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L’agonismo contro l’agonia della democrazia? Spunti per un confronto con la prospettiva di Chantal Mouffe, di Ferdinando G. Menga

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 28/09/2020 09:36
Chantal Mouffe pone giustamente l'accento sulla dimensione plurale e agonistica della dinamica democratica quale necessaria conseguenza della condizione di radicale contingenza di cui essa è intessuta. Ma l'assunzione del modello antagonistico schmittiano al posto d’accentuare l’aspetto della pluralità e del conflitto democratico finisce per assolutizzarlo, tradendone così irreparabilmente la stessa contingenza…

1. Rimettere il conflitto al centro della vita democratica

Diversi sono i motivi per accogliere con apprezzamento l’iniziativa recentemente intrapresa dall’editore Castelvecchi di rendere disponibile al pubblico italiano i due saggi della politologa belga Chantal Mouffe, che portano, rispettivamente, il titolo: La sfida del populismo e Politica e passioni. Si tratta, in effetti, di due scritti che coniugano almeno due grandi pregi: da un lato, per brevità e chiarezza, forniscono un accesso agevolato al progetto filosofico-politico di quest’autrice che si sta guadagnando uno spazio di rilievo sempre maggiore nel dibattito internazionale con la sua proposta di una democrazia agonistica; dall’altro, per la consistenza teorica che dispiegano – non inferiore a quanto si può trovare in forma più articolata nelle sue opere maggiori –, costituiscono, nonostante la brevità, una piattaforma assolutamente adeguata per sviluppare percorsi d’interrogazione e confronto.

Al netto di alcune semplificazioni necessarie, l’idea di fondo che Mouffe avanza con la tua teoria agonistica – e che si colloca, peraltro, a pieno titolo lungo la linea del pensiero istituzionale moderno – è la seguente: ogni collettività democratica, non fondandosi evidentemente su alcun principio inconcusso e non aderendo a verità sostanziali che ha da trasmettere; essendo, invece, il precipitato delle stesse forze storiche e plurali che la abitano, non può che permanere uno spazio inevitabilmente caratterizzato da contingenza, apertura a spinte trasformatrici e, dunque, da dinamiche conflittuali. Al tratto di contingenza fa capo il fatto che ogni compagine politica, non potendo poggiare su alcuna oggettività e configurazione compiuta che essa incorporerebbe, è tale da rivelarsi negli apparati simbolico, sociale e istituzionale che la esprimono, soltanto quale prodotto di un’impresa egemonica; vale a dire, risultato che si è imposto e stabilizzato attraverso un gioco di forze d’inclusione di alcune possibilità al prezzo dell’esclusione di altre. Dal che ne discendono immediatamente gli altri due tratti dell’apertura e conflittualità. Una vita democratica degna di tal nome, infatti, operando costantemente all’ombra delle possibilità che esclude, non può che ammetterle costitutivamente al proprio interno quali spinte trasformatrici che si rendono via via effettuali proprio attraverso le varie insorgenze conflittuali che le veicolano.

La conseguenza che, perciò, si evince da questa intima connessione, che attraversa da cima a fondo la prospettiva mouffiana, è che proprio l’aspetto del conflitto non risulta l’elemento che deve essere ricusato e primariamente eliminato dall’istituzione democratica quale motivo ad essa avverso, ma piuttosto deve essere da essa riconosciuto e accolto espressamente quale sua stessa forza propulsiva, e questo in ragione del fatto che solo una tale apertura all’alterità trasformatrice e dunque alla sempre possibile insorgenza di conflitti è in grado di richiamare e rendere davvero operativa la strutturazione radicalmente contingente su cui ogni dinamica democratica segnatamente si fonda. L’implicazione cruciale che, pertanto, sta al centro del discorso di Mouffe è che ogni spazio collettivo adempie tanto più alla sua vocazione democratica quanto più riesce a configurarsi come compagine genuinamente votata all’accoglienza degli appelli dell’altro e, quindi, alle sempre possibili cariche di conflittualità che questi ultimi possono portare.

