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I magistrati tra identità dei gruppi e sintesi programmatica, di Giuseppe Mastropasqua

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 03/02/2022 10:29
L’associazionismo giudiziario da molti anni è in forte crisi causata da diversi fattori; si è in presenza di una cambiamento d’epoca, che sta profondamente trasformando le istituzioni…

Prima Parte

Sommario: 1. Cenni storici sull’associazionismo giudiziario. – 2. Associazionismo giudiziario ed interpretazione della realtà; 2.1 L’epoca della ‘post-verità’; 2.2 I corpi intermedi: dal collante ‘ideologico’ alla liquidità e al corto-termismo; 2.3 ‘Surfismo’, società del rischio e cultura dell’incertezza; 2.4 Frammentazione, fragilità, miti a ‘bassa intensità’; 2.5 Le dinamiche del potere: scopo, degenerazioni, leader e suo ‘cerchio magico’. – 3. Proposte minimali per il rilancio dell’associazionismo giudiziario; 3.1 L’identità relazionale e narrativa dei gruppi; 3.2 Il giudice ‘costituzionale’; 3.2.1 Autonomia e indipendenza; 3.2.2 Il giudice naturale e l’organizzazione dell’ufficio; 3.2.3 Lo status giuridico del magistrato; 3.2.4 Profili deontologici; 3.2.5 L’interazione con la società.   

     1- Cenni storici sull’associazionismo giudiziario

Si è soliti affermare che l’associazionismo giudiziario nasca formalmente il 13 giugno 1909, allorquando un gruppo di 44 magistrati si riunisce a Milano e costituisce l’Associazione Generale tra i Magistrati d’Italia (A.G.M.I.)  sulla base di obiettivi programmatici in gran parte già contenuti nel cd. ‘Proclama di Trani’ (1904) sottoscritto da 116 magistrati del Distretto della Corte d’Appello di Trani .

L’A.G.M.I. persegue -fra i suoi scopi- soprattutto il riconoscimento di diverse garanzie a tutela dei magistrati come, ad esempio, l’inamovibilità dei pubblici ministeri già prevista per la magistratura giudicante, il miglioramento delle miserevoli condizioni professionali e retributive dei magistrati, il rafforzamento dei poteri del Consiglio Superiore della Magistratura .

Il Governo dell’epoca, mediante il Guardasigilli V. E. Orlando, manifesta una posizione molto critica sulla costituzione dell’A.G.M.I. per le seguenti tre ragioni:

la peculiare funzione dei magistrati determina l’insorgenza di “dubbi gravissimi sulla possibilità che l’iniziativa produca frutti utili e degni”;

la struttura gerarchica della magistratura italiana, che ha il suo vertice nella Corte di Cassazione, è incompatibile con un’Associazione i cui aderenti hanno posizione paritaria fra loro con conseguente danno per la dignità e l’autorità della cd. ‘magistratura maggiore’, che ricopre funzioni direttive; per converso, l’Associazione potrebbe essere compatibile, se rispecchiasse i diversi gradi della gerarchia e, perciò, non desse adito a conflitti tra magistratura ‘minore’ e quella ‘maggiore’;

la discussione combattiva di idee e tendenze”, insita nell’A.G.M.I., le avrebbe conferito un ruolo politico che non si addice ai magistrati .

L’Assemblea generale degli iscritti nella riunione del 21 dicembre 1925 delibera lo scioglimento dell’A.G.M.I. per paralizzare in anticipo la pretesa del regime di trasformarla in sindacato fascista; la stessa A.G.M.I., ritenuta responsabile di aver abbracciato un indirizzo antistatale e sovversivo, è formalmente sciolta con Regio Decreto del 16 dicembre 1926 e i suoi dirigenti sono destituiti dal servizio con decorrenza dal 31 dicembre 1926.

Tuttavia, anche se la stragrande maggioranza dei magistrati aderisce con convinzione al fascismo e viene premiata mediante una veloce progressione in carriera nell’ambito di un ordine giudiziario ormai strutturato in senso fortemente gerarchico e quasi completamente asservito al regime, una buona parte di magistrati -di formazione culturale liberale- resta fedele al modello di giudice burocrate quale ‘bocca ed applicatore’ della legge e tende a rapportarsi col regime fascista in maniera silenziosamente o formalmente adesiva, testimoniando così di essere in qualche modo permeabile al contesto politico e socio-culturale del tempo; non mancano, però, diversi magistrati che dissentono dal fascismo e taluni entrano in formazioni partigiane, pagando tali scelte con la vita, la deportazione in lager, il trasferimento ‘punitivo’ ad altri uffici, il collocamento a riposo, la dispensa dal servizio .

Al termine del Secondo conflitto mondiale, la maggior parte della magistratura passa dal regime fascista al nuovo contesto repubblicano, democratico e costituzionale, ma tale passaggio avviene senza soluzione di continuità sul piano culturale e professionale .

Infatti, nella magistratura da un lato si fa fatica ad attuare i nuovi principi contenuti -nella Prima Parte della Costituzione- in norme ritenute ‘programmatiche’ e non immediatamente applicabili; dall’altro lato, in spregio al principio di divisione dei poteri, si elabora la proposta (non recepita dall’Assemblea Costituente) di attribuire alla Corte di Cassazione (‘alta magistratura’) il potere di vagliare la conformità alla Costituzione delle leggi e degli atti aventi forza di legge.

Anzi, una parte della magistratura continua a manifestare una certa diffidenza e resistenza -verso il nuovo ordinamento costituzionale- anche dopo che la Corte Costituzionale inizia ad operare (1956); ciò è da ascriversi al fatto che i magistrati sono in gran parte di formazione liberale e conseguentemente -considerandosi ‘funzionari’ deputati ad essere ‘mera bocca della legge’- si limitano ad applicare le leggi vigenti emanate anche in epoca fascista e nell’immediato dopoguerra, omettendo di investire (se non in rari casi) il Giudice delle leggi al fine di verificarne la conformità alla Costituzione .

Ciò posto, l’associazionismo giudiziario vede di nuovo la luce il 21 ottobre 1945 con una nuova denominazione: Associazione Nazionale Magistrati (A.N.M.) che per oltre un decennio viene diretta da magistrati di Cassazione.

L’A.G.M.I. e poi l’A.N.M. sono le uniche due associazioni unitarie di magistrati, sino a quando nel 1960 i magistrati di Cassazione danno vita all’Associazione Unione delle Corti, che nel 1961 prende il nome di Unione Magistrati Italiani (U.M.I.).

I magistrati di Cassazione (iscritti all’U.M.I.) decidono di uscire dall’A.N.M., perché questa dal Congresso Nazionale di Napoli (1957) in poi assume posizioni da quelli non condivise e fortemente contrastate; in particolare, detta fuoriuscita è determinata dal fatto che l’A.N.M.:

propugna la tesi secondo cui il giudice è non simple bouche de la loi e non sacerdote separato dalla società e rinserrato nella turris eburnea del suo sapere sillogistico e tecnico-formale, bensì interprete vivo della legge secondo i principi costituzionali, aperto ed attento alle problematiche culturali e socio-politiche riguardanti il ‘servizio giustizia’;

si schiera -con maggioranze progressivamente sempre più ampie- contro la concezione gerarchica e piramidale della magistratura basata sulla progressione in carriera a ‘ruoli chiusi’ e sulla distinzione tra ‘alta magistratura’ (i magistrati di Cassazione) e ‘bassa magistratura’ (tutti gli altri magistrati), sostenendo invece il sistema dell’avanzamento in carriera a ‘ruoli aperti’ fondato sulla cd. ‘anzianità senza demerito’;

è contraria all’accentramento del potere giudiziario nelle mani dei magistrati cassazionisti per il fatto che costoro nel contempo dirigono l’A.N.M., hanno un peso preponderante -in virtù della legge elettorale all’epoca vigente- nel C.S.M., compongono le commissioni preposte a valutare i magistrati che aspirano ad avanzamenti di carriera.

L’U.M.I. resta in vita per oltre un decennio sino agli anni “70, allorquando i suoi iscritti rientrano gradualmente nell’A.N.M. e aderiscono in gran parte al Gruppo ‘Magistratura Indipendente’.

