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L’assalto silenzioso (e sottovalutato) delle mafie miliardarie, di Carlo Verdelli

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 27/09/2021 08:48
Dall’ormai dominante ‘ndrangheta a Cosa Nostra, dalla camorra alla Sacra corona unita, mettendo sotto lo stesso coperchio le organizzazioni straniere che con le nostre stringono alleanze su ogni fronte dove sia possibile succhiare sangue a una democrazia sotto attacco…

La mafia resta la «montagna di merda» fotografata una volta per tutte da Peppino Impastato, che ci è rimasto soffocato sotto. Solo che quella montagna, cento passi dopo cento passi, si è fatta furba ed è diventata invisibile, o così vorrebbe lasciare
credere. L’effetto ottico può trarre effettivamente in inganno.
Niente più ammazzamenti in grande stile, celebrazioni che ne evocano il fantasma soltanto in occasione del 21 marzo, giorno scelto dallo Stato per ricordare le più di mille vittime innocenti di una guerra mai finita ma che adesso pare consegnata a un passato lontanissimo e archiviato. Ma, soprattutto, assenza quasi totale dal dibattito politico. La mafia non c’è più, sradicata a sua e nostra insaputa. Non è un caso che, a una settimana da un voto che vedrà coinvolti 12 milioni di elettori, la parola nemmeno compare nei comizi, nei programmi, nelle promesse dei candidati, salvo lodevoli quanto innocue eccezioni. Il trucco è dunque riuscito. Uno dei pericoli più insidiosi per un Paese che ne conosce bene il morso è stato derubricato a generico allarme contro la criminalità organizzata. I motivi possono essere tanti: perdita di memoria civile, comoda indifferenza, paura personale verso un nemico spietato, implicita complicità (ampiamente dimostrata da inchieste e sentenze), e infine colpevolissima incomprensione e sottovalutazione di un male endemico della nostra storia, tutt’altro che curato, meno che mai sconfitto.
Si dovrebbe ricominciare a chiamare le cosa con il proprio nome, e quindi non «crimine organizzato», che nella sua vaghezza depotenzia la portata eversiva del fenomeno, ma proprio «mafia» o «mafie», includendole tutte, dall’ormai dominante ‘ndrangheta a Cosa Nostra, dalla camorra alla Sacra corona unita, mettendo sotto lo stesso coperchio le organizzazioni straniere che con le nostre stringono alleanze su ogni fronte dove sia possibile succhiare sangue a una democrazia sotto attacco: dal traffico di droga alla tratta dei migranti, dal gioco d’azzardo all’usura, dall’edilizia ai trasporti, dalla raccolta allo smaltimento dei rifiuti, dall’infiltrazione ormai sistematica nelle amministrazioni pubbliche all’ingresso in grande stile nel tessuto economico e imprenditoriale privato. 

Una metastasi che consolida le proprie radici in un Sud alla deriva e si è ormai diffusa con esiti devastanti nei tessuti vivi e ricchi del Nord Italia. Un virus pandemico già in azione, come una specie di Coronavirus sociale, per prepararsi a rubare cospicua parte dell’ossigeno in arrivo dall’Europa sotto forma delle decine di miliardi stanziati per aiutarci a ripartire. Non più con le armi spianate, ma privilegiando lo strumento della corruzione a quello dell’intimidazione, tenuta come carta di riserva, da usare con gli interlocutori meno propensi a tradire la propria comunità e la Patria stessa, passando dall’altra parte. Capi azienda, professionisti, dirigenti pubblici, amministratori locali, politici eletti o eleggibili: la zona grigia si allarga, mostrando una notevole cedevolezza.
Ha cambiato strategia, la mafia intesa come mafie, ma non la propria identità, che resta quella di farsi legge al posto della Legge, presidiare i territori antichi e quelli di fresco conquistati, arricchirsi a dismisura (calcoli a spanne, in comprensibile assenza di bilanci, adombrano per difetto profitti annuali superiori ai 100 miliardi di euro, risultato incomparabile con eccellenze come Banca Intesa o Enel). 