In espressa polemica tanto con l’impostazione di marca liberale, quanto con quella di stampo deliberativo, per Mouffe, dunque, a dare pieno riscontro di un’autentica articolazione democratica della vita collettiva non può esser “l’approccio razionalista”, che punta a realizzare una neutralizzazione del conflitto e il disinnesco delle cariche affettive che inevitabilmente lo accompagnano. Al contrario, secondo l’autrice, proprio nella misura in cui tali cariche vengono trattenute o soffocate sotto la coltre di una ventilata razionalità del discorso democratico capace di accomunare tutti sotto la sola pratica delle buone argomentazioni, si corre un doppio rischio letale per la vita democratica stessa: da un lato, non ci si mette in grado di operare criticamente e, quindi, di cogliere il carattere soltanto presunto – esso stesso egemonico – di siffatta razionalità che si vuole invece neutrale e onni-inclusiva; dall’altro, non si riesce a fornire alle passioni e pulsioni politiche adeguato spazio d’espressione e canalizzazione, finendo così per contribuire alla loro rimozione e favorirne un pericoloso ritorno sotto forma di immancabili manifestazioni esplosive. Precisamente sotto tale prospettiva si colloca la lettura che Mouffe fornisce dell’attuale e dilagante fenomeno populista di destra, laddove il punto nevralgico, per lei, non sta affatto nel condannare le passioni politiche da esso veicolate, quanto piuttosto nel sottolineare la colpevole “ossessione razionalista” di una certa sinistra che, negli ultimi decenni, proprio sposando l’opzione liberale-deliberativa, si è resa incapace di accogliere e veicolare l’elemento genuinamente politico di tali affetti, lasciando così campo libero di raccolta alle destre. Donde la sfida ultima, sempre lanciata da Mouffe, di un progetto che guarda a un “populismo di sinistra” in grado di intercettare, convogliare e dare espressione a tale “dimensione affettiva nel campo della politica” e alle sue manifestazioni conflittuali non riconducibili a una presunta – quanto comoda – risoluzione epistemica della vita democratica.

2. Quale e quanto conflitto? Prospettive paradigmatiche a confronto

Ma proprio in questo contesto si pone la domanda cruciale, da cui voglio far partire un possibile percorso di confronto con la prospettiva di Mouffe: quanta apertura all’alterità trasformatrice e corrispondentemente quanta conflittualità può accogliere o sopportare uno spazio democratico al fine di conformarsi alla condizione di contingenza che lo costituisce e abita? Si tratta di una domanda decisiva, poiché, come cercherò di mostrare in quanto segue, sebbene il conflitto, da un lato, può apparire indubbiamente produttivo allo scopo di far affiorare la dinamica radicalmente plurale e partecipativa del dispositivo democratico, dall’altro, può prestare il fianco anche a esiti opposti. Un risultato del genere emerge non appena gli elementi che compongono la connessione contingenza/alterazione/conflitto sopra segnalati, invece di essere compresi all’interno della forma di un’espressione radicale appropriata alla dinamica democratica, sperimentano un’esasperazione iperbolica che conduce a una configurazione assolutizzante irricevibile per qualsiasi disegno democratico.

Per enucleare meglio ciò che vi è qui in gioco, voglio riferirmi, seppur brevemente, alla descrizione paradigmatica effettuata dal filosofo tedesco Bernhard Waldenfels, il quale ha dedicato un’attenzione esplicita a questa distinzione fra radicalità e assolutezza in seno alla sua descrizione fenomenologica della dinamica della contingenza. Una forma radicale di contingenza, così egli sostiene, implica l’articolazione di un conflitto che rimanda a un ordine che si rivela altrimenti rispetto a quello esistente e che, tuttavia, non comporta soltanto l’esperienza della rottura o dell’alterazione centrifuga, ma anche una forma minima d’aderenza all’ordine medesimo rispetto a cui si esercita la resistenza. Se questa esperienza di rottura trascendesse, infatti, in modo totale la portata dell’ordine, non avrebbe nemmeno la possibilità di affiorare e, quindi, di essere gestita come tale. In breve: se contingenza significa trasgressione sempre possibile di un ordine vigente, occorre allora che questa esibisca una forma minimale della sua registrazione all’interno dell’ordine stesso, affinché venga effettivamente percepita (e significata) in quanto tale. Come si può facilmente comprendere, è proprio questa minima aderenza all’ordine ciò che rende un’articolazione radicale della contingenza e dell’alterazione ancora adattabile al dispositivo democratico. La forma di una contingenza assoluta, invece, non corrisponde affatto alla dinamica di un altrimenti, ma piuttosto a quella di un tutt’altro. Ciò implica un’alterità totale irriducibile all’ordine e che, lungi dal fornire spazio all’esperienza dell’alterazione, priva l’ordine stesso di un qualsiasi appiglio d’esperienza. Questa forma di contingenza totale, quindi, più che consentire la sperimentazione della novità o trasgressione radicale, si avvicina semplicemente alla forma di un’alterazione che comporta la paralisi o addirittura l’annichilimento del soggetto politico che si suppone debba sperimentarla. La conseguenza di un confronto eccessivo o di una trasgressione totalizzante del genere è che si rende impossibile qualsiasi suo accomodamento con la vita democratica di una collettività.