L’A.G.M.I. e l’A.N.M., sin dalla loro costituzione, si caratterizzano per il carattere politico dei loro rispettivi operati e per il pluralismo interno, in quanto vi si iscrivono magistrati di diverso orientamento culturale; ma soltanto dal 1957 in poi il pluralismo nell’A.N.M. si esprime mediante la progressiva formazione al suo interno di gruppi, che si differenziano per contenuti programmatici, obiettivi da raggiungere, metodi praticati.

Infatti si costituiscono: nel 1957 il Gruppo ‘Terzo Potere’ che nel 1979 concorre a formare il nuovo Gruppo ‘Unità per la Costituzione’; nel 1962 il Gruppo ‘Magistratura Indipendente’; nel 1964 il Gruppo ‘Magistratura Democratica’ che nel 2012 concorre a formare il Gruppo ‘Area’; nel 1969 il Gruppo ‘Impegno Costituzionale’ che nel 1979 concorre a formare il nuovo Gruppo ‘Unità per la Costituzione’; nel 1988 il Gruppo ‘Movimento per la Giustizia’ (già denominato ‘Verdi’) che nel 2012 concorre a formare il nuovo raggruppamento denominato ‘Area’, il quale il 21 giugno 2016 dà vita all’Associazione ‘Area Democratica per la Giustizia’; nel 2015 il Gruppo ‘Autonomia e Indipendenza’ nato da una scissione di ‘Magistratura Indipendente’; negli ultimi anni i due distinti Gruppi ‘Articolo 101’ e ‘Movimento per la Costituzione’, quest’ultimo sempre alleato con ‘Magistratura Indipendente’ in tutte le competizioni elettorali cui ha partecipato.

Le plurali sensibilità culturali (già esistenti nell’A.G.M.I.) e i diversi gruppi, che operano in seno all’A.N.M., sono i ‘veri motori’ dell’associazionismo giudiziario, in quanto danno vita all’interno della comune ‘casa associativa’ a dibattiti serrati, a confronti talvolta accesi, a sintesi programmatiche (deliberate di volta in volta all’unanimità o a maggioranza) sugli obiettivi da perseguire e sugli interventi in materia di ordinamento giudiziario, stato della giustizia, carriera e prerogative dei magistrati, proposte normative sulle diverse tematiche esaminate.

Le molteplici posizioni, assunte nel corso degli anni dall’A.N.M. e dai singoli gruppi sulle questioni affrontate, oscillano e talvolta fanno sintesi tra tensioni corporative a tutela dei magistrati, prospettive culturali ed ermeneutiche costituzionalmente centrate e orientate, apertura ad interventi politici su problematiche riguardanti la giustizia e la democrazia. 

Storicamente le diverse sensibilità culturali, presenti nell’A.G.M.I. e poi nell’A.N.M., costituiscono un indubbio fattore di ricchezza per l’intera magistratura; ciò è attestato anche dall’attuale Ministra della Giustizia, la quale afferma di essere consapevole […] della fisiologica e peraltro ineliminabile pluralità delle culture della magistratura […], sicché occorre rifuggire […] dalla semplificazione che confonde il valore del pluralismo con le degenerazioni del correntismo […] . 

Infatti, numerosi e pregevoli sono i contributi e gli stimoli culturali offerti dall’associazionismo giudiziario:

tra il 1909 e il 1925 sul piano ordinamentale mediante il perseguimento di obiettivi programmatici concernenti il pieno riconoscimento del governo autonomo della magistratura, l’indipendenza della magistratura requirente dal potere esecutivo, il miglioramento delle condizioni retributive e lavorative dei magistrati;

dal 1945 in poi per quanto concerne l’indipendenza, l’autonomia, l’imparzialità e la terzietà del giudice; l’introduzione del ‘sistema tabellare’ per la ripartizione degli affari giurisdizionali ; la progressione in carriera dei magistrati (abolizione dei ‘ruoli chiusi’ accessibili mediante appositi concorsi ed introduzione prima dei ‘ruoli aperti’ e poi del criterio dell’anzianità senza demerito); l’elezione dei membri togati del C.S.M. secondo il criterio della parità nel diritto di voto attivo e passivo senza distinzioni tra livelli professionali; la legittimità del diritto di criticare i provvedimenti giurisdizionali; l’interpretazione costituzionalmente orientata della normativa in vigore; l’apertura al dibattito pubblico su tematiche concernenti il ‘servizio giustizia’; la tutela dei diritti fondamentali della persona sul piano politico, culturale, sociale ed economico. A ciò si aggiunge il notevole contributo teorico offerto a sostegno della tesi, secondo cui le norme della Costituzione -qualora abbiano contenuti autosufficienti e completi- sono non ‘programmatiche’, bensì ‘precettive’ e perciò immediatamente applicabili dal giudice alla fattispecie concreta .

L’A.N.M. svolge, altresì, un ruolo molto significativo a presidio della stessa democrazia durante gli ‘anni bui’ della Repubblica segnati da stragi, atti di terrorismo eversivo dell’ordine costituzionale, attentati miranti a destabilizzare l’ordine pubblico, criminalità mafiosa e corruzione; molti magistrati pagano con la vita per il semplice fatto di aver avviato indagini e svolto attività giurisdizionale -con le ‘armi’ del diritto e del processo- nei confronti di ‘grumi’ criminali più o meno potenti ed occulti.

Accanto alle molte ‘luci’, però, non mancano diverse ‘ombre’ che, in epoca repubblicana, si allungano sulla magistratura e gettano discredito sul ‘servizio giustizia’, sugli organi del governo autonomo, sull’A.N.M. e sui gruppi che ne fanno parte, determinando un netto calo di fiducia nell’imparzialità e terzietà dei magistrati; infatti, diversi magistrati balzano alle cronache per fatti di corruzione, malaffare, collusioni con centri di potere politico od economico, degenerazioni correntizie, disdicevole malcostume sul piano deontologico.

Tuttavia, tra alti e bassi, è certo che l’A.N.M. e i gruppi contribuiscono notevolmente a costruire, implementare e rafforzare la democrazia costituzionale aperta alle istanze europee e internazionali.

In uno storico documento l’A.N.M. rimarca: […] L’associazionismo giudiziario in Italia ha una forte e radicata tradizione che risale agli inizi dello scorso secolo. Nell’ultimo secolo esso si è articolato con la formazione delle “correnti” all’interno dell’unica Associazione nazionale magistrati che da tale situazione trae indiscutibile rappresentatività e particolare autorevolezza per il fatto di esprimere il risultato del dibattito pluralistico, ricco ed articolato, dei gruppi associativi. L’associazionismo giudiziario costituisce ad un tempo: l’esercizio da parte dei magistrati delle libertà costituzionali di pensiero e associazione; lo strumento per la crescita della consapevolezza nei magistrati della specificità della funzione e della essenzialità dell’indipendenza per il suo esercizio; il contributo dei magistrati al dibattito sul ruolo della magistratura nella società e nelle istituzioni […] .

Questo è un patrimonio storico di idee, programmi, interventi e attività -indubbiamente rilevante sul piano quantitativo e soprattutto qualitativo- che nessuno può revocare in dubbio. 

     2- Associazionismo giudiziario ed interpretazione della realtà

Le molteplici ombre, addensatesi negli ultimi anni su una parte della magistratura e dell’organo di governo autonomo, sono sintomatiche di una ben più vasta crisi della democrazia sul piano istituzionale, politico, economico, culturale e sociale; oggi si assiste ad una crisi di sistema, la quale involge tutti i settori della convivenza civile e -per quel che rileva ai fini della nostra analisi- soprattutto i cc.dd. ‘corpi intermedi’ che all’interno della società sono il collante di istanze, sollecitazioni, programmi, attività, interventi, elaborazioni di carattere culturale e socio-politico.

