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Il voto mobile nel deserto politico delle periferie, di Diego Motta

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 03/12/2021 10:22
Nei quartieri a rischio delle metropoli e nei luoghi marginalizzati il voto sembra non avere più punti fermi. L’ultima tendenza è l’astensione come forma di protesta estrema….

Ultima fermata: astensione. Il viaggio della politica nelle periferie italiane, destinazione 2023, sembra avere un esito segnato, a meno che nel frattempo non cambi l’offerta elettorale. Ma è proprio scavando dentro i rischi della crescente disaffezione al voto dei cittadini, che si può capire quanto grande sia la sfida che attende il Paese nei prossimi mesi. Il rilancio di quelli che in Francia si chiamano 'territori perduti', passa certamente dai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza: si tratta di 2,8 miliardi di risorse previste dal Pnrr per riqualificare, rigenerare, rammendare tanti spazi dimenticati, nelle metropoli e non solo, per un totale di 159 progetti. Ci sono cinque anni di tempo per realizzarli. Basterà tutto questo, ammesso che funzioni, per recuperare senso di appartenenza e partecipazione alla vita comunitaria? 

Di certo, non si potrà ignorare da qui alla fine della legislatura l’impatto che la pandemia sociale ha provocato e sta provocando. Il decennio iniziato con la stagione dell’austerity e della grande crisi economica si sta infatti concludendo con il Covid e una stagione a metà tra 'lunga recessione' e graduale ritorno agli investimenti pubblici. Le periferie fanno insieme da ricettacolo delle tensioni e da loro detonatore: qui si rischia, insomma, di implodere dal punto di vista sociale, perché ci si sente dimenticati da tutti, e contemporaneamente di esplodere, andando a ingrossare quel serbatoio di rancore e di insofferenza che non ha mai smesso di alimentarsi nel corso del tempo. 

Le ultime elezioni amministrative hanno detto che il partito del 'non voto' è di gran lunga il più rappresentato: è pari al 56% degli aventi diritto. A Tor Bella Monaca a Roma, a ottobre, ha votato poco più del 42%, così come nella periferia nord di Torino. A Napoli la forbice dell’affluenza tra centro storico e quartieri limitrofi ha raggiunto anche i 12-15 punti percentuali. Sono anime (elettorali) diverse dentro i capoluoghi, enclave destinate a riprodursi sempre, oppure la chiamata alle urne nazionale può invertire la rotta? Per capire cosa può attenderci, occorre comprendere cosa è successo nel recente passato. In un recente saggio a cura di Marco Valbruzzi dal titolo 'Come votano le periferie. Comportamento elettorale e disagio sociale nelle città italiane' si prende in analisi in particolare il periodo 2008-2018, fotografando le dinamiche del consenso politico stagione per stagione. 

Le periferie sono diventate sempre di più, per ragioni fisiche e di marginalità sociale, zone ad alta mobilità elettorale. In sintesi estrema, l’ultimo decennio ha visto consolidarsi alcuni aspetti: il Pd è diventato il partito della cosiddetta 'Ztl', forte nelle zone centrali e in difficoltà man mano che ci si sposta ai margini (più ancora in provincia, non solo nelle città); Movimento Cinque Stelle (nel settennato 2011-2018) e Lega (dal 2018 al 2020) sono state le forze politiche pronte a intercettare il vento del malcontento; l’estrema destra ha saputo catturare consensi, da Casapound a Forza Nuova, man mano che la crisi pandemica si faceva più acuta. 

A seconda del momento storico, insomma, è corrisposto un analogo spostamento di interesse, prima da parte delle componenti sociali, poi da parte degli elettori. «Il vero rischio adesso è che aumenti l’astensione – osserva Valbruzzi, che insegna Scienza Politica all’Università di Napoli – con un surplus nelle grandi aree metropolitane del Mezzogiorno. Di questo passo, il Sud rischia di essere marginale anche nella rappresentanza ». Un altro aspetto da non sottovalutare è che si è allargato lo spazio tra chi è in crescita e chi è in declino, anche dentro la stessa comunità. Ci sono piazze e centri storici che, dopo il Covid, hanno smarrito il loro ruolo strategico. Sono le nuove periferie con cui fare i conti, in cui è scomparso il lavoro, sono state chiuse le botteghe: ad alcuni manca il pane, ad altri la casa. 