Avvertire e discutere la presenza di una tale alternativa concettuale si rivela, a mio avviso, decisivo poiché essa non risulta essere soltanto una mera possibilità teorica e speculativa, ma esattamente quanto opera concretamente – e spesso circola in modo non sempre lineare e avvertito – in molti discorsi odierni sulla democrazia radicale: come se, in fondo, questi ultimi, nel dare seguito alla senz’altro apprezzabile intenzione di estendere quanto più possibile lo spazio d’accoglienza all’alterità e di ricettività al conflitto, non si rendessero conto di compiere, a un certo punto, un indebito salto paradigmatico dalla radicalità all’assolutezza, finendo così per cedere, attraverso una sorta di inversione dialettica, alla medesima aspirazione di totalizzazione dello spazio politico che essi nondimeno esplicitamente combattono.

Non potendo effettuare in queste pagine una disamina estensiva di questo plesso di questioni, mi limiterò a mostrare quanto tale quadro problematico sia esattamente ciò che connota, erodendola dall’interno, la riflessione di Mouffe nel suo complesso. In particolare, ciò che si rivela estremamente interessante nell’impianto teorico mouffiano è la situazione di una peculiare oscillazione fra le due traiettorie paradigmatiche sopra citate. Pertanto, una lettura del suo discorso in tale chiave mette in grado di cogliere, a mio avviso, in modo puntuale, non solo i lineamenti strutturali delle due opzioni indicate (radicalità versus assolutezza), ma anche il complesso quadro che affiora allorquando si verifica la loro commistione. Si tratta, qui, di un intreccio che si delinea quale altamente problematico, poiché – detta in soldoni –, in esso, da un lato, si registra l’obbedienza a una politica genuinamente improntata alla contingenza, dall’altro, traspare, invece, una pulsione assolutistica capace, per quanto involontariamente, di produrre i suoi effetti spettrali all’interno dello spazio democratico.

3. Agonismo democratico e contingenza radicale

Ma partiamo dagli aspetti fecondi della proposta mouffiana. Nell’esplicitazione dei lineamenti fondamentali del suo progetto d’agonismo politico, Mouffe – come già anticipato – si richiama sempre ed esplicitamente al legame che connette intimamente l’aspetto plurale e conflittuale dello spazio democratico alla condizione di contingenza che il discorso politico moderno riconosce quale suo tratto strutturale. Non è dunque un caso che, nello sviluppare la sua riflessione, l’autrice prenda espressamente le mosse dall’analisi di Claude Lefort e dalla sua sottolineatura della determinazione radicalmente nuova che la modernità imprime allo spazio sociale. Richiamando i tratti essenziali di tale analisi, si tratta qui di mantener ferma una configurazione che, centrata sulla dismissione di qualsivoglia principio d’unitarietà sostanziale o “identità organica” presupposto all’ordine collettivo, implica necessariamente l’accettazione dell’ineludibile carattere “politico contingente” della sua “istituzione” e, parimenti, della limitatezza e storicità della sua organizzazione. Con l’esplicito riconoscimento moderno della contingenza, ogni ordine sociale scopre, così, di poter essere per principio determinato altrimenti e, per questo, essere oggetto dell’inarrestabile e sempre legittima possibilità d’insorgenza di sfide ed appelli alla sua alterazione e ri-configurazione. In altri termini, esso scopre l’apertura all’alterità, la pluralità e il conflitto quali motivi che giungono a pervaderne il suo stesso “livello simbolico”.

Mouffe, peraltro, approfondisce proprio questi tratti, allorché passa a definire meglio i due fondamentali e strettamente correlati compiti che conducono alla realizzazione di un vero e proprio progetto di democrazia radicale.