Nel disegno, tracciato dalla Costituzione, i ‘corpi intermedi’ sono formazioni sociali, in cui ciascuna persona può realizzarsi integralmente sul piano lavorativo, etico, morale, culturale e religioso, nonché contribuire ad elaborare progetti volti alla promozione e allo sviluppo della comunità civile e delle istituzioni democratiche secondo i principi di solidarietà, uguaglianza formale e sostanziale, sussidiarietà e bene comune.

Sino alla fine del decennio 1970-1980, i ‘corpi intermedi’ sono generalmente luoghi di confronto e di dibattiti (anche animati) su molteplici questioni di interesse generale; a seguito della graduale liquefazione delle ideologie, che hanno dominato il ‘secolo breve’ , nel decennio 1980-1990 i ‘corpi intermedi’ iniziano a smarrire questa loro vocazione e -tranne alcune realtà circoscritte- si ripiegano progressivamente sul presente e si accasciano su iniziative di corto respiro.

L’anemia dei ‘corpi intermedi’ impedisce di avviare reali processi di discernimento della realtà circostante e di concorrere in maniera autentica allo sviluppo della comunità civile e delle istituzioni democratiche del Paese; infatti l’attuale crisi della democrazia è il risultato, fra l’altro, anche dell’afasia e dell’assopimento dei ‘corpi intermedi’ e, conseguentemente, della loro incapacità di decodificare la crisi sistemica che sta investendo il Paese ed il mondo intero.

Si è in presenza non di una ‘epoca di cambiamento’, ma di un ‘cambiamento d’epoca’ accelerato -da ultimo- dai pervasivi effetti prodotti dalla pandemia in corso: senso di incertezza sul futuro, fragilità e vulnerabilità sul piano relazionale, fisico e psicologico; crollo dell’economia; aumento dei casi di depressione, suicidi, separazioni, violenza fra mura domestiche; accentuata precarietà del lavoro; stress dei sistemi sanitari e delle stesse istituzioni democratiche; fake news divulgate spesso intenzionalmente attraverso il web, i media, le tecnologie digitali; pervasiva diffusione di populismi in ambito penale secondo lo schema ‘amico/nemico-delinquente’, socio-politico in relazione alla profonda crisi globale, socio-sanitario per quanto concerne la gestione dell’emergenza pandemica e della campagna vaccinale.

La narrazione del trauma, provocato dalla pandemia, mette certamente in discussione il ‘mito’ del progresso lineare ed inarrestabile, perché smentisce quella lettura ‘faustiana’ della storia secondo cui l’uomo -con il suo sapere tecnico-scientifico ed il suo operato- può titanicamente dominare il mondo, indirizzarlo e piegarlo secondo il suo volere.

Anche l’esperienza giuridica da tempo è sottoposta a diverse sollecitazioni ‘stressanti’ e traumatiche, in quanto si trova ad affrontare problematiche e situazioni nuove con strumenti normativi e un armamentario culturale, che si sono mostrati in gran parte obsoleti e inadeguati.

Infatti, di fronte alle sfide poste dalla pandemia mondiale in atto, il decisore politico interviene anche con atti amministrativi per limitare la libertà di spostamento dei cittadini e per disciplinare l’esercizio di diritti fondamentali della persona; attribuisce, altresì, ai capi degli uffici giudiziari il potere di organizzare -a ‘macchia di leopardo’- lo svolgimento dell’attività giurisdizionale mediante l’adozione di specifici e differenti progetti organizzativi, in cui sono individuati in maniera diversa i processi da trattare e quelli da rinviare ed i relativi tempi/modalità di definizione, dando così luogo ad una giurisdizione esercitata in maniera disomogenea e diversificata sul territorio nazionale.

Inoltre diverse nuove sfide per la giurisdizione provengono, ad esempio, dalle complesse problematiche concernenti il ‘fine vita’, le questioni ‘eticamente sensibili’, i fenomeni migratori, la tutela dei diritti e l’osservanza dei doveri connessi all’accesso e all’uso di internet e dei social networks.

In particolare la travolgente trasformazione digitale in atto determina:

certamente varietà e facilità di contatti sociali e di reperimento/scambio di informazioni, ma scarsa integrazione nei gruppi, in quanto questi sono caratterizzati da legami deboli;

la vita quotidiana delle persone è orientata e organizzata sulla base di algoritmi, i quali però sono inficiati da una contraddizione di fondo: da una parte, danno visibilità massima a comportamenti e valutazioni di singoli, gruppi, imprese, istituzioni; dall’altra, invece, rendono invisibili le dinamiche del loro stesso funzionamento, nonché scarsamente trasparenti le culture aziendali di riferimento;

una conoscenza di notizie partecipata e diffusa in tempo reale la quale, se da un lato incentiva la collaborazione fra gli utenti dei social networks, dall’altro si basa su meccanismi di condivisione e partecipazione che spesso sono il frutto non di condotte razionali, bensì di compulsive spinte emozionali ed empatiche che portano a ‘polarizzare’ i discorsi, le valutazioni, le analisi e le opinioni;

la creazione di centri di ‘intelligenza artificiale’, i quali contengono sì innumerevoli dati, ma progressivamente sostituiscono l’intelligenza collettiva e individuale e -a cascata- ridimensionano o addirittura annullano la sovranità di ciascuno e della comunità su interi campi e processi decisionali;

la labilità tra epistème (conoscenza certa e vera) e doxa (opinioni e valutazioni) con grave danno per le acquisizioni di dati scientifici e di quelli storicamente certi validati ufficialmente dalle autorità competenti. Trattasi di danni, che sono causati dalla diffusione di notizie e valutazioni (non verificate da alcuno) ‘alternative’ a quelle ‘ufficiali’ -ad esempio- in ambito sanitario, storico, scientifico, politico, istituzionale, dando luogo a ‘bolle informative’ in cui da una parte le opinioni più visibili dominano le menti senza imbattersi in punti di vista diversi, conflittuali o non graditi; dall’altra, le fakes news -in forza della loro vorticosa reiterazione e diffusione- finiscono per ‘essere’ la realtà e per avere una valenza maggiore delle stesse evidenze scientifiche .

Altre situazioni, che sono all’origine di continue riflessioni e incessanti adattamenti nell’ambito dell’esperienza giuridica, sono costituite dalle reiterate frequenti riforme sia della normativa sostanziale e processuale soprattutto penale, sia della legislazione che disciplina altri settori della convivenza civile come -ad esempio- quella riguardante la tutela delle fasce più deboli della società, l’introduzione di istituti di democrazia ‘partecipativa’ o ‘inclusiva’ in un sistema parlamentare a carattere rappresentativo, la disciplina dei fenomeni migratori da Paesi extracomunitari secondo le differenti prospettive dell’assimilazione, interculturalità, multiculturalità.

Le sfide, che le ‘res novae’ portano all’esperienza giuridica, producono rilevanti effetti anche sull’associazionismo giudiziario e sulla sua stessa capacità di rinnovarsi, adattarsi, attrezzarsi sul piano culturale per offrire -ai singoli magistrati, al grande pubblico e alle istituzioni democratiche- idee e strumenti concettuali adeguati ad affrontarle con consapevolezza e responsabilità.

Tuttavia, è chiaro che l’elaborazione di un armamentario culturale nuovo -idoneo ad affrontare le numerose e dirompenti sfide di questo tempo- richiede a monte la conoscenza della realtà nel suo continuo fluire e la comprensione delle sue profonde e reali dinamiche.

Questo è un compito non facile anche per il giurista, perché la realtà si presenta come un prisma che può essere ‘conosciuto’ in profondità soltanto se lo si guardi dalle sue basi e da tutte le sue facce laterali e rifrangenti; in altre parole la realtà è poliedrica, sicché i tentativi di definirla postulano la necessità di utilizzare i criteri conoscitivi offerti da altre scienze umane nella consapevolezza, però, che oggi sembrano essersi esaurite proprio le categorie interpretative della realtà per il fatto che queste spesso si rivelano insufficienti a decodificare l’incessante e continua emersione delle res novae.

