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Il vero addio alla prima Repubblica, di Luigi La Spina

creato da webmaster ultima modifica 15/09/2015 10:22
Il ventennio nato dalle inchieste intitolate fiduciosamente «Mani pulite», e finito con quelle sulle Regioni, che si potrebbero amaramente battezzare «Mani sempre più sporche», si chiude con un bilancio in profondo rosso.

 

Il fallimento è ormai così evidente che anche i protagonisti della cosiddetta seconda Repubblica non possono più negarlo. Il ventennio nato dalle inchieste intitolate fiduciosamente «Mani pulite», e finito con quelle sulle Regioni, che si potrebbero amaramente battezzare «Mani sempre più sporche», si chiude con un bilancio in profondo rosso.

L’esito di questo fallimento potrebbe sfociare in uno sbocco imprevedibile: la rottamazione, per usare un vocabolo impietoso, ma alla moda, del ceto dirigente della prima Repubblica.

Il rendiconto degli ultimi vent’anni è eloquente. Le cifre dell’economia segnano un declino storico della posizione italiana nel mondo, dagli indici di crescita a quelli di competitività, con un contemporaneo vertiginoso aumento delle tasse. Gli effetti di questa micidiale mistura di dati sono stati devastanti soprattutto per due categorie di cittadini: il ceto medio dipendente, che ha subìto un netto impoverimento del suo tenore di vita, e i giovani, una generazione che rischia di perdersi nella precarietà e nella paura del futuro.

In altri campi, quel bilancio è altrettanto deludente. Le riforme elettorali, col passaggio dal proporzionale al maggioritario, non solo non hanno rafforzato la forza del governo e del presidente del Consiglio, ma sono sfociate in una legge, il cosiddetto «porcellum», che ha affidato ai vertici dei partiti il compito di nominare il Parlamento, espropriando i cittadini del potere di giudicare i propri rappresentanti alle Camere. Le riforme costituzionali, poi, in gran parte sono naufragate e, in quella parte realizzata, hanno costruito un modello di presunto federalismo i cui guasti sono sotto gli occhi di tutti.

La «grande illusione» di questo ventennio è stata quella di pensare che bastasse cambiare le leggi per chiudere un’epoca. Un regime, invece, muta davvero quando cambiano gli uomini al potere. Quando a un ceto politico se ne sostituisce un altro, o in virtù di una rivoluzione sociale, o di una guerra perduta, o di un dichiarato fallimento, politico, economico e anche morale. Se guardiamo, allora, un po’ più da lontano allo scorrere di questi anni, dobbiamo ammettere che il passaggio dalla prima alla cosiddetta seconda Repubblica non è mai avvenuto, perché questo inganno è stato un altro capitolo del male profondo che ha contrassegnato la nostra storia unitaria, il trasformismo.

Dietro le maschere dei due principali protagonisti del ventennio, due uomini provenienti dalla società civile e non dal solito professionismo partitico, Prodi, per il centrosinistra, e Berlusconi, per il centrodestra, la gran parte della classe politica e amministrativa della prima Repubblica è rimasta al potere, distribuendosi tra l’uno e l’altro schieramento. I pochi rimasti fuori dai due grandi gruppi che hanno dominato questi anni, si sono rifugiati nel piccolo partito di Casini. L’unico ceto politico veramente nuovo, quello sotto le insegne di Bossi e di Di Pietro, è apparso tanto chiassoso sui giornali e in tv quanto marginale nelle stanze che contano. Con un bilancio della loro presenza, peraltro, che non induce a un grande rammarico per quella marginalità. Così, ex comunisti ed ex popolari hanno fornito sia la truppa sia la dirigenza del centrosinistra nell’era di Prodi, socialisti, democristiani e missini hanno costituito la vera base di potere del centrodestra, dietro lo pseudonuovismo di Berlusconi e dei quadri di Publitalia.

E’ possibile, ora, che il compito illusoriamente affidato a una seconda Repubblica, in realtà mai nata, sia realizzato da una terza, di cui si odono i primi vagiti. Da una parte, Bersani, cerca di scrollarsi di dosso il peso politico, mediatico e culturale del ceto dirigente ex prima Repubblica trasmigrato nelle file del suo partito. Ecco perché l’esito dell’assemblea di sabato scorso ha suscitato tanti repressi mugugni e sospetti, non confessabili ma evidenti, sia nelle file degli ex comunisti, sia in quelle degli ex popolari. D’Alema, Veltroni, Bindi, Franceschini, temono, infatti, che il segretario, col pretesto di reagire all’accusa di conservatorismo generazionale affibbiatogli da Renzi, colga l’occasione per un deciso rinnovamento delle facce del partito.

La stesso desiderio di un colpo di spugna alla vecchia dirigenza del Pdl alberga in Berlusconi. Tra la frustrazione per il perduto potere di governo dell’Italia e quella per i deludenti sondaggi sul suo erratico annuncio di ritorno in campo, il Cavaliere medita un doppio ridimensionamento, se non una doppia esclusione. Quella degli ex socialisti, da Cicchitto, a Brunetta, a Sacconi fino ad arrivare a Tremonti, già uscito da un partito che da tempo non era più suo, e quella degli ex missini, da La Russa a Gasparri. Nell’epurazione berlusconiana finirebbero anche i vecchi democristiani, come Scajola, Pisanu, Rotondi.

Il paradosso di questa strana stagione della nostra vita politica è quello di un possibile tramonto, questa volta reale, della prima Repubblica, non da parte del rottamatore autoproclamato, Matteo Renzi, ma a opera di due uomini che proprio nuovi non sono, cioè Bersani e Berlusconi. Ma ai paradossi, ormai, siamo abituati.

Fonte: La Stampa, 9/10/2012

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