E ancora, amministrare il potere accrescendolo in disprezzo delle regole, della libertà dei cittadini, di ogni forma di legalità. Un anti Stato finanziato da qualsiasi crimine vantaggioso, sottraendo risorse allo Stato, in ogni modo vietato possibile, compreso il voto di scambio. Ma anche qui, con una sostanziale differenza rispetto all’altro ieri. «Venticinque anni fa», ha spiegato il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, «erano i mafiosi che andavano col cappello in mano dal politico a chiedere cortesie o un’assunzione in Forestale. Oggi sono i politici che vanno a casa dei capimafia a chiedere pacchetti di voti in cambio di appalti».
Nell’operazione di metamorfosi cominciata dopo la stagione delle stragi e delle bombe, terminata nel 1993, la montagna che tuonava e sfidava le Istituzioni in campo aperto si è lasciata circondare da una coltre di nebbia, appena squarciata dall’esito dell’appello sulla trattativa con lo Stato, con una sentenza trapuntata di assoluzioni eccellenti e di rinnovato dolore per i familiari dei caduti per quelle stragi, quelle bombe, durante la lunga stagione di sterminio di chi lo Stato lo serviva, difendendolo. Ecco, la parola «mafia» è ricomparsa a proposito di una delle notti più feroci della Repubblica, pronta a tornare subito a inabissarsi appena passata la piccola bufera dei commenti a caldo. Cose vecchie, altri tempi, guardiamo avanti.
Il problema è che guardando all’oggi ci sarebbero numeri piuttosto impressionanti, e ampiamente pubblici, che dovrebbero mettere in guardia sull’attualità drammatica della tossicità mafiosa. Più di 270 amministrazioni locali sciolte per infiltrazioni di clan e cupole, compresi 2 capoluoghi di provincia (Foggia e Reggio Calabria) e 6 aziende sanitarie e ospedaliere. Fatturato stimato della ‘ndrangheta, la mafia al momento più forte e l’unica presente in tutti e cinque i continenti: 55 miliardi di dollari l’anno. Aumento vertiginoso dei delitti connessi con la gestione illecita dell’imprenditoria, il traffico di influenze a fini di riciclaggio, l’accaparramento selvaggio di fondi pubblici. Gli allarmi si sprecano, inascoltati. Guido Carlino, presidente della Corte dei Conti: «I meccanismi di spesa del Recovery Plan italiano contengono sacche di impunità. Il premier Draghi ha detto che dobbiamo spendere in modo onesto e veloce. Il problema è che riusciamo a spendere una quota ancora minoritaria delle risorse europee e una parte non indifferente viene intercettata dalla criminalità per finalità illegali». Chiamiamola pure mafia, presidente.

Non abbiamo sconfitto la povertà, anzi siamo lontanissimi dal solo contenerla. E non abbiamo sconfitto e neanche scalfito la mafia, che anzi sta vincendo, travestita come se non fosse la montagna di merda che è e rimane. E che ci vuole complici o impauriti sudditi, come una volta, come sempre, sia pure con altri metodi. Meriterebbe contrasto, denuncia, azione forte del governo e di ogni singolo partito. Ma a parte valorosi pochi (magistrati, investigatori, associazioni indomite, giornalisti temerari), la guerra stiamo dando l’impressione di averla abbandonata, ingannati in buona o cattiva fede dalla fasulla assenza del nemico. Questa campagna elettorale ne è una prova lampante e disarmante. Eppure se c’è una bandiera unitaria che dovrebbe rappresentare l’Italia della ripartenza è proprio quella di una lotta di liberazione dalle mafie. Un’altra resistenza, nel nome della legalità. Altrimenti arrendiamoci, alzando un altro tipo di bandiera: bianca.

https://www.corriere.it/opinioni/21_settembre_26/assalto-silenzioso-sottovalutato-mafie-miliardarie-b3fde2c4-1eea-11ec-a3d9-1b0f9767a5ab.shtml

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