attese e dal raggiungimento degli obiettivi testé indicati.

La crisi dell’associazionismo giudiziario presenta le stesse caratteristiche della crisi dei corpi intermedi operanti nella società italiana: discrasia tra idealità affermate e prassi adottate; scarsa propensione alla progettualità lungimirante; liquidità delle relazioni interne ed esterne; occupazione di spazi di potere; labile tensione ad avviare processi virtuosi di cambiamento; coltivazione di rapporti basati sull’utile.

In particolare, al netto di circoscritte situazioni positive e virtuose, spesso è ‘liquido’ il rapporto tra magistratura e politica, tra A.N.M. e C.S.M., tra C.S.M. e associazionismo giudiziario, tra magistratura e organi di informazione, tra magistratura e ministeri in ordine alla nomina dei ‘fuori ruolo’ e alla durata dell’incarico; inoltre sono spesso ‘liquide’ le nomine di direttivi e semidirettivi, le relazioni tra elettori ed eletti al C.S.M. ed ai consigli giudiziari; infine sono ‘liquidi’ i rapporti tra i vari gruppi associati della magistratura, i doveri deontologici, le condotte private, il ruolo pubblico di una parte della magistratura requirente affetta da gigantismo mediatico e talora istituzionale.

Da ultimo la pandemia mondiale da COVID-19 ha messo a nudo anche la ‘liquidità’ della stessa giurisdizione; infatti per legge si è scelto di attribuire a ciascun capo ufficio il potere di organizzare diversamente -a ‘macchia di leopardo’- lo svolgimento dell’attività giurisdizionale mediante l’adozione di specifici e differenti progetti organizzativi, in cui ogni ufficio giudiziario ha individuato i processi da trattare e quelli da rinviare ed i relativi tempi/modalità di trattazione, dando così luogo ad una giurisdizione ‘a coriandoli’ esercitata in maniera disomogenea e diversificata su tutto il territorio nazionale.

Eppure lo stesso fenomeno pandemico ha investito l’intero Paese e, anzi, tutto il pianeta.  

E’ certo, però, che all’interno dello stesso associazionismo giudiziario sono presenti energie e persone capaci di imprimere una svolta all’attuale stato di cose, di profondere l’impegno necessario per avviare percorsi positivi a beneficio dell’intera magistratura e delle stesse istituzioni democratiche.

Per far questo, occorre riscoprire i principi fondamentali contenuti nella Costituzione formale e materiale e affinare la capacità di saperli mediare nell’inedito attuale contesto storico segnato da molteplici e profonde faglie problematiche.

     4- Prospettive

La narrazione della crisi sistemica, che attraversa le istituzioni democratiche e l’associazionismo giudiziario, è caratterizzata dalla caduta verticale della capacità di discernimento critico e sapiente della realtà attuale, dalla difficoltà di elaborare progetti lungimiranti e di essere resilienti di fronte alle spinte distruttive originate dalla ‘liquidità’ relazionale e, conseguentemente, dalla ricerca ‘puntinista’ dell’utile e dalla soddisfazione di interessi individuali o di gruppo in un alveo di rapporti di natura quasi ‘commerciale’ basati sul do ut des.

La riscoperta dei principi, su cui si fonda la convivenza civile e democratica, contribuisce certamente -se non proprio ad eliminare- almeno a contenere e fronteggiare dette spinte distruttive.

A detta riscoperta, però, deve accompagnarsi la capacità di saper declinare -in questo tempo che ci è dato vivere- i suddetti principi fondanti, mediandoli con lungimiranza e sapienza negli attuali inediti contesti storici e nelle nuove situazioni problematiche emergenti.

In buona sostanza si tratta di ritornare alle radici, per ri-vitalizzare e reinterpretare con lenti nuove i principi costituzionali del primato della persona, della solidarietà, dell’uguaglianza formale e sostanziale, della sussidiarietà verticale, del bene comune, del buon andamento e imparzialità dell’attività amministrativa, dell’onore e disciplina, dell’autonomia e indipendenza della magistratura rispetto ai poteri politici ed economici.

