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Il World Food Programme ha vinto il Nobel per la Pace, di Alessia De Luca

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 10/10/2020 10:06
L’agenzia delle Nazioni Unite che si prefigge di combattere la fame nel mondo vince il premio Nobel per la Pace 2020. Un riconoscimento per i successi raggiunti e un incoraggiamento a lottare contro “la pandemia delle carestie”…

Per i suoi sforzi nel combattere la fame, per il suo contributo nel migliorare le condizioni di vita nelle zone di conflitto e per aver agito come guida nel prevenire l’uso della fame come strumento di guerra”. Questa la motivazione pronunciata dal comitato norvegese mentre assegnava il Nobel per la Pace al World Food Programme (WFP).

Nell’anno in cui il mondo è stato sconvolto dalla pandemia del nuovo coronavirus, in molti scommettevano sulla vittoria dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’annuncio arriva un po’ a sorpresa anche per questo: il premio ci ricorda che la pandemia passerà, mentre la fame era e resterà un problema globale a prescindere da essa. 

Lo rimarca la presidente del comitato di Oslo Berit Reiss-Andersen: “La pandemia ha contribuito a incrementare il numero delle vittime di carestie nel mondo” e riprende quanto sostiene il WFP stesso, “fino a quando non avremo un vaccino, il cibo resterà il miglior vaccino contro il caos”.

Quali motivazioni?

“Di fronte alla pandemia, il World Food Programme ha dimostrato un’impressionante abilità nell’intensificare i propri sforzi”, sottolinea Reiss-Andersen. Ad aprile il WFP aveva messo in guardia circa gli effetti devastanti della pandemia, prevedendo carestie di “proporzioni bibliche” nel giro di pochi mesi. L’epidemia da COVID-19 potrebbe infatti portare altri 130 milioni di persone sull’orlo dell’inedia. “Mentre combattiamo la pandemia, siamo di fronte al rischio di una pandemia di fame”, aveva dichiarato il direttore esecutivo del WFP David Beasley, che sottolinea che “il pericolo reale è che molte persone muoiano più per l’impatto economico del COVID-19, che per il virus stesso”.

La fame è infatti l’estrema conseguenza di molti fenomeni globali, tra i quali la pandemia è solo l’ultimo in ordine cronologico. Nel 2020, si è assistito a una recrudescenza di guerre, crisi economiche, al declino nei flussi di aiuti internazionali e a un drastico calo del prezzo del petrolio, il cui effetto combinato porterà a una diminuzione delle scorte alimentari. Sono questi gli elementi su cui lavorare per invertire la rotta ed evitare un disastro globale. Nel peggiore degli scenari, infatti, la carestia potrebbe prendere il largo in circa tre dozzine di paesi: in dieci di questi oltre un milione di persone potrebbero morire di fame.

Un incoraggiamento internazionale?

La scelta del comitato norvegese premia dunque gli sforzi dell’agenzia alimentare delle Nazioni Unite. Il 2030 è l’anno entro il quale il WFP vuole “azzerare la fame”. Un obiettivo ambizioso che occupa la seconda posizione tra i 17 Sustainable Development Goals adottati dalla comunità internazionale nel 2015.

Il premio Nobel non è quindi solo un incoraggiamento a perseguire nella lotta contro l’insicurezza alimentare, ma un riconoscimento per i successi degli ultimi trent’anni. Dal 1990, 300 milioni di persone in meno soffrono la fame, a fronte di un aumento della popolazione mondiale di quasi 2 miliardi. Ma la strada è ancora lunga, come si legge nel programmaZero Hunger” dell’organizzazione: per combattere la fame è necessario un concerto di azioni di governi, cittadini, organizzazioni della società civile e del settore privato.

In questo senso, assume maggior importanza quanto dichiarato da Reiss-Andersen, che punta il dito contro i crescenti populismi e nazionalismi che “screditano il lavoro delle organizzazioni internazionali, più di quanto facessero vent’anni fa”. Un discredito che non arriva solo sotto forma di attacchi verbali, ma nella riduzione dei contributi finanziari alle istituzioni internazionali stesse, sulla scia di politiche che antepongono interessi nazionali alla “responsabilità universale per l’essere umano”, sottolinea Reiss-Andersen.

Un premio controverso?

Negli ultimi anni il Nobel per la Pace si è rivelato spesso un premio controverso. Alcune scelte del comitato norvegese sono state successivamente interpretate come inappropriate alla luce delle condotte adottate dai suoi vincitori. Nel 2009, il Nobel per la Pace fu vinto dall’allora presidente statunitense Barack Obama per i suoi “straordinari sforzi nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli”. Una motivazione che è risultata poi collidere con gli esiti di politica estera del suo mandato (e di quello successivo), in primis il non aver portato a termine la guerra in Iraq, nonostante le promesse elettorali.

Lo scorso anno, invece, il prestigioso premio fu assegnato al primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed “per i suoi sforzi nel risolvere i conflitti di frontiera con l’Eritrea”. Eppure, alla distensione delle relazioni con Asmara non ha fatto seguito una stabile riapertura dei confini, e nel corso dell’ultimo anno l’Etiopia è stata attraversata da tensioni e instabilità, dovute a fratture etniche irrisolte che lo stesso Abiy ha cercato di affrontare non senza il ricorso al pugno duro.

Per quest’anno, tuttavia, il comitato norvegese dovrebbe aver scampato il pericolo della politicizzazione del premio, rischio che è sembrato concreto prestando ascolto alle voci che davano l’attuale presidente statunitense Donald Trump tra i candidati in virtù dei suoi sforzi diplomatici per la pace in Medio Oriente: un’onorificenza gratuita che avrebbe ulteriormente gonfiato la retorica preelettorale del presidente uscente.

Il commento di Paolo Magri, Vice Presidente Esecutivo ISPI

Il comitato Nobel lancia – come già in passato – un segnale di attenzione al metodo multilaterale, in un momento in cui il multilateralismo è in difficoltà, ma soprattutto accende un faro su una emergenza che si imporra nel mondo post-Covid: l’aumento di povertà e fame.

Qualcuno vi leggerà inevitabilmente anche un messaggio a Trump e alle sue politiche: il Presidente americano avrebbe ovviamente preferito – in piena campagna – un premio al suo piano per il Medio Oriente e, con altrettanta certezza, temeva un premio alla Organizzazione Mondiale della Sanità, oggetto dei suoi strali. Il comitato ha comunque premiato l’agenzia Onu più “americana”: Washington è da sempre e in larga misura il primo donor e i direttori esecutivi sono sempre stati americani negli ultimi 30 anni. L’attuale, Beasley, è un ex governatore repubblicano indicato proprio da Trump. In altre parole: poteva andargli peggio...

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-world-food-programme-ha-vinto-il-nobel-la-pace-27802 

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