«Chi si è astenuto, aspetta adesso l’offerta giusta per tornare a votare » sostiene il professor Valbruzzi, indicando molti competitor in lizza per colmare il vuoto, dalla «nebulosa no-vax agli ex grillini, fino a Fratelli d’Italia che però secondo le nostre rilevazioni ha raccolto fino ad oggi un voto prevalentemente urbano-borghese, in aree a minor disagio». Si capiscono, in questo senso, i timori filtrati recentemente dal Partito democratico sulla difficoltà a fare breccia negli avamposti populisti. Specularmente, viene in mente l’immagine evocata a sinistra da Fabrizio Barca nel libro 'Disuguaglianze Conflitto Sviluppo' quando riflettendo sulla «nuova forte caduta di partecipazione al voto, specie nelle periferie urbane e negli altri luoghi marginalizzati», afferma che proprio qui in realtà «si nasconde l’ulteriore crescita di 'un esercito elettorale di riserva', ora scoraggiato ma potenzialmente decisivo». 

Di certo, è arrivato per tutti il tempo delle scelte: parlare al 'ceto medio riflessivo' per i partiti vorrà dire escludere operai e lavoratori delle (poche) grandi fabbriche rimaste? Inseguire i voti dei 'vinti' della globalizzazione significherà precludersi le preferenze di chi è sopravvissuto alla crisi e vuole crescere? Oltre a queste categorie, vanno poi considerati anche i giovani, l’esercito dei Neet, che né studiano né lavorano, con bassi livelli di istruzione e disoccupati, facilmente conquistabili dalla retorica antipolitica. Come scrive nel saggio del professor Cristopher Cepernich, sociologo della Comunicazione politica all’Università di Torino, negli ultimi anni hanno preso forma delle vere e proprie «'periferie elettorali', che appaiono in trasformazione continua. Risentite, deluse, in cerca di una rappresentanza che non soddisfa mai. In dieci anni il barometro della rappresentanza ha premiato e punito soluzioni ideologicamente agli antipodi tra loro». 

Quel che è accaduto a Roma è esemplificativo, perché spiega come lo scenario sociale condiziona il posizionamento politico. Ormai abita fuori dal Grande raccordo anulare un quarto dei romani e le criticità sfociano periodicamente in rivolte urbane (da Torre Maura a Casal Bruciato). Nelle periferie romane, ha prevalso il centrodestra negli anni 2000, il M5s nel 2016 e la Lega nel 2019. In pratica, non c’è un partito e una coalizione che riescano a mantenere un’egemonia stabile e duratura. Lo stesso è accaduto a Torino. Discorso a parte, invece, merita Milano dove almeno parzialmente le periferie sono state oggetto di progettazione, di pianificazione e di trasformazione. 

Il capoluogo lombardo, disposto a cerchi concentrici, resta una delle poche città dove le periferie geografiche corrispondono esattamente alle periferie socio-economiche e dove la contrapposizione con le zone cittadine centrali non ha prodotto fenomeni elettorali eclatanti. «Attenzione: fare di tutta l’erba un fascio, con le periferie, non funziona» mette in guardia Valbruzzi. Pronosticare adesso radicalizzazioni, a destra come a sinistra, rientra nella stessa logica semplificatoria. Per fortuna, non è tempo, né si vedono i segni, di una possibile svolta autoritaria che parta da queste terre di confine. Ma la sensazione che l’apertura dei seggi nella prossima tornata avvenga in una cornice di deserto e silenzio rimane lo scenario più probabile.

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/il-deserto-politico-delle-periferie-la-mobilit-anche-elettorale

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