La realtà supera le idee e le categorie concettuali umane, perché essa è più grande dell’uomo, lo precede, lo eccede, ne accompagna l’esperienza e l’uomo stesso è immerso in essa; d’altronde, è assodato che le analisi, le idee e le valutazioni, qualora dovessero essere ‘ideologicamente’ fondate ed orientate, rischierebbero seriamente di ‘accecare’ l’uomo e non gli consentirebbero di conoscere funditus la realtà stessa nella sua continua evoluzione; a questo riguardo non può revocarsi in dubbio l’estrema attualità ed utilità -per l’esperienza giuridica- dell’antica massima ex facto oritur ius.

In particolare la realtà, essendo dinamica e in continuo divenire, supera l’interpretazione di essa in virtù del fatto che l’interpretazione è di per sé statica e si cristallizza nel momento stesso in cui ritaglia analisi e scolpisce concetti; inoltre, la realtà s’imbatte nell’insufficienza della sua stessa ermeneutica, perché questa è riduttiva e parziale per il fatto che è connotata dalla ‘fissità’ di principi, criteri, canoni, metodi, concetti, definizioni, locuzioni incapaci di comprendere, contenere e spiegare la realtà tutta intera nel suo poliedrico dinamismo.

Quindi, l’associazionismo giudiziario, al fine di tentare di comprendere la realtà e di incidere sul suo vorticoso ed incessante fluire, è chiamato anche a conoscere funditus il tempo presente in cui opera, ad individuarne le caratteristiche e le dinamiche evolutive, a decodificare il contesto storico in cui si svolge l’attività giurisdizionale; allo scopo è necessario ed utile avvalersi -senza alcuna pretesa di completezza ed esaustività- degli strumenti conoscitivi e dei criteri interpretativi offerti soprattutto dall’analisi sociologica in chiave storica, tecnico-scientifica, etico-filosofica.

2.1 L’epoca della ‘post-verità

Nella tragedia di Sofocle, Edipo Re, si narra che la città di Tebe fu invasa da un’epidemia causata dall’assassinio del suo re rimasto impunito; allora Edipo, per salvare la città, salì al trono, sposò la moglie del re ucciso e si mise alla ricerca del regicida.

Ma Edipo non sapeva che stava cercando se stesso, perché egli era il regicida. Infatti, fu il cieco indovino, Tiresia, ad aprirgli gli occhi: Edipo, senza saperlo, aveva ucciso suo padre, il re Laio, e poi aveva sposato sua madre, Giocasta.

La conoscenza della verità viene da un uomo cieco, perché questi vede attraverso la prospettiva del tempo che è superiore a quella dello spazio.

Non si può conoscere la realtà attuale, se non si comprende il passato; la storia costruisce il presente, l’identità di una persona, i valori condivisi in una comunità.

L’esperienza di vita personale e collettiva si compone anche del passato, perché i vissuti contribuiscono a plasmare il presente; la storia è un sistema o una sequenza di esperienze umane, che formano una catena unica, irriducibile ed indistruttibile.

Tuttavia il pensiero e la scrittura della storia non hanno saputo opporre valide ed efficaci resistenze alla forza distruttiva dell’esistenzialismo diffusosi a cavallo tra gli anni ‘60 e gli anni ‘70 del secolo scorso, allorquando la de-costruzione del passato ha determinato il progressivo sbriciolamento della prospettiva storica, che ha finito per soccombere sotto i colpi di manipolazioni e maltrattamenti.

Dal 2016 il lemma ‘post-verità’ è entrato nel circuito culturale occidentale, per descrivere quelle situazioni in cui deliberatamente oppure per errore o ignoranza -facendo leva su emozioni, credenze e pregiudizi cognitivi della psicologia umana- la realtà viene distorta e si stabilisce una sequenza ad essa parallela; si crea una realtà fittizia, in base alla quale molti formano le proprie opinioni e leggono i vissuti esperienziali propri e altrui .

Questa generazione di ‘verità’ fittizie finisce spesso per essere supportata da presunti ‘riscontri’ in fatti ed eventi, inoculando così dei veri e propri ‘virus’ nella cultura di una comunità e delle sue istituzioni ai vari livelli; a ciò si aggiunge il fatto che i destinatari delle false ‘verità’ credono di essere informati, ma di fatto recepiscono (spesso inconsapevolmente) narrazioni infarcite di interpretazioni personalissime elaborate da chi le ha diffuse al grande pubblico.

Forse l’attuale epoca della ‘post-verità’ è il canto del cigno di quelle stesse ideologie, che sono nate nel XIX secolo e si sono diffuse nel XX secolo.

Anche l’esperienza giuridica negli ultimi tre decenni è stata interessata dai colpi inferti da ‘costruite’ falsificazioni di verità storiche, dalla pervasiva diffusione di innumerevoli fake news, dall’artificioso stravolgimento di fatti ed eventi, dalla strumentale estrapolazione di frasi ed espressioni contenute in provvedimenti giurisdizionali.

Infatti, non sono stati pochi gli attacchi strumentalmente portati -sulla base di ‘bufale’ confezionate ad arte- contro singoli magistrati rei di aver avviato un’indagine non gradita o redatto un provvedimento non condiviso; contro uffici giudiziari esposti in prima linea nel perseguire delitti di criminalità organizzata o commessi dai cc.dd. ‘colletti bianchi’; contro la stessa A.N.M. definita ‘consorteria mafiosa’, ‘loggia massonica’, ‘anomalia della democrazia’; contro il legislatore allorquando ha approvato -ad esempio- le norme in materia di immigrazione o su questioni ‘eticamente sensibili’.

Quindi, per accedere alla realtà e decodificarla nella sua complessità in modo da evitarne false rappresentazioni, è necessario adottare criteri metodologici basati sui seguenti quattro movimenti:

prendere le distanze: penetrare la realtà, avvertirne le sensazioni, uscirne, rifletterci sopra;

riunire le prospettive: ogni realtà è poliedrica, sicché soltanto la somma delle facce e il groviglio delle prospettive possono restituirne i contenuti, la forma, il volume;

innalzarsi: elevarsi e distanziarsi dalla realtà, restare indifferenti rispetto ai fatti osservati, al fine di far cadere le lenti deformanti di possibili pregiudizi e preconcetti, che sono rischi sempre in agguato;

dialogare con l’alterità: l’apertura ad altri patrimoni culturali, la conoscenza di fatti ed esperienze differenti, il confronto con opinioni e valutazioni diverse sono fattori che aiutano ad approfondire la realtà storica ed a situarla in uno specifico contesto, in quanto la conoscenza di essa è possibile mediante il dialogo, la relazionalità, l’intersoggettività senza ‘gabbie ideologiche’ precostituite.

2.2 I corpi intermedi: dal collante ‘ideologico’ alla liquidità e al corto-termismo

Nel corso del XX secolo si sono affermate a livello mondiale diverse ideologie, le quali sono state espressioni di differenti ‘concezioni’ del mondo e portatrici di variegati criteri interpretativi della realtà, che sono entrati a far parte del patrimonio culturale di una moltitudine di persone e, perciò, spesso anche dei magistrati chiamati ad interpretare e applicare la legge al caso concreto; si sono avute ‘visioni’ del mondo che poggiavano su alcuni enunciati fondamentali nel senso che si radicavano su idee e principi di fondo, in base ai quali si interpretava la realtà, si valutavano fatti e situazioni, si strutturava la vita di una comunità, si definiva l’ordinamento di uno stato, si individuavano misure e strumenti per risolvere le problematiche del tempo.

In quella fase storica l’associazionismo giudiziario si è strutturato sulla base di collanti culturali, che si identificavano nei principi ispiratori delle diverse ‘concezioni’ del mondo diffuse nella società; molti magistrati si sono riconosciuti in quei gruppi, che traevano ispirazione da quei principi e costituivano i contenitori formali dell’associazionismo giudiziario.

Generalmente i diversi gruppi, tranne eccezioni, avevano alla base una comune ‘visione’ del mondo e un’idea di giurisdizione sagomata su specifici principi e ideali condivisi.