Il primo compito è quello di stampo, per così dire, decostruttivo, orientato a ricusare ogni ingiustificata pretesa di configurazione unitaria dello spazio politico, mostrando come configurazioni del genere, lungi dal riflettere una realtà oggettiva o sostanziale che ne starebbe alla base, sono frutto esse stesse di una genealogia del tutto contingente, che però non affiora in virtù del surrettizio atto – anch’esso contingente – della sua dissimulazione. Insomma, nella terminologia di Mouffe, si tratta di esibire come ogni presunta oggettività sociale non sia in alcun modo “la manifestazione di un’oggettività più profonda, esterna alle pratiche che l[a] originano”, ma piuttosto “il risultato di pratiche egemoniche sedimentate”. Pratiche, che, in quanto tali, sono contingenti poiché “costituite attraverso atti di potere”, ossia atti inclusivi sempre “basati sull’esclusione di possibilità altre”. In tal modo, lungo questa prima traiettoria decostruttiva, è proprio attraverso la rivelazione dell’irriducibile “natura egemonica di tutti i tipi di ordine sociale” e il rinvio alla concomitante possibilità della loro contestazione per mezzo del solo strumento di “pratiche contro-egemoniche” contestuali, discrete e per nulla assolute o totalizzanti, che Mouffe offre riscontro alla natura segnatamente contingente, conflittuale e alterabile di ogni compagine politica e, allo stesso tempo, ha modo di ribadire l’obiettivo progettuale stesso della sua teoria democratica. Si tratta di un obiettivo che, formulato nel sintetico e pregnante linguaggio del testo embrionale della sua teoria politica stilato assieme a Ernesto Laclau, recita: “I[l] momento della tensione e dell’apertura, che dà al sociale il suo carattere essenzialmente incompleto e precario, è ciò che ogni progetto di democrazia radicale dovrebbe prefiggersi di istituzionalizzare”.

E di qui emerge subito il secondo compito inerente a un progetto di democrazia radicale, che è precisamente quello, da un lato, di preservare e affermare esplicitamente il carattere genuinamente plurale dello spazio politico, implementando così “l’idea che il pluralismo implica la permanenza del conflitto e dell’antagonismo” e, dall’altro, il concomitante gesto di “respingimento del sogno pericoloso di un consenso perfetto, di una volontà collettiva armonica” assieme alla “possibilità di un’omogeneità sostanziale” che questo sogno comporta. Cedere, infatti, alla tentazione di una figurazione unitaria e omogeneizzante dello spazio politico implicherebbe la trasgressione stessa della configurazione costitutiva dell’istituzione democratica moderna. In tal modo, anche lungo questa seconda traiettoria, Mouffe manifesta una stretta adesione a una strutturazione contingente dell’ordine politico, ricalcando, a suo modo, l’avvertimento che già Lefort esternava, allorché metteva in guardia sul fatto che lo spettro di una realizzazione “totalitaria” dello spazio sociale rappresenta il tratto di una tentazione costante e potente all’interno della modernità politica; tentazione che si presenta sulla scena ogniqualvolta la pluralità, la divisione e il conflitto vengono ricusati o anche soltanto attenuati in favore del “fantasma” di una sfera politica compiuta e armonica; ogniqualvolta, cioè, affiora “l’immagine di una comunità organica” e “si diffonde la rappresentazione di una società omogenea e trasparente a se stessa, quella di un popolo-Uno”.

Questa seppur breve e schematica serie di considerazioni, ci consegna così una comprensione complessiva della prospettiva agonistica di Mouffe chiaramente collocata lungo il solco di una realizzazione del progetto democratico esplicitamente votato all’affermazione di una contingenza di tipo radicale e per nulla assoluto; anzi, costantemente attento proprio a scongiurare eventuali scivolamenti nelle maglie di seduzioni totalitarie.

Nello specifico, il quadro di conflitto radicale a cui Mouffe guarda, parlando di “agonismo democratico”, è quello di uno “scontro tra avversari” che, per quanto consapevoli dell’impossibilità di raggiungere “una soluzione razionale del loro conflitto”, “riconoscono comunque la legittimità della controparte”. Come si può intuire, questa opzione può essere intesa come la condizione minima di un “‘consenso conflittuale’” tale da consentire, per un verso, una gestione democratica delle controversie e, per l’altro, un loro accoglimento dinamico, poiché convoglia, invece di neutralizzare, le divergenti aspirazioni in seno alla vita sociale.

