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Investire su Matteo Renzi rende più dei titoli di Stato, di Nicolò Cavalli

creato da D. — ultima modifica 21/09/2015 12:58
Imprenditori, quarantenni toscani. I sostenitori della Fondazione Open formano un gruppo socio-economico compatto. Sono stati (quasi) tutti ricompensati. E le imprese quotate registrano ritorni molto superiori alla media.

Dal 13 febbraio 2014 a oggi, da quando cioè il governo Letta ha presentato le sue dimissioni su richiesta del segretario Pd Matteo Renzi, le imprese quotate sulla borsa di Milano che hanno finanziato le campagne elettorali del premier fiorentino hanno avuto ritorni di mercato 6 volte superiori a quelli delle 50 aziende a maggiore capitalizzazione appartenenti al Ftse-Mib, e quasi 7 volte quelli degli altri titoli quotati a Piazza Affari.

Lungo tutto l’anno precedente, quando Renzi era ancora un semplice contender nell’Italia scalabile, l’andamento delle imprese legate all’ex sindaco di Firenze non mostrava invece alcun sostanziale scostamento da quello del resto del mercato.

È questo il risultato dell’analisi che pagina99 ha condotto sulla base dell’elenco dei sostenitori della Fondazione Open. Le liste sono parziali (in ottemperanza alla normativa sulla privacy vengono pubblicati solo i nomi dei finanziatori che ne danno esplicita autorizzazione, e che contano per il 70%, cioè 1,3 degli 1,9 milioni di euro raccolti) ma permettono di osservare la rete che ha sostenuto negli ultimi quattro anni l’ascesa di Renzi a Palazzo Chigi. Tra i 103 nomi che figurano nella lista della Fondazione sono 57 le imprese (o gli imprenditori), e 8 quelle quotate tra Londra, Milano o New York.

La cui performance mostra il valore delle connessioni nell’epoca dei finanziamenti privati alla politica. Il risultato non è necessariamente frutto di rapporti incestuosi tra politica e impresa: un mercato finanziario efficiente, infatti, tenderà a incorporare tutte le informazioni disponibili su un’impresa per determinare il suo valore, e la prossimità a chi gestisce la più grande azienda in termini di fatturato (lo Stato) è sicuramente un elemento significativo. Sono d’altro canto numerose le ricerche che, di recente, hanno mostrato l’esistenza del nesso tra politica, ritorni economici e valore di un’impresa, in varie latitudini (dall’Angola agli Stati Uniti), in democrazia e in dittatura, nel passato come nel presente.

Il gruppo etnico

Le liste della Fondazione Open permettono anche di analizzare la composizione socioeconomica dei finanziatori di Matteo Renzi. Che appaiono plasmati a immagine e somiglianza del leader. Uomini (88% del totale) quarantenni e toscani - regione da cui arriva quasi un terzo dei finanziamenti totale. Un vero e proprio “gruppo etnico”, una cordata dalle caratteristiche demografiche estremamente omogenee, che Renzi ha portato quasi in toto a Roma. Un gruppo di fedelissimi che gestisce i gruppi parlamentari a sostegno dell’attività di governo, e siede nelle imprese pubbliche strategiche.

 

Il 66,12% dei finanziatori individuali ha ricevuto incarichi pubblici di prima nomina, la maggior parte in Parlamento con le elezioni del 2013. Altri, invece, in società partecipate dello Stato. È il caso di Alberto Bianchi (presidente della stessa Fondazione Open, che ha donato oltre 30 mila euro ed è finito nel Cda di Enel), Fabrizio Landi (10 mila euro, ora a Finmeccanica) e Antonio Campo dall’Orto (solo 250 euro di finanziamento alla Fondazione, ma una nomina nel Cda di Poste Italiane). Con incarichi di governo sono invece finiti, tra i finanziatori della prima ora, Maria Elena Boschi, Ivan Scalfarotto, Davide Faraone, nonché Erasmo D’Angelis (capo struttura di missione contro il dissesto idrogeologico) e Gabriele De Giorgi (segretario particolare al ministero degli Interni). Prima di questi incarichi, nessuno o quasi aveva avuto ruoli politici a livello nazionale, ma il 45% dei finanziatori ha invece avuto esperienze amministrative locali.

L’età dei finanziatori si concentra tra i 40 e i 50 anni, mentre il terzo gruppo più numeroso è quello tra i 55 e i 59 anni. La generazione nata tra gli anni ’60 e ’70, con alcune appendici negli anni ’80: è il governo della cosiddetta “generazione X”. Secondo la classificazione sociologica delle generazioni degli statunitensi William Stauss e Neil Howe, rispetto alla generazione precedente (definita dai valori dei diritti civili, dell’eguaglianza di genere e dello spiritualismo tipici della “rivoluzione delle coscienze”), i nati tra il 1964 e il 1984 sono caratterizzati dalla “guerra delle culture”, gli eventi definitori sono il Muro di Berlino e l’Aids, i valori incardinati attorno a individualismo, pragmatismo e survivalismo.

In Italia, si tratta della generazione nata alla fine del boom e all’inizio della terziarizzazione del sistema produttivo. Quella che ha studiato Scienze politiche e della comunicazione, facoltà da cui la generazione successiva è presto fuggita (sono uno su cinque tra i finanziatori renziani con incarichi politici). Per il resto si tratta di professionisti, impiegati nel mondo della finanza e del real estate. Spiccano inoltre i tantissimi avvocati (1/3 del totale) e numerosi dipendenti pubblici, spesso con incarichi dirigenziali. Colletti bianchi che incarnano la mutazione antropologica della sinistra italiana.

fonte: Pagina99, 03.01.2015

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