Tuttavia, nel corso del decennio 1980-1990, nella società italiana sono emersi i primi germi di un ponderoso cambiamento, che l’hanno proiettata verso una graduale revisione delle acquisizioni culturali sino ad allora maturate, verso l’elaborazione di idee e approcci innovativi, verso la diffusione di nuove etiche e prassi sotto il forte impulso determinato soprattutto dall’evaporazione di quelle ideologie che sino ad allora avevano dominato la scena mondiale sul piano politico, economico, culturale e sociale; gradualmente è scomparsa -nella coscienza civile e nei vari livelli istituzionali- quella forte spinta propulsiva a realizzare gli obiettivi ideali propugnati da quelle stesse narrazioni ideologiche sino ad allora condivise.

La liquefazione delle ‘ideologie’ ha progressivamente fatto maturare -nella coscienza di gran parte degli uomini- un diverso criterio ispiratore delle relazioni tra persone, tra persone e società, tra società e istituzioni; la liquidità è diventata la cifra dominate dei rapporti interpersonali, sociali e istituzionali.

Questo processo storico nel corso degli anni successivi si è diffuso a tal punto, che la società attuale può essere fondatamente considerata:

cortotermista in virtù del fatto che tende prevalentemente a ‘galleggiare’ sul contingente, a gestire le urgenze ripiegata e curvata sul presente, ad essere quasi ‘ossessionata’ dal vivere il presente, omettendo di pensare e attuare progetti lungimiranti ed intergenerazionali ;

liquida’ sul piano dei principi o della weltanschauung, atteso che i comportamenti e le relazioni interpersonali, sociali, interistituzionali sono connotati dalla fretta ‘adessista’ o ‘puntinista’ dell’hic et nunc, sono caratterizzati da precarietà e instabilità, sono dominati dal ‘carpe diem’ e dalla ‘tirannia del presente’, la quale sgonfia le spinte ideali e annichilisce ogni sforzo di ‘pensare’ il futuro in una prospettiva di lungo termine .

In generale le aspettative personali -tranne situazioni circoscritte- sono state la molla precaria e ‘liquida’ dell’adesione alle formazioni intermedie e alle iniziative interne ed esterne da esse realizzate.

E gran parte della stessa magistratura italiana non è rimasta impermeabile a questi profondi e decisivi mutamenti verificatisi nella coscienza sociale.

Infatti, l’A.N.M. ed i gruppi che ne fanno parte -tranne settori circoscritti- hanno progressivamente perso l’originario collante di quei principi, ideali e progetti su cui si fondava l’adesione dei magistrati, sostituendolo con quello più fluido e transeunte dell’utile, del conveniente, del tornaconto del momento.

Inoltre, diverse associazioni di magistrati, pur continuando a declamare formalmente gli ideali di un tempo, si sono appiattite -tranne alcune parti- su prassi ‘adessiste’, sulla gestione ‘puntinista’ del potere, sull’utile reciproco nei rapporti interni ed esterni; una sfuggente ed informe ‘liquidità’ nelle relazioni ha preso il posto degli ideali di un tempo che sembravano granitici e solidi, determinando a cascata un’evidente incapacità di elaborare proposte culturali lungimiranti, efficaci e incisive .

L’interesse effimero è gradualmente diventato -tranne eccezioni di una certa rilevanza e ampiezza- il nuovo collante dello ‘stare insieme’ nelle formazioni intermedie, la molla instabile di ondivaghe adesioni ad esse, la causa principale della loro ‘miopia’ e debolezza progettuale verso l’esterno.

2.3 ‘Surfismo’, società del rischio e cultura dell’incertezza

La lettura in profondità dei fenomeni sociali e delle sue dinamiche può essere svolta con metodologie e secondo criteri analitici, che decodificano la traiettoria del progresso tecnico-scientifico e gli effetti che ne derivano sull’uomo e sull’ambiente.

Secondo una prima analisi, è in atto un profondo cambiamento epocale, che sta smantellando sistematicamente tutto l’armamentario culturale politico, economico e culturale ereditato dalla società ottocentesca, romantica e borghese .

Questo cambiamento d’epoca determina, nella coscienza sociale, sgomento e paure ascrivibili ad una sorta di ‘invasione’ operata da barbari che -senza cultura né storia- starebbero saccheggiando e depredando la terra.

Si tratta di un cambiamento generato da due fattori:

la diffusione massiccia delle innovazioni tecnologiche che comprimono lo spazio e il tempo delle persone ‘digitali’;

l’ingresso sullo scenario mondiale di uomini nuovi, che sono portatori di un’energia cinetica indispensabile ad implementare una vera mutazione culturale.

Da ciò derivano l’elaborazione di una diversa idea di esperienza e il mutamento/dislocazione del senso nella stessa esistenza umana; in particolare l’uomo ‘digitale’, saltellando, entra velocemente nelle singole esperienze ed altrettanto velocemente ne esce in una prospettiva di esaltazione massima del ‘movimento in sé’ quale scopo del suo stesso vivere.

La nuova idea di esperienza umana è connotata da prassi e stili frivoli, affettati, superficiali, chattati, perché è fondata sull’apparenza che imprime un nuovo senso alla vita mediante l’estasi commerciale, i vestiti, la moda, la spettacolarità, la semplificazione; si percorrono traiettorie esistenziali che corrono veloci in superficie anziché sui binari logici dello ‘scavo’ in profondità; si prediligono la superficie alla profondità, il piacere alla fatica, il surfismo a ‘pelo d’acqua’ alla pesca ‘subacquea’ in profondità.

In definitiva l’analisi e la riflessione sono sostituite dalla propensione a vivere in maniera epidermica le esperienze di vita in vorticosa sequenza.

Questa mutazione andrebbe accettata, altrimenti si rischierebbe di scivolare in un dannoso ‘scontro di civiltà’ a carattere anche intergenerazionale; pertanto, occorre reagire non costruendo una ‘Grande Muraglia’ tesa a fronteggiare e contenere la tracimazione delle res novae, bensì condividendo un nuovo stile di vita improntato all’attenzione, alla cura e alla vigilanza quotidiane da parte di ciascuna persona nella consapevolezza, tuttavia, che si può salvare non ciò che è tenuto al riparo dall’evoluzione dei tempi, bensì ciò che si lascia mutare perché diventi ciò che è in un tempo nuovo.

Questa analisi sociologica induce a riflettere sul fatto che oggi anche l’esperienza giuridica si svolge spesso in un celere susseguirsi di norme e precetti nuovi i quali -ancor prima di essere pienamente attuati e di vederne gli effetti prodotti in concreto- sono soggetti a loro volta a frettolose modifiche sollecitate magari da urgenze sopravvenute; infatti, non sono rari i casi in cui una nuova legge modifica -anche in maniera estesa e profonda- una legge approvata poco tempo prima senza che si sia avuto il tempo sufficiente per verificarne le ricadute applicative e gli effetti che in concreto avrebbe potuto produrre.

Non è raro, infatti, imbattersi in fenomeni di ‘bulimia legislativa’ che, a cascata, determinano oscillazioni giurisprudenziali e creano vaste sacche di ‘legale incertezza’ per il cittadino comune; anche l’esperienza giuridica spesso diventa epidermica, perché si sviluppa in superficie senza la possibilità di approfondire il dato positivo e conoscerne le concrete ricadute applicative.

Inoltre, l’uso massiccio delle tecnologie, soprattutto in tempo di pandemia che ha indotto a celebrare le udienze da remoto su piattaforme digitali, allenta i rapporti fra le parti del processo e il giudice, rende piuttosto evanescenti i contatti fra gli attori processuali, raffredda quel ‘calore umano’ che solitamente si respira nelle aule d’udienza nei momenti topici del processo.

Secondo una diversa prospettiva sociologica, che tende l’orecchio anche alle problematiche messe in luce dall’ambientalismo, nell’esperienza umana il rischio e l’insicurezza sono non situazioni particolari, eccezionali, circoscritte, future, incerte nell’an, bensì fattori sempre presenti nell’orizzonte della vita quotidiana di ciascuna persona; tutte le persone sono quotidianamente esposte al rischio, perché vivono immerse proprio nella ‘società del rischio’, sicché soltanto la capacità e l’intelligenza di ‘anticipare’ il rischio consente di non trasformare le emergenze sociali in panico generale e le paure collettive in catastrofi globali .