4. Dalla radicalità all’assolutezza

Eppure, nonostante l’intenzione di aderire a una strutturazione dello spazio politico basato sul carattere della contingenza e sulla “‘visione democratico-pluralistico-radicale” che direttamente ne discende, il discorso di Mouffe, a mio modo di vedere, non manca di sottrarsi anch’esso dal cadere vittima di una contrapposta logica dell’assolutezza. Si tratta, nello specifico, di una sorta di seduzione totalizzante che affiora non appena si va a ispezionare più attentamente l’approccio adottato nel delineare le premesse della sua nozione di pluralità. In breve, la svista fatale in cui Mouffe incorre è quella di cercare di preservare l’insuperabile dimensione del conflitto relativo al suo disegno di “pluralismo agonistico” attraverso il ricorso alla matrice antagonistica proposta da Carl Schmitt.

Certamente, l’adesione di Mouffe al pensiero di Schmitt non avviene senza opportuni distinguo. Non per altro, la sua operazione di appropriazione risulta in un’attenta strategia che si traduce in un “pensare con Schmitt contro Schmitt”. Ciononostante – come cercherò di delineare – non è con tale presa di distanza che Mouffe riesce ad affrancare il suo discorso dalla spettralità dell’assolutezza. Anzi, molto probabilmente una tale presa di distanza risulta essere proprio ciò che permette a suddetta spettralità di operare indisturbata all’interno dell’impianto della sua proposta.

Ma vediamo prima in che termini Mouffe esplicita la sua appropriazione critica del paradigma schmittiano. L’autrice ritiene decisivo allinearsi con Schmitt, poiché è l’esplicita assunzione di quest’ultimo della distinzione amico/nemico e la concomitante dinamica di inclusione/esclusione alla base di ogni istituzione del politico – insomma, è la visione secondo cui ogni collettività politica si istituisce attraverso “la formazione di un ‘noi’ opposta a un ‘loro’”– a rappresentare il modo migliore per far affiorare l’“inestirpabile carattere di antagonismo” e la “natura conflittuale” che si agitano al fondo di ogni spazio democratico radicalmente plurale e contingente. Simultaneamente, un tale allineamento rende anche possibile mettersi nella posizione più adeguata per prendere le distanze da tutti quegli approcci che, sempre secondo questa studiosa, per quanto riconoscano l’imprescindibilità del pluralismo nella vita democratica, non si mettono davvero in grado di assegnargli una vera e propria caratura costitutiva, cioè un carattere “inerentemente conflittuale” e irriducibilmente divisivo. Tali approcci, infatti, vuoi orientati – come abbiamo già visto – in senso liberale-deliberativo sotto l’egida di un primato del consenso razionale, come in Rawls e Habermas, vuoi invece disegnati attorno a una prassi di stampo più marcatamente interattivo, come nel caso della teoria della Arendt, compiono comunque l’errore d’inscrivere la pluralità “nell’orizzonte di un accordo intersoggettivo”, e così facendo trasferiscono inevitabilmente l’articolazione del conflitto da tratto irriducibile a condizione semplicemente empirica e superabile. Di conseguenza, seguendo tali prospettive, ne risulta complessivamente una prospettazione del pluralismo che, lungi dal mettere al centro il conflitto quale componente strutturale, implica in ultima analisi “la possibilità di una pluralità senza antagonismo, di amici senza nemici, di un agonismo senza antagonismo”.

Eppure, Mouffe – come anticipato –, nonostante la dichiarata aderenza alla prospettiva di Schmitt, funzionale a una difesa della conflittualità quale aspetto costitutivo di ogni pluralismo, ne ritiene inevitabile anche una presa di distanza. In effetti, un “argomentare contra Schmitt” si rende necessario dal momento che la posizione d’inestirpabile antagonismo fra nemici da egli prospettato si dimostra, in ultima analisi, inconciliabile con un “disegno democratico” dello spazio politico. Pensare contro Schmitt, dischiuderebbe, allora, per Mouffe, la possibilità di segnalare un modo in cui l’antagonismo, per quanto riconosciuto quale tratto irrinunciabile dello spazio politico, viene reso nondimeno conciliabile con una forma di conflittualità consona alla configurazione democratica. È esattamente a questo livello che Mouffe introduce il motivo dell’agonismo quale punto centrale del suo progetto di democrazia radicale. L’agonismo fra avversari, infatti, costituirebbe per l’autrice proprio la modalità attraverso cui il conflitto, assunto in tutta la sua forza e portata, viene al contempo “‘addomesticato’ o ‘sublimato’” in modo da renderlo “compatibile con la democrazia pluralistica”. Una tale sublimazione agonistica, inoltre, nel mettersi in grado di fornire ai conflitti spazio d’espressione, raggiunge anche l’obiettivo fondamentale di prevenirne la rimozione e, di conseguenza, il rischio d’improvvisa e pericolosa escalazione nelle arene democratiche.

