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"Io accolgo i migranti in chiesa dal 2002: il vescovo...", intervista a don Angelo Cassano

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 08/10/2015 18:26
Intervista al nostro amico e socio don Angelo Cassano...

 

BARI - Ammette di non essere riuscito a trattenere un sorriso, don Angelo Cassano, quando ha ascoltato il Papa invitare i parroci ad aprire le chiese ai migranti. «Vuol dire che non avevo sbagliato...». Quando don Angelo - una vita fra Carbonara, il San Paolo, ora la chiesa di San Sabino a Japigia - si occupava di quei ragazzi africani, lo chiamavano «il prete no global». Come si direbbe, un prete. E basta. Sono anni che Don Angelo ha aperto le porte della sua chiesa. «La prima volta che ho ospitato un migrante è stato nel 2002. Arrivavo da quell’esperienza durissima al San Paolo, dove non avevo nemmeno una chiesa, e davanti alla canonica si presentò Sajar, un pakistano che non aveva da dormire. Gli aprii la porta».


Che cosa successe?
«Lo feci stare in canonica per un po’. Era vuota, per me solo tutto quello spazio era sprecato. Dopo di lui arrivarono altri ragazzi e ragazze, ne sono passati tanti nel corso degli anni. Sono state in in casa fino a cinque persone contemporaneamente, qualche volta abbiamo dovuto adibire anche qualche locale della parrocchia per ospitarli, hanno dormito per esempio nelle sale dove si tiene il catechismo. Mi sembrava una cosa normale, nemmeno giusta. Ma dovuta».

Eppure?
«Eppure la mia iniziativa non fu presa benissimo. All’epoca quella scelta creò problemi di incomprensione: ero nuovo in parrocchia e sembrava assurdo che io aprissi la canonica. Anche il vescovo sosteneva che la canonica dovesse essere soltanto dei sacerdoti e che per accogliere i migranti dovevano essere scelti altri spazi. A me sembrava, invece, soltanto di mettere in pratica le parole del Vangelo. E la presa di posizione del Papa in questo senso mi rincuora molto. Continuerò a fare, quindi, quello che ho sempre fatto. Ma a questo punto tocca anche agli altri doversi prendere alcune responsabilità».

Che cosa significa?
«Credo che in qualche maniera il mondo cattolico, chi vuole seguire le indicazioni di papa Francesco, debba rimboccarsi le maniche e accogliere. Non soltanto le parrocchie. Ma anche qualche famiglia. Ogni comunità, chiunque abbia una stanza a disposizione, deve dare il proprio contributo. L’accoglienza, oggi più che mai, è un dovere».

«Aiutiamoli a casa loro»: sarà capitato anche a lei di ascoltarlo.
«L’accoglienza è un dovere. Non esistono alternative, è un dettame evangelico. Ma c’è anche nella Bibbia, a partire dall’Antico testamento, quando Mosè diceva che era un dovere accogliere il forestiero. E’ finito il tempo di stare tranquilli. Non possiamo più. Non possiamo restare in silenzio a guardare le vite umane che annegano. E neanche a sentire quelli che la pensano come Matteo Salvini».

Ciascuno può pensarla come vuole.
«Ma allora non possono dirsi cristiani. Noi facciamo attività di formazione attraverso l’omelia, facendo conoscere le pagine del Vangelo. Ma io sono abbastanza chiaro in questo senso: mai come oggi è necessario dire da che parte si sta. Da quella cattolica, di chi accoglie. O da quell’altra di chi respinge, o magari abbatte con le ruspe. Questo è un atteggiamento non ideologico ma evangelico. Si cerca soltanto di spiegare quello che dice la Chiesa. Le ruspe sono inconciliabili con il Vangelo».

Qualcuno potrà risentirsi di queste parole.
«Siamo messi di fronte a delle scelte nella nostra vita. Questo è uno di quei momenti. Ora possiamo ipocritamente fingere di essere tutti cristiani quando vogliamo e quando non ci scomoda. Ora c’è bisogno di mettere in discussione alcune nostre certezze, alcune paure, probabilmente mettere a rischio anche il nostro modo di vivere. Ma è arrivato il momento di decidere se si deve fare il cristiano o no. Sono saltate le vecchie mediazioni».

A Bari decine di famiglie stanno chiedendo di ospitare migranti. Se lo aspettava?
«Secondo me Bari è una città assolutamente pronta: può risvegliare - anzi, deve risvegliare - il senso di solidarietà che ci ha fatto grandi ai tempi dello sbarco degli albanesi e che in questi ultimi anni questo non sempre si è visto. Certo, ci sono tante piccole esperienze che non vengono alla cronaca che sono belle e positive. Ma veniamo da un brutto periodo».

A cosa fa riferimento?
«Alle aggressioni per strada ai fratelli migranti, ai tanti, troppi, piccoli episodi di intolleranza raziale. Io sono preoccupato del livello di aggressività. I problemi dei migranti sono simili ai nostri. In questo momento l’unica ricetta vincente non è aggredire ma creare comunità. L’unica ricetta possibile e vincente è fare squadra».

Questo i cittadini. E la politica?
«Ha molte responsabilità: dovrebbe dire una parola chiara, non inseguire i razzismi. Lo fanno, purtroppo, anche a sinistra. Eppure, oggi, quello che dovrebbe contraddistinguerli, come scrive Eugenio Scalfari nei suoi editoriali, è la tutela degli umiliati, delle vittime della storia. Invece non sempre hanno il coraggio per usare le uniche parole possibili».


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