Il rischio, che domina la vita sociale e genera paure e bisogni di sicurezza, prefigura una nuova utopia costituita dall’esigenza di cambiare in positivo le modalità e le prassi delle decisioni strategiche protese ad anticiparlo nel presente, al fine di evitare che esso produca crisi e disastri ben maggiori; infatti, il concetto di rischio assume sempre più le problematiche della sua efficace anticipazione nel senso che occorre mettere in conto la sopravvenienza di un pericolo.

A ben riflettere, i rischi sono non delle sconfitte della modernità, ma paradossalmente delle sue vittorie, perché essi nascono dalla crescita troppo rapida, compulsiva e senza regole della moderna economia industrializzata.

Il rischio certamente mette in crisi le più granitiche certezze scientifiche, culturali, economiche e socio-politiche, ma nel contempo offre la possibilità a tutti di produrre cambiamenti e innescare energie nuove nella consapevolezza, però, che è fallace l’idea di progresso lineare e inarrestabile capace un giorno di coinvolgere e liberare tutti dalla precarietà e dal bisogno.

I rischi sono transnazionali, perché tutti gli uomini -al di là delle frontiere che separano gli stati- sono legati da culture e/o sentimenti religiosi, che comunque sottendono un destino comune.

Da ciò consegue che l’uomo ha bisogno di maturare ed acquisire la ‘cultura dell’incertezza’ (C.I.), la quale consiste nella disponibilità a parlare apertamente del modo in cui si affrontano i rischi, a negoziare fra diverse razionalità piuttosto che impegnarsi nella reciproca denuncia, a riconoscere responsabilmente le perdite che -nonostante i progressi compiuti e le precauzioni adottate- continueranno a verificarsi.

Ne consegue che il rischio nella società attuale è parte costitutiva dell’insicurezza collettiva, la quale va accettata come elemento di libertà, che è una delle forme in cui si invera la democrazia e si esplica la scelta tra diverse opzioni; e dall’esercizio delle scelte nasce il cambiamento.

In particolare, i rischi individuali e collettivi sono fattori di stress per le istituzioni, l’esperienza giuridica, l’economica e la politica; saper vivere nella società del rischio significa che tutti coloro, che operano in detti ambiti, devono essere capaci di anticiparlo e fronteggiarlo.

E si rileva che la vita umana -nella società del rischio- è determinata non dalla quantità dei rischi insorti, bensì dalla qualità ed efficacia del loro controllo; ma è evidente, purtroppo, il progressivo collasso della propensione ad istituzionalizzare detto controllo, nonché delle idee guida e dei progetti fondati sulla ‘certezza e razionalità’ delle misure adottate per fronteggiare il rischio.

Ecco perché l’esigenza di controllare i rischi ed i suoi possibili effetti dannosi è al vertice della gerarchia dei valori sociali, prendendo il posto dei principi di libertà ed uguaglianza; infatti, ad esempio, la catastrofe di Cernobyl (1986), il crollo delle Torri Gemelle (2011), i disastri ambientali e climatici sono diventati fattori di paura e di ‘nevrosi collettiva’ a causa proprio dall’inefficacia degli stessi sistemi difensivi e di controllo.

Orbene, è indubbio che detta analisi in chiave sociologica -inforcando le lenti dell’incertezza e della vulnerabilità- è di notevole ausilio per l’esperienza giuridica, allorquando questa si imbatte nelle res novae determinate dalla ‘società del rischio’; anzi, la decodifica della realtà -secondo i parametri culturali del rischio e vulnerabilità- porta l’esperienza giuridica a conoscere l’insufficienza dei propri contenuti, l’inadeguatezza e la precarietà dei propri strumenti e metodi di analisi e approfondimento.

La ‘C.I.’ smantella le certezze formali derivanti da formule legislative e/o da prassi giurisprudenziali, che pretenderebbero -in maniera quasi ‘sacrale’- di risolvere ogni problema e di sciogliere tutti i nodi critici della comunità umana; l’esperienza giuridica vive anche sul limen tra il già e il non ancora, tra acquisizioni consolidate e innovazioni dirompenti, tra passato presente e futuro, tra tutela di diritti ex lege riconosciuti ed aspettative in cerca di legittimazione e protezione.

Le stesse riforme legislative non sempre sono la panacea di tutti i mali, in quanto esse possono dare voce ad esigenze prima latenti o inespresse, le quali a loro volta reclamano ulteriori riconoscimenti e tutele che soltanto una legge di nuovo conio potrebbe assicurare; e così via.

Anche la prassi giurisprudenziale spesso si imbatte in problematiche veramente nuove, che possono essere affrontate -stante l’assenza di una disciplina normativa ad hoc- soltanto mediante il ricorso ai fluidi criteri generali dell’analogia legis o dell’analogia iuris; ma l’applicazione di questi criteri spesso produce ulteriori incertezze/problematiche interpretative ovvero oscillazioni giurisprudenziali, che restituiscono l’immagine di un’esperienza giuridica dinamicamente protesa sempre alla ricerca di nuove strade, di più efficaci strumenti di tutela, di innovativi approcci sul piano sostanziale e/o processuale.

Infine, le stesse riforme dell’ordinamento giudiziario, pur concorrendo a risolvere le criticità venute alla luce negli ultimi anni, potrebbero determinare l’insorgenza di ulteriori problematiche prima inesistenti oppure invisibili, latenti o scarsamente considerate.

Ed è chiaro che l’associazionismo giudiziario, soltanto se elabori adeguati e lungimiranti contributi di riflessione e proposte, può concorrere ad ‘attrezzare’ culturalmente i magistrati, perché sappiano sapientemente affrontare le res novae nella consapevolezza che il diritto e la sua applicazione non sono il frutto di sillogismi formali ed astratti, bensì sono strettamente agganciati all’esperienza umana e sono centrati sui principi costituzionali nazionali ed europei.

2.4 Frammentazione, fragilità, miti a ‘bassa intensità’

Secondo alcuni studiosi, la società attuale si presenta ‘a coriandoli nel senso che è connotata dalla coesistenza di culture, prassi, principi morali ed etici frammentati, plurali, diversificati e talvolta in opposizione fra loro; ciò porta spesso sia a legittimare una divaricazione tra etica privata ed etica pubblica, sia ad obliterare il puntello della coesione sociale costituito dai principi costituzionali, dal valore della democrazia rappresentativa e dal riconoscimento delle sue Istituzioni .

In questa scia prospettica, si afferma che le società contemporanee non possono essere la somma delle differenze religiose, spirituali, morali, etiche, culturali che le attraversano e vi sono responsabilmente presenti, ma devono favorire il dialogo e il confronto fra le diversità al fine di sviluppare un sapere etico e politico di sintesi e di accomodamento fra le stesse nella cornice dei principi fondamentali condivisi, che costituiscono la comune tavola valoriale .

Per un altro studioso, la società è perennemente dominata dal conflitto tra il bene e il male ovvero tra irraggiungibili mete spirituali e bassezze della coscienza umana, enunciazione di adamantine virtù morali e polverose difficoltà quotidiane, saldezza granitica di principi etici affermati e naturali fragilità umane, chiarezza degli obiettivi elaborati e tortuosità delle strade per raggiungerli; e il male si annida, attecchisce, germoglia, si insinua e cresce proprio negli ‘interstizi’ della grigia vulnerabilità, congenita debolezza, quotidiana precarietà dell’uomo .

Secondo una diversa chiave di lettura, l’epoca attuale -definita ‘post-moderna’- sembra non avere narrazioni globali, complessive, caratterizzate da grandi progetti capaci di fornire unità e identità storica ad un gruppo sociale; anche oggi si elaborano narrazioni, ma queste sono ‘de-sacralizzate’ nel senso che sono prive di quell’aura di assolutezza capace di leggere i fenomeni sociali ed i comportamenti umani .