In tal modo, volendo riassumere – con qualche licenza di semplificazione – la strategia complessiva del discorso di Mouffe, potremmo affermare che, mentre pensare assieme a Schmitt consente di cogliere l’antagonismo come fonte di ogni agonismo al fine di dare espressione a un’articolazione davvero plurale dello spazio democratico, pensare contro Schmitt permette invece di dare riscontro alla necessità di trasformare l’antagonismo in agonismo al fine di una costituzione davvero democratica della dinamica plurale.

Sennonché, è esattamente a questo livello che la soluzione mouffiana, per quanto affascinante e retoricamente raffinata, nasconde un’incoerenza di fondo, la quale, se sottoposta ad attenta analisi, ci riporta proprio a quell’irriducibile discrepanza fra semantica della radicalità e dell’assolutezza della contingenza, a cui mi riferivo in precedenza. In particolare, una tale discrepanza mostra qui la peculiare dinamica di un’oscillazione che, però, non si acquieta mai nel raggiungimento di una conciliazione.

In sintesi, ciò che contesto a Mouffe è il fatto che l’agonismo e l’antagonismo non possono essere in alcun modo connessi come se potessero essere accomunati attorno a quella che potrebbe essere considerata la medesima matrice di conflittualità, e questo dal momento che, a differenza di quanto Mouffe sostiene, essi sono paradigmaticamente incompatibili: mentre, infatti, il primo riflette la dinamica di una contingenza di tipo radicale, il secondo ripropone invece un profilo d’assolutezza a essa irriducibile. Pertanto, contrariamente a quanto Mouffe asserisce, la configurazione conflittuale schmittiana, basata sulla relazione oppositiva noi/loro e amico/nemico, non può essere in alcun modo fatta funzionare quale “punto di partenza necessario” o, addirittura, “condizione di possibilità quasi-trascendentale” dell’agonismo democratico. La visione di Schmitt offre, piuttosto, il presupposto più errato per lo sviluppo di una pluralità democraticamente intesa, poiché ciò che sostiene la prima rappresenta la negazione stessa della premessa strutturale da cui la seconda emerge. È esattamente questa incongruenza ciò che Mouffe pare ignorare e che, di conseguenza, le consente il gesto di un’erronea connessione fra i piani.

Certamente, Mouffe stessa – come è stato indicato poc’anzi – sottolinea la divergenza fra la prospettiva antagonistica schmittiana e il suo disegno di agonismo democratico. Altrimenti, non avrebbe neppur avanzato l’esigenza di trasformare o sublimare la prima nel secondo. Questo avvertimento, tuttavia, non scalfisce il nucleo essenziale della mia critica, dal momento che Mouffe, nonostante segnali una tale divergenza fra antagonismo e agonismo, resta comunque ferma nella convinzione circa la possibilità di trasformare il primo nel secondo; e questa possibilità si regge esclusivamente sul fatto di assumere una più fondamentale convergenza fra i due registri, proprio come se essi, nonostante tutto, fossero in ultima istanza davvero connessi sulla base di una comune proprietà. Come è intuibile, una tale proprietà è espressa dall’aspetto del conflitto che in entrambi si verifica.

Sennonché, è questo punto che io contesto, poiché, alla luce di un’analisi più attenta, che  Mouffe però non effettua, l’assunzione di una tale comunanza non tiene affatto. Sotto la superficie di una generica condivisione basata sulla mera presenza del conflitto, agonismo e antagonismo rivelano, invece, una strutturale e incolmabile divergenza, che riflette esattamente lo iato che si spalanca fra la configurazione di una contingenza radicale e una contingenza che, proprio attraverso il gesto che vuole spingerla all’estremo, finisce per rovesciarsi nel suo esatto contrario, ossia nel ripristino di una visione assolutizzante.

