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Incognita tempo, di Massimo Franco

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 24/04/2020 09:56
Si richiede una risposta rapida, per definire lo spartiacque tra speranze di rilancio e collasso economico e per determinare un recupero anche della fiducia nelle istituzioni continentali…

E’ un altro passo avanti dell’Europa verso Paesi indebitati come l’Italia: si prepara un Fondo per la ripresa di oltre 1.000 miliardi. Ma l’incognita riguarda i tempi con i quali la decisione presa ieri dal Consiglio europeo si tradurrà in gesti concreti. La domanda è quando imprese messe in ginocchio dal coronavirus, riceveranno le risorse. E richiede una risposta rapida, per definire lo spartiacque tra speranze di rilancio e collasso economico; e per determinare un recupero anche della fiducia nelle istituzioni continentali. Per questo ieri il governo ha chiesto alla Commissione Ue di anticipare al 2020 soldi che altrimenti arriverebbero tra oltre un anno. Si capirà a maggio.
Sembra un punto irrisolto. Se si pensa alla situazione di un mese fa, tuttavia, sono stati fatti molti progressi. Allora, l’Italia appariva isolata. La Bce di Christine Lagarde il 13 marzo usava parole poco rassicuranti per difendere gli Stati con lo spread in crescita. E la contrapposizione tra Nord e Sud dell’Ue assumeva i toni di uno scontro di civiltà e quasi di moralità, col debito pubblico soprattutto italiano come grande accusato. I contraccolpi del coronavirus hanno democraticamente colpito tutti, senza confini; e fatto capire che la crisi era e sarà trasversale.
Sono arrivate le scuse della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, all’Italia lasciata inizialmente sola. La Germania si è resa conto che le richieste avanzate da Francia e Spagna e da altre nazioni non erano così lunari; e che mostrare maggiore solidarietà non è solo giusto ma conveniente, forse indispensabile. E così, da avanguardia della purezza finanziaria e egoista nordeuropea, l’Olanda si è ritrovata ridimensionata dalle logiche continentali. E ingigantendo il fantasma di una deriva populista generalizzata, sono stati prefigurati gli aiuti. «Un accordo di principio per un sostegno comune alle economie europee», lo definisce il commissario agli Affari economici, Paolo Gentiloni. «Ora tocca alla Commissione proporre il più importante degli strumenti comuni, il Recovery Fund».

Ma il governo di Giuseppe Conte è arrivato al Consiglio europeo di ieri indebolito dai contrasti tra fautori e oppositori del Mes, il cosiddetto Fondo salva-Stati. I veti d’ufficio del M5S contro un prestito di 37 miliardi di euro, concesso a condizioni non scontate fino a qualche settimana fa, hanno coinvolto lo stesso Conte e si sono saldati alla narrativa di Lega e FdI, mostrando il volto peggiore del populismo. È come se queste forze restassero immerse in una bolla polemica autoreferenziale. Continuano a coltivare una contrapposizione elettorale senza elezioni.

Sembrano non avere capito che è cominciata una fase nuova. Per paradosso, ha mostrato di comprenderlo più rapidamente Silvio Berlusconi, che con una sola mossa ha spiazzato Matteo Salvini e Giorgia Meloni e agganciato Forza Italia al treno europeista. Anche perché l’opposizione non è divisa solo sul piano interno. 

Le forze estreme del sovranismo non hanno una linea unica, in Europa: si mostrano compatte solo quando attaccano Bruxelles. Per il resto, si rivelano sideralmente lontane.

Lega e FdI sono esigenti, perfino sprezzanti con «Berlino» e con l’Ue che non farebbero abbastanza per aiutare l’Italia. Ma i loro partiti di riferimento in Europa risultano i più ostili a fare concessioni. 

Mostrano un antieuropeismo che non lascia spazio a nessuna mediazione, e che accusa i propri governi di cedevolezza e di irresponsabile generosità verso nazioni come l’Italia: esattamente il contrario di quello che fanno Salvini e Meloni, e alcuni settori del M5S, nei confronti di Palazzo Chigi.

È difficile, su questo sfondo, intravedere un’unità nazionale. Occorrerà una virata in politica estera che alcune forze appaiono incapaci di compiere, almeno per ora. Ma si riduce il potere negoziale dell’Italia, e cresce l’urgenza di ricevere gli aiuti, chiedendo anche prestiti a fondo perduto che i Paesi nordeuropei non vogliono concedere. Oltre alla crisi economica, aggravata da un debito destinato a lievitare fino al 155 per cento del Pil, preoccupa l’emergenza sociale. E se le risposte annunciate, a Roma e a Bruxelles, tarderanno ad arrivare, promettono di mettere in forse la tenuta del sistema.

 

https://www.corriere.it/editoriali/20_aprile_23/ingonita-tempo-ac7c2d38-8596-11ea-b71d-7609e1287c32.shtml

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