Invero, nei secoli scorsi sono fioriti, si sono diffusi ed accettati ‘miti ad alta intensità’ che -rievocando una dimensione quasi ‘sacra’ separata dalle ordinarie vicende umane- hanno avuto la funzione di chiarire le principali problematiche della vita ed hanno espresso grandi personalità considerate esseri ‘superiori’ (dei, eroi, angeli, demoni) e presentate di volta in volta come protagonisti della scena dotati di caratteristiche positive o negative, da imitare o rifiutare.

Tuttavia nel corso degli ultimi decenni ai ‘miti ad alta densità’ sono subentrati ‘miti a bassa intensità’, i quali non hanno nulla a che fare con il sacro e l’eterno, sono ambientati nella routine quotidiana della vita, non sono portatori di particolari valori e ideali, si limitano a registrare e descrivere storie ed eventi; essi sono denominati ‘miti’, perché continuano ad occuparsi dei problemi fondamentali dell’esistenza umana (l’universo, le civiltà, la vita, la morte, i disastri ambientali, le violenze, le epidemie).

Trattasi di miti caratterizzati da toni apocalittici, i quali sono determinati dall’assenza totale di risposte o da risposte parziali e inadeguate alle suddette problematiche della vita umana, sicché si prefigurano catastrofi imminenti e inarrestabili per il pianeta e il genere umano .

Infatti, si prospetta un pianeta ‘ridotto in cenere’ a causa di disastri ambientali e di politiche suicide miranti al conseguimento del profitto senza limiti; in ambito socio-politico non emergono narrazioni epiche, eroi, riti, leaders in cui la comunità possa riconoscersi; le generazioni passate non trasmettono lezioni di saggezza a quelle future; i capi di stato diventano sempre meno modelli da imitare.

Ne consegue che oggi i leaders -con maggiore facilità rispetto a ieri- possono convivere con le proprie possibili gravi mancanze sul piano morale, etico e civico, in quanto essi nell’attuale contesto storico tendono a raccontare la parte ‘malata’ di se stessi, al fine di ‘accendere’ strumentalmente nella coscienza collettiva sentimenti di vicinanza alle proprie ‘debolezze’ e di manipolare il consenso sociale, giustificando così le proprie gravi incoerenze ed omissioni etiche e determinando -a cascata- una maggiore apertura degli altri alla comprensione dei propri ‘errori’ (cd. ‘cultura terapeutica’).

E’ chiaro, però, che oggi l’abbassamento del livello etico-morale e la riduzione dello spessore civico dei leaders minano la credibilità delle istituzioni, favoriscono la disaffezione della comunità sociale al bene comune, fanno serpeggiare la sfiducia, mettono in pericolo la stessa democrazia, sicché appare necessario ritrovare orientamenti capaci di generare senso e significato, riscoprire e rivitalizzare i valori essenziali condivisi, coltivare la speranza in un futuro radicato su un patrimonio di idee e progetti capaci di dare risposta ai problemi fondamentali dell’esistenza umana.

Ora, se si dovessero utilizzare le ‘lenti’ interpretative della frammentazione etico-morale, della fragilità delle persone, della narrazione dei ‘miti a bassa intensità’, molto probabilmente si potrebbero individuare meglio le cause delle problematiche e del conseguente calo verticale di fiducia, che da diverso tempo stanno attanagliando la magistratura.

Invero, nonostante siano trascorsi quasi tre/quarti di secolo dall’entrata in vigore della Costituzione italiana ed oltre quarant’anni dall’elezione del primo Parlamento europeo, nella società italiana e fra gli stessi magistrati spesso si fa fatica a ritrovare la coesione sulla mediazione -nell’attuale contesto storico- dei principi fondamentali che formano la comune tavola assiologica e dovrebbero ispirare le condotte etiche dei singoli; quasi tutti sono soliti richiamarsi ai principi enunciati nella Costituzione italiana e in diversi atti fondamentali dell’Unione europea, ma molto differente è la loro attuazione nell’hic et nunc, allorquando ci si imbatte nelle molteplici problematiche sociali e giuridiche.

Anche all’interno dell’associazionismo giudiziario e degli organi del governo autonomo sono presenti differenti sensibilità culturali che -pur richiamandosi ai medesimi principi costituzionali del ‘giudice naturale’, della funzione, del ruolo e dell’indipendenza, autonomia e terzietà del giudice nell’attuale contesto storico- li declinano in maniera abbastanza differente nel momento in cui vanno a definire ruoli, funzioni e scopi della giurisdizione, dell’associazionismo e degli organi del governo autonomo, oscillando tra una concezione piuttosto ‘politica ed estroversa’, una visione centrata sulla coerente e piena attuazione dei valori costituzionali, un’idea tendenzialmente corporativa e burocratica.

Inoltre diversi scandali, verificatisi anche negli ultimi tempi, denotano una palese divaricazione tra l’essere e il dover essere, tra condotte assunte in privato e in pubblico, tra comportamenti privati e declamazioni pubbliche.

Un esempio valga per tutti.

L’A.N.M. in un deliberato del 21 marzo 2013, a proposito del conferimento di qualsiasi incarico da parte del C.S.M., afferma: […] Le scelte del governo autonomo siano fondate rigorosamente sulla applicazione dei parametri di legge, senza cedere a ragioni che non siano quelle della valutazione oggettiva dei titoli e delle qualità possedute dai candidati, senza che entrino in gioco ingerenze esterne o interne alla magistratura o logiche territoriali o di appartenenza … La trattazione delle pratiche di commissione avvenga tendenzialmente secondo la data di vacanza … (occorre) mettere al bando comportamenti di “autopromozione” o di promozione dell’amico … chi svolge funzioni di autogoverno (non deve) tollerare comportamenti che mirano impropriamente ad influire sulle scelte consiliari […].

Ma in diverse occasioni le condotte sono andate in altre direzioni.

Anzi, proprio il desiderio di essere nominati ad incarichi di vario tipo spesso è l’humus su cui alligna il carrierismo, costituisce la dimensione ‘fragile’ dell’uomo su cui attecchisce la divaricazione tra etica privata ed etica pubblica, esprime quella ‘debolezza’ etica in cui si radicano aspettative da soddisfare magari ad ogni costo.

Infine la sostituzione dei ‘miti ad alta intensità’ con altri a ‘bassa intensità’ ha portato a ritenere ‘quasi naturale’ ovvero ad accettare condotte moralmente disdicevoli, eticamente riprovevoli, giuridicamente illecite; infatti non sono pochi i casi in cui persone, che occupano un ruolo pubblico di rilievo, si sono rese sì protagoniste di gravi mancanze di natura morale, etica e civica, ma poi le hanno raccontate al grande pubblico, giustificandole come ‘errori personali’ inseriti, però, in un sistema molto più grande al fine di conseguire la vicinanza e la comprensione da parte della collettività.

Questa pervasiva ‘cultura terapeutica’ non soltanto obnubila la personale capacità di discernimento e abbassa il livello di cultura civica nella comunità sociale, ma anche favorisce la diffusione di una sub-cultura individualista e utilitarista, offusca la coscienza delle persone e le allontana dalle strade che portano a perseguire il bene comune, mettendo in crisi le stesse istituzioni democratiche.

2.5 Le dinamiche del potere: scopo, degenerazioni, leader e suo ‘cerchio magico’

Secondo una diversa prospettiva, che interpreta i fenomeni sociali soprattutto con le lenti della filosofia morale, il potere ha come scopo (telos) la realizzazione nella comunità umana del bene (agathon) ovvero della felicità (eudaimonia) o pienezza dell’uomo secondo uno specifico progetto ; tale scopo può essere raggiunto a condizione che i cittadini ed i detentori del potere vivano secondo virtù e, nel contempo, ricerchino e attuino il miglior assetto ordinamentale possibile in un dato contesto storico.

Sulla base di questo assunto, si puntualizza che l’esercizio virtuoso del potere può perseguire il bene comune soltanto se esso sia inclusivo (principio partecipativo), dinamico (creare le condizioni perché ciascun uomo possa realizzarsi come persona), necessario (soddisfacimento delle esigenze fondamentali delle persone) e concreto (legame con la vita quotidiana e con i bisogni delle persone).