Ne consegue, così, una critica complessiva all’impianto di Mouffe, che può essere espressa nei seguenti termini: per quanto mossa dal condivisibile intento di sottolineare il tratto della conflittualità quale carattere costitutivo della struttura di ogni spazio democratico fondato su una visione della contingenza radicale, Mouffe, nel momento in cui cerca di esplicitarne la portata attraverso la riconduzione dell’agonismo all’antagonismo, cade vittima di un preliminare equivoco paradigmatico che poi si riverbera con conseguenze infauste lungo l’intera traiettoria del suo discorso.

Sostanzialmente sono due i punti critici che bisogna mantenere fermi. In primo luogo, attraverso tale gesto connettivo, Mouffe si sbarra fin dall’inizio la possibilità di cogliere il fatto fondamentale che i due registri – antagonismo e agonismo –, nonostante l’apparente affinità, sono e restano irrimediabilmente incompatibili. E si badi bene, si tratta qui di un’incompatibilità resistente a qualsivoglia strategia di trasformazione o sublimazione, visto che, da un lato (quello dell’agonismo), abbiamo a che fare con la contingenza radicale inerente alla dinamica democratica, mentre dall’altro (quello dell’antagonismo schmittiano), ci troviamo di fronte all’esatta negazione di tale condizione. In secondo luogo, aprendo all’antagonismo, Mouffe finisce per lasciare insinuare inevitabilmente, per quanto involontariamente, lo spettro di un’aspirazione assolutistica proprio all’interno dell’ambito che dovrebbe ricusarlo nel modo più deciso.

Ed è precisamente in tal modo che – come ho anticipato – la prospettiva mouffiana, mantenendo incoerentemente connessi i termini di una tale irriducibile divergenza, finisce per rivelarsi come discorso che, al posto di dare appropriato e lineare riscontro ai tratti della contingenza e dell’apertura di una democrazia radicale, lascia invece spazio d’azione a una dinamica ambigua che oscilla fra la loro affermazione e il loro paradossale rovesciamento.

Data l’elevata posta in gioco che qui si segnala, è bene insistere, per un ultimo tratto, sui termini di tale divergenza attraverso una descrizione di carattere espressamente strutturale. Partiamo dalla prospettiva che si schiude sulla base di un’adeguata comprensione della condizione di contingenza relativa alla dinamica democratica e alla tipologia di conflitto a questa inerente. In tale contesto, si tratta di cogliere la costituzione di ogni soggettività collettiva che, in quanto scevra di qualsivoglia fondamento sostanziale capace di fornirle fin dall’inizio una configurazione identitaria, implica necessariamente un’autofondazione attraverso un processo d’inclusione ed esclusione. Sulla base di tale processo, il sé collettivo, essendo costituito quale risultato – e non esistendo in nessun modo prima – della dinamica d’inclusione, si rivela immancabilmente privato della possibilità di reclamare un’auto-delimitazione compiuta e definitiva. Per conseguenza, il sé collettivo, lungi dal generare una relazione d’estrinseca opposizione a una mera esteriorità esclusa, implica invece l’escluso quale sua componente più intrinseca, cosicché proprio quest’ultimo viene a rappresentare l’elemento che – come abbiamo già segnalato all’inizio – mantiene il sé collettivo costantemente aperto a possibili ri-configurazioni. Insomma, in tale contesto, l’escluso si presenta come la componente che, operando all’interno del sé collettivo, lo mantiene costantemente esposto alla sua possibilità di ri-fondazione, ri-legittimazione e ri-negoziazione. Ed è proprio in questi termini che pluralità, conflitto e apertura all’alterità emergono quali possibilità più intime e irriducibili di uno spazio democratico basato su una visione della contingenza radicale. Esattamente opposto è invece il quadro che affiora nella visione schmittiana. Qui l’istituzione del sé politico, per quanto implichi un processo di inclusione/esclusione, non dà origine in alcun modo a una genuina articolazione della contingenza radicale e alla concomitante dinamica di una messa in discussione e rinegoziazione che emerge dall’interno. Infatti, nella prospettiva di Schmitt, ciò che è incluso come sé collettivo – il Noi –, lungi dal risultare scevro di una base fondazionale previa, poggia proprio sulla pretesa di esibire un’identità politica presupposta; identità rispetto alla quale ogni inserzione d’alterità non può che rivelarsi derivata ed estrinseca. In aderenza a tale identità prestabilita, un’auto-delimitazione compiuta può essere così stabilita, un auto-dominio totale può essere affermato e, via esclusione, un’esteriorità assolutamente non-intrusiva può essere prodotta nella forma di un Loro inconciliabile.

