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Israele: geopolitica della memoria, di Alessia De Luca

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 27/01/2020 10:13
In occasione del 75° anniversario della liberazione di Auschwitz, i leader del mondo si sono riuniti a Gerusalemme. Al forum, organizzato da Benjamin Netanyahu al Memoriale dello Yad Vashem, c’erano tra gli altri Emmanuel Macron, Vladimir Putin, Mike Pence, il Principe Carlo e Sergio Mattarella…

Il 27 gennaio 1945 l’armata rossa entrava ad Auschwitz-Birkenau. Da allora, in quel giorno, il mondo ricorda l’orrore dei campi di sterminio. 75 anni dopo, a Gerusalemme, si è tenuto un evento internazionale con la rappresentanza di più alto livello in tutta la storia di Israele: 49 delegazioni e capi di Stato e di governo. Un incontro senza precedenti, ma che ha rischiato di essere oscurato dalle polemiche tra i partecipanti e le agende dei protagonisti: a partire dalla disputa con la Polonia, entro i cui confini si trovava quel campo di sterminio, e che ha deciso di non partecipare alla commemorazione. Un’assenza importante, quella del presidente Andrzej Duda, motivata dalla scelta degli organizzatori di far parlare allo Yad Vashem il presidente russo Putin e non lui. Una polemica che si inserisce nella contesa politico-storiografica tra Polonia e Russia, sui fatti della Seconda guerra mondiale.

Visioni distorte?

Il presidente polacco Andrzej Duda parteciperà alle commemorazioni previste ad Auschwitz-Birkenau il 27 gennaio. Ma ha deciso di boicottare l’evento di Gerusalemme, in polemica con la scelta degli organizzatori di far parlare il presidente russo Vladimir Putin. Le relazioni tra Varsavia e Tel Aviv avevano già subito una brusca battuta d’arresto dopo l’approvazione, in Polonia nel 2018, di una legge che punisce la definizione dei campi nazisti come "Lager polacchi" e nega la partecipazione di cittadini polacchi alla Shoah. Oggi, la scelta di far intervenire Putin allo Yad Vashem – fortemente sostenuta dagli organizzatori dell’evento – risponde all’influenza crescente del ruolo della Russia in Medio Oriente. Ma è stata accolta con sospetto da diversi partecipanti dell’Est Europa e con sdegno da Varsavia, con cui Mosca ha più volte polemizzato, accusando la Polonia di essere responsabile dello scoppio del secondo conflitto mondiale.

Una nuova Yalta?

Pur senza mai nominare direttamente la Polonia, Putin non ha propriamente gettato acqua sul fuoco: “Quelli che hanno collaborato coni nazisti, sono stati ancora più crudeli di loro” ha detto durante il suo intervento al Memoriale dell’Olocausto, aggiungendo che “non furono solo i nazisti a gestire i campi, ma anche i loro accoliti nei paesi europei”. In tono più conciliante, il presidente russo ha poi sfruttato consesso internazionale per proporre entro l’anno l’organizzazione di un summit con i cinque paesi membri del Consiglio di sicurezza Onu, (Russia, Usa, Francia, Gran Bretagna e Cina) per discutere delle grandi crisi internazionali dalla Libia alla Siria e Iran. Una vera e propria Yalta, allargata a Pechino, che potrà avvenire in qualsiasi parte del mondo “dove sarà più comodo ai colleghi” ha precisato.

E il ‘Piano del secolo’ di Trump?

A margine della Commemorazione, il vice-presidente americano Pence ha incontrato sia il premier uscente Benjamin Netanyahu, che il suo sfidante, l’ex generale Benny Gantz. I due leader sono stati invitati settimana prossima a Washington per essere aggiornati sul ‘Piano del secolo’ ideato  dall’amministrazione Trump per pacificare la regione. Secondo indiscrezioni non confermate, il piano porrebbe come precondizione ai palestinesi, per la creazione di uno stato della Palestina, la demilitarizzazione di Gaza, il disarmo di Hamas, e il riconoscimento di Israele come stato ebraico e di Gerusalemme come sua capitale. Una luce verde, suggerisce il quotidiano Haaretz, per i piani di annessione di Netanyahu. Non sorprende perciò che i palestinesi si siano rifiutati anche solo di inviare una delegazione ai colloqui. Nel suo intervento Pence ha ribadito l’importanza di fronteggiare l’antisemitismo, sollecitando, in particolare, una reazione contro l’Iran: “uno Stato che foraggia l’antisemitismo, nega la Shoah e minaccia di cancellare Israele dalle mappe”.

Ma Netanyahu guarda al voto?

Parole condivise dal premier israeliano Benjamin Netanyahu che, nel pieno della campagna elettorale per il voto del 2 marzo prossimo, ha insistito: “Ottant’anni fa il mondo ci ha girato le spalle. Abbiamo imparato che dobbiamo difenderci da soli”. Davanti alle delegazioni internazionali, riunite attorno alla fiamma eterna nella sala della memoria, Nethanyahu ha quindi puntato il dito contro il regime iraniano: “il paese più antisemita del mondo”, ha detto e “una minaccia per tutti”. Quanto al conflitto con i palestinesi, il premier uscente ha già annunciato che, se sarà rieletto, annetterà a Israele l’intera Valle del Giordano.

Strappo dell’Ucraina?

Nel mezzo dell’evento, così denso di capi di stato e di governo da aver permesso anche numerosi incontri bilaterali, ha fatto discutere il gesto del presidente ucraino Volodimir Zelensky. Nei giorni precedenti l’incontro, Zelensky aveva garantito agli organizzatori la sua partecipazione, pur essendo in polemica per il fatto che lui, ebreo, non fosse stato invitato a parlare alla cerimonia. “Non è tanto per me – aveva spiegato – ma così tante persone che sono morte nella Shoah erano ebrei ucraini ... I dati che abbiamo, dicono che un ebreo su quattro di quelli che furono uccisi nei campi di concentramento era ucraino. Ecco perché, per noi, è molto importante onorare la memoria e penso che sarebbe giusto, quindi, che il presidente dell'Ucraina tenesse un discorso”. 

Poco prima l’inizio delle celebrazioni però, la delegazione di Kiev ha disertato l’incontro, cedendo i posti che le erano stati assegnati a dei sopravvissuti. Un modo elegante – suggeriscono alcuni – di criticare gli organizzatori, per aver trasformato l’anniversario in una kermesse politica.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-geopolitica-della-memoria-24919

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