Si tratta non già di compiere un’operazione di mero restyling, di maquillage di facciata, di ritocco formale ed esteriore, bensì di avviare un serio, coraggioso, autentico, profondo, credibile, reale, irreversibile percorso di rifondazione che, partendo dai principi costituzionali, sappia incarnarli sapientemente in questa fase di ‘cambiamento d’epoca’ determinato dalla crisi sistemica che attraversa la comunità civile e le istituzioni democratiche.

In particolare si ritiene che:

  • il primato della persona e il buon andamento dell’attività amministrativa debbano innervare in profondità le riforme concernenti le elezioni dei membri togati e laici del C.S.M., la nomina dei direttivi e semidirettivi, i rapporti con gli organi di informazione;
  • il principio di solidarietà, in un contesto di ormai piena globalizzazione, debba inverarsi nell’elaborazione di orientamenti giurisprudenziali a tutela delle fasce più deboli della società;
  • l’uguaglianza formale e sostanziale debba ispirare la nomina dei direttivi e semidirettivi e la possibilità per tutti i magistrati di accedere ai diversi incarichi di ruolo e fuori ruolo loro riservati;
  • il criterio della sussidiarietà verticale debba conformare i rapporti tra C.S.M. e consigli giudiziari;
  • il buon andamento, l’imparzialità, l’onore e la disciplina nello svolgimento delle funzioni giurisdizionali debbano non soltanto segnare il rapporto tra politica e magistratura e tra questa e gli organi di informazione, ma anche eliminare la cesura tra deontologia e vita privata dei singoli magistrati;
  • il perseguimento del bene comune debba essere alla base del rapporto tra elettori ed eletti al C.S.M. e ai consigli giudiziari, tenendo presente che la declinazione concreta del bene comune nel tempo è attualmente patrimonio di più gruppi associati; da ciò consegue che la legge elettorale -relativa ad entrambi detti organi di autogoverno- debba assicurare la rappresentanza delle diverse sensibilità culturali presenti nella magistratura italiana, giammai prevedere meccanismi di polarizzazione del consenso fra un gruppo di maggioranza e uno di minoranza, la qual cosa trasformerebbe detti organi di autogoverno in consessi di natura spiccatamente politica;   
  • l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati debbano essere perseguite nei rapporti con i poteri politici ed economici, evitando collateralismi di ogni tipo più o meno latenti e precludendo in radice il rientro in ruolo a quei magistrati che scendono nell’agone politico a qualsiasi livello.

E’ chiaro che l’associazionismo giudiziario è chiamato ad essere il motore culturale, il volano di questo processo di rifondazione, elaborando tempestivamente proposte efficaci, incisive, idonee a sciogliere quei nodi critici che ‘legano’ la magistratura italiana a coni d’ombra di pervasiva opacità; sotto questo profilo occorre chiudere anche le cc.dd. ‘porte girevoli’ A.N.M./C.S.M..

Questo sforzo di rifondazione non può non partire dal basso e, cioè, deve svilupparsi soprattutto mediante serrati, leali, intensi dibattiti nelle assemblee associative a livello distrettuale; in caso contrario rischia di essere un progetto calato dall’alto e, pertanto, scarsamente accettato soprattutto da quei magistrati, che si sono allontanati dall’associazionismo oppure non ne hanno mai fatto parte.    

Le proposte devono proiettarsi su diversi piani: normazione primaria e secondaria; deontologico; statutario; decisioni e prassi interne all’associazionismo giudiziario (A.N.M. e singoli gruppi).

Nessuno può accampare una presunta ‘superiorità morale’ rispetto ad altri, ma certamente il processo di rifondazione deve essere perseguito con decisione, coraggio, tenacia e convinzione nella consapevolezza, però, di dover rifuggire da pratiche gattopardesche che mirano a ‘cambiare tutto, perché nulla cambi’.

*Presidente Tribunale di Sorveglianza di Campobasso

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