Ne risulta, pertanto, che la contrapposizione primeva Noi/Loro di stampo schmittiano si rivela ben in grado di delineare il quadro della dimensione del conflitto e dell’esclusione costitutiva nel caso della forma estrema dell’ostilità. Tuttavia, in quanto fondata sulla negazione stessa di una visione dell’istituzione di carattere propriamente contingente, non fornisce nessun ausilio nel contesto della rappresentazione della dinamica della pluralità e conflittualità inerenti allo spazio democratico, per non parlare poi del poter fungere da punto di partenza o, addirittura, piano trascendentale di esso.

5. Conclusione: distanza e adesione

In questo modo, veniamo ricondotti nell’alveo della mia critica complessiva: se seguiamo  Mouffe nella suo dar fondo al paradigma conflittuale di Schmitt, lungi dall’approfondire il carattere contingente, plurale e aperto dello spazio democratico, come lei stessa suggerisce, ci troviamo precipitati nell’esito diametralmente contrapposto, cioè nello scivolamento in una configurazione totalizzante dell’ordine politico. O più precisamente, in un movimento oscillatorio che, in modo incoerente e ambiguo, si rivolge ora all’uno ora all’altro paradigma.

In linea con questa critica sono, perciò, incline a valutare l’impostazione di Mouffe attraverso l’espressione di una sintonia e, al contempo, di una presa di distanza. L’accordo si rivela alla luce dell’enfasi che l’autrice giustamente pone sulla dimensione plurale e agonistica della dinamica democratica quale necessaria conseguenza della condizione di radicale contingenza di cui essa è intessuta. Il disaccordo si sostanzia, invece, nei confronti della sua opzione per il modello antagonistico schmittiano che, al posto d’accentuare l’aspetto della pluralità e del conflitto, finisce per assolutizzarlo, tradendone così irreparabilmente la stessa matrice di contingenza. È solo sulla scorta di un’apparente affinità basata sulla condivisione di una simile dinamica di inclusione/esclusione e di conflittualità che antagonismo e agonismo sembrano, infatti, mostrare una comunanza. Ma, in ultima analisi, sotto questo strato superficiale si nasconde una ben più profonda divergenza paradigmatica tale da non consentire nessuna congiunzione, per quanto trasformativa e sublimatrice un’impresa di connessione voglia presentarsi.

Una tale presa di distanza non deve, tuttavia, fuorviare rispetto al mio convincimento complessivo – espresso chiaramente in altri luoghi – tutto teso a registrare nell’agonismo politico proposto da Chantal Mouffe un percorso da approfondire e valorizzare nel modo più assoluto; e ciò proprio allo scopo di riattivare, in tutte le sue intime risorse, la dinamica partecipativa della vita democratica quale antidoto alle sue derive agonizzanti, di cui oggigiorno, peraltro, siamo più che mai spettatori (ma anche complici).

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è insieme un periodico, un’associazione onlus, di promozione sociale, iscritta all’albo regionale della Puglia, fondata nel 2008, con attività che risalgono a partire dal 2002 e una rete di scuole di formazione politica. Vi partecipano credenti cristiani e donne e uomini di diverse culture e religioni, accomunati dall’impegno per una società più giusta, pacifica e bella.

Una presentazione sintetica delle nostre attività la trovi nel video qui 

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E' in distribuzione Cercasi un fine n. 120
(2020- Anno XVI)

quadratino rosso Tema: I doveri

Scrivendo per il giornale

Se volete scrivere per il giornale:
direttore@cercasiunfine.it


 

 listing Il n. 120 è sui DOVERI (si parla spesso di diritti: e i doveri? Cosa intendiamo per doveri? Esistono gruppi, culture e religioni che danno seria testimonianza sui doveri? Come educare ai doveri?)  è in spedizione.

listing Il n. 121 è su RESISTERE RESISTERE RESISTERE: come abbiamo vissuto il periodo di crisi sanitaria è in preparazione.

 listing Il n. 122 è su... Tutti pazzi per i Social? Come i social stanno trasformando nostro modo di pensare, giudicare, informarci e razionarci? Riusciamo ad essere ironici su questa influenza diffusa? Testi da inviare entro 31 ottobre 2020.

Se avete qualcosa da proporci su qualcuno di questi temi siamo ben lieti di accoglierlo. Accettiamo anche contributi in altre lingue.