Per converso, l’esercizio del potere diventa perverso o addirittura ‘demoniaco’ nel momento in cui non soltanto oblitera la tensione verso il bene comune, ma si concretizza in comportamenti ambigui, incerti, confusi, incoerenti, indeterminati, vaghi, avvolti da una mezza luce ‘crepuscolare’; trattasi di comportamenti che rendono labili e indefiniti i confini tra il potere ‘buono’ e quello ‘malvagio’ nel senso che producono -a seconda delle circostanze- una costante mutevolezza di contenuti sul piano della comunicazione interna ed esterna, nonché in riferimento ai concetti essenziali di ordine, bene comune, giustizia, onestà, fiducia .

Chi esercita il potere svolge un servizio in favore della collettività, mettendo totalmente in gioco la propria persona nelle sue tre dimensioni costitutive (fisica, cognitiva, emotiva) e vivendo quattro tipi di relazioni fondamentali: con se stesso, con gli altri, con il mondo circostante, con la divinità (se credente) ovvero con le sue opzioni spirituali e morali fondamentali. Inoltre, l’esercizio del potere solitamente non corrompe e non stravolge chi lo esercita, bensì più semplicemente ne rivela e ne rende manifesti -nel corso del tempo- il carattere, il temperamento, l’educazione, la cultura, le doti, i limiti, in definitiva la sua personalità, influenzando in un certo qual modo chi lo esercita e lasciando comunque traccia di sé positiva o negativa .

L’esercizio del potere è esposto soprattutto alle seguenti tre degenerazioni: 

autoreferenzialità che si verifica nel caso in cui chi detiene il potere si chiude al confronto con gli altri, fa riferimento soltanto alla propria struttura cognitiva emotiva e valutativa, è poco propenso a relazionarsi con la diversità, sviluppa narcisismo superbia demagogia solipsismo e vanità, smarrisce il senso della concretezza e della responsabilità;

sete di potere, allorquando si concepisce il potere come fine a se stesso e si resta aggrappato ad esso sino a quando è possibile, cercando di conservare e rafforzare la propria posizione di partenza;

brama di profitto nel caso in cui attraverso il potere si soddisfano interessi personali o del proprio gruppo/cordata secondo la logica mercantile del do ut des . 

Da ciò deriva che il detentore del potere deve essere umile, avere il senso della misura, non considerarsi un mito, conservare la ‘libertà’ da esso nel senso che deve esercitarlo con maturo e profondo distacco, in quanto è consapevole che comunque trattasi di attività umana, la quale non comprende l’intera sfera della propria persona ed è soggetta al rischio di degenerazioni; inoltre, deve maturare la capacità di discernere il bene dal male, il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, coinvolgendo anche i destinatari del suo operato in questa attività di discernimento e verifica .

E’ altresì fondamentale che il detentore del potere sappia circondarsi di collaboratori umanamente validi, professionalmente competenti, eticamente rigorosi, perché deve partire dal presupposto che egli non possiede tutte le capacità per governare e gestire le situazioni; i collaboratori sono la proiezione del leader, perché dallo stile di quelli si comprendono le capacità, la statura, lo spessore etico di questi .

Infatti il leader, qualora scelga collaboratori (cd. ‘cerchio magico’) di bassa statura umana tecnica ed etica, difficilmente riesce a creare un clima di cooperazione fiducia e intesa, si rivela quasi sempre incapace di servire il bene comune, mira in genere ad accrescere la propria posizione ed a soddisfare gli interessi propri e quelli della sua cordata, manifestando di volta in volta le proprie ‘patologie’ morali, caratteriali e relazionali come -ad esempio- autoritarismo, narcisismo, corruzione, cinismo, ipocrisia, ambiguità, arroganza, invidia, gelosia, meschinità, insofferenza verso iniziative altrui, pretesa di conformismo intorno a sé, sentimenti di incompiutezza, bisogno di essere amato, sensi di onnipotenza, ambizioni, carrierismi (l’io mongolfiera) .

Infine non può non essere affrontato il problema del possibile degrado interno alle stesse istituzioni ed ai cc.dd. ‘corpi intermedi’.

Nel caso in cui fenomeni di degrado iniziano a venire alla luce e a diventare sistema all’interno di un corpo intermedio, ad irretirne i dirigenti e gli aderenti, detta formazione si trova ad un bivio e può imboccare due strade opposte: la prima è quella di riconoscere la situazione di degrado interno e adottare tutti i rimedi possibili al fine di risalire la china; la seconda è quella di negare detta situazione e, magari, attaccare sul piano anche personale coloro che sono rimasti integri ed onesti e la denunciano, i quali in genere finiscono per essere considerati ‘oppositori interni’ .

In questa seconda ipotesi, soprattutto se la posta in gioco è molto alta, può entrare in scena il cd. ‘etichettamento’ dei denuncianti ovvero degli oppositori interni (integri ed onesti), procedendo alla diffusione sul loro conto di pettegolezzi, calunnie e insinuazioni, al fine di screditarli e farli apparire visionari o estremisti, complessati, amanti di protagonismo o addirittura al servizio del ‘nemico’ .

Orbene, gli strumenti analitici ed ermeneutici sopra menzionati, offerti dalla filosofa morale, aiutano a comprendere meglio la realtà e la condizione attuali dell’associazionismo giudiziario e di gran parte della magistratura italiana. 

Invero diversi fatti, accaduti negli ultimi anni nell’ambito dell’associazionismo giudiziario e nel circuito del governo autonomo, possono trovare una plausibile spiegazione nelle degenerazioni del potere sopra stigmatizzate ovvero nelle logiche e prassi seguite per anni da una parte dei gruppi, da taluni loro leaders, da segmenti del ‘cerchio magico’ dei collaboratori scelti ed operanti nei distretti.

Una certa ‘miopia’ programmatica, la scarsa democraticità interna ad alcuni gruppi, l’io ‘mongolfiera’ di alcuni dirigenti, l’adozione di comportamenti ‘crepuscolari’ ovvero ambigui e scarsamente coerenti sul piano deontologico sono stati i fattori scatenanti di vicende, che hanno gettato discredito sui loro protagonisti e proiettato ombre ‘sinistre’ su parte della magistratura e dell’associazionismo giudiziario, determinando lo scivolamento verso improprie derive utilitaristiche, particolaristiche, corporative.

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l'autore è Presidente Tribunale di Sorveglianza di Lecce

per la seconda parte dell'intervento si veda https://www.cercasiunfine.it/meditando/scelti-da-noi/l2019a-n-m-tra-identita-dei-gruppi-e-sintesi-programmatica-di-giuseppe-mastropasqua-1?_authenticator=b7b19f43a37ac12620b070a2290f26171cb893ba#.YfugKC9aY8Y

 

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E' in distribuzione Cercasi un fine n. 126
(2021- Anno XVII)

quadratino rosso Tema: Il rispetto dell'identità sessuale

 

Scrivendo per il giornale

Se volete scrivere per il giornale:
direttore@cercasiunfine.it


  

 

 listing Il n. 127 è dedicato alla vita quotidiana (in un mondo eccessivamente mediatico quale valore ha il quotidiano? I suoi piccoli e significativi gesti quale senso hanno? Conosciamo i vissuti quotidiani attorno a noi?). In preparazione.

 listing Il n. 128 è sulla "Riforma costituzionale in tema ambientale"  (qual è il significato dell'ultima riforma costituzionale in tema ambientale? Quali ricadute per noi e le generazioni future? E' un nuovo patto tra generazioni? Quali effetti sull'attività economica?). Testi da inviare entro il 30 giugno 2022.

listing Il n. 129 è su "Dopo il Covid e la guerra: una nuova globalizzazione?"  (La pandemia e la guerra in Ucraina sembrano aver messo in crisi il vecchio modello della globalizzazione: come costruire un nuovo modello? Cosa deve cambiare e cosa può restare?). Testi da consegnare entro il 30 agosto 2022. 

Se avete qualcosa da proporci su qualcuno di questi temi siamo ben lieti di accoglierlo: testi non superiori a 4000 caratteri/spazi inclusi, da inviare ai nostri indirizzi mail. Accettiamo anche contributi in altre lingue e di bambini.