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Il terrorismo non ha religione, di Vittoria Prisciandaro

creato da D. — ultima modifica 21/09/2015 12:48
Secondo il teologo musulmano Adnane Mokrani i jihadisti usano il pretesto della fede per giustificare i loro atti e per suggestionare persone deboli e ignoranti. Un pericolo da non sottovalutare.

 

Per il vignettista Latouff i proiettili che traforano la redazione di Charlie Hebdo arrivano alla moschea che sorge alle sue spalle. E per Miguel Villalba Sanchez la pistola che spara alla matita finisce, di rimbalzo, per colpire il Profeta seduto su una nuvola, poco lontano dal Dio dei cristiani e degli ebrei. Sono alcune tra le centinaia di vignette che i disegnatori di tutto il mondo hanno dedicato ai colleghi di Charlie Hebdo, ammazzati dalla follia terroristica, a Parigi, il 7 gennaio scorso. Disegni che, con pochi tratti, dicono come la strage in nome di Allah abbia colpito anche i veri musulmani. È quello che pensa il teologo Adnane Mokrani. Tunisino, musulmano, nel suo studio ha tre foto che lo ritraggono in udienza con Giovanni Paolo II, con Benedetto XVI e infine con Francesco.

Partiamo proprio dal Papa, che nell’udienza al corpo diplomatico ha chiesto ai leader musulmani di condannare l’uso della violenza...
«In verità non mancano le denunce. Dall’11 settembre in poi gli oltre 50 Stati a maggioranza islamica e la Conferenza islamica hanno condannato ogni attacco terroristico. Quello che manca è una lotta sistematica contro l’estremismo e questo tipo di pensiero omicida. La denuncia è necessaria, ma non sufficiente. Va accompagnata da un lavoro educativo, culturale, anche mediatico. La minaccia terroristica è reale – vedi Al Qaeda e l’Isis – ma il solo contrasto militare a tale pericolo non è sufficiente: dobbiamo impedire che persone fragili, come erano quelle di Parigi, cadano nella trappola del terrorismo. C’è bisogno di uno studio approfondito per sapere la cause psichiche, sociali, che portano questi giovani a scegliere il terrorismo».
Perché tanti collegano la loro follia omicida all’islam?
«Il terrorismo per me non ha fede e non ha religione, per sua natura è antireligioso e antislamico. La missione della religione è educare le persone per aprirsi a Dio e al prossimo. L’islam con la sua tradizione di 1.500 anni rappresenta questi valori e questo tipo di educazione spirituale. Ovviamente i terroristi usano la religione per giustificare i loro atti. Ma la maggioranza assoluta dei musulmani è vittima due volte: la prima perché – come si vede in Iraq, Somalia, Nigeria, Pakistan – gran parte delle vittime sono musulmane; e poi per l’intimidazione, la pressione sociale e culturale che subiscono, perché sarebbero complici del terrorismo o non avrebbero fatto abbastanza per impedirlo. Questo atteggiamento è opera di alcuni partiti e movimenti che approfittano della situazione per avere un guadagno populista di corta visione. Abbiamo bisogno di questa maggioranza islamica nella lotta contro il terrorismo».
Qual è il rapporto tra gli estremisti e il resto del mondo musulmano? Gli estremisti sono la punta di un iceberg ma alla base la religione è la stessa?
«Il terrorismo non è una scuola di pensiero islamico o una lettura della religione. Alcuni terroristi sono vittime della manipolazione di chi li usa per combattere. Spesso si tratta di persone fragili, ignoranti e senza preparazione teologica: non sono sapienti dell’islam, non esprimono un punto di vista tra gli altri, tradizionale oppure riformista. È una deriva settaria che contraddice e tradisce i principi dell’islam. Il Corano racconta che il Profeta ha ricevuto insulti da parte della sua gente e non ha mai reagito con violenza o uccisioni. Gli atti terroristici non difendono il Profeta, lo offendono».
Gli autori della strage di Parigi si sono definiti martiri. Cosa intendevano?
«L’esaltazione della morte è un segno di deriva settaria. La morte non è un obiettivo, la religione è per la vita».
L’islam è compatibile con un sistema democratico?
«Non si può dire che l’islam non sia compatibile, perché è una religione mentre la democrazia è un sistema politico. I musulmani lungo la storia si sono adattati ai vari sistemi politici, come l’impero bizantino o quello dei persiani. Il problema è che alcune società islamiche sono tradizionali, di struttura tribale, vivono una cultura premoderna, mentre altre sono più aperte e preparate a una vita politica democratica».
Cos’è il califfato a cui si ispirano i terroristi dello Stato islamico (Is)?
«Nell’islam non c’è una struttura ecclesiastica, i califfi erano dei re che hanno creato grandi imperi. Questo gruppo terroristico vuole usare simboli storici per mostrarsi come il continuatore di una gloria storica, imperialista. Bagdad era la capitale dell’impero abbaside, il più grande nella storia dell’islam, durato circa 8 secoli e i re abbasidi si chiamavano califfi. Dobbiamo stare attenti: questi terroristi usano religione, simboli storici e culturali per giustificarsi con gruppi e persone manipolabili».
Anche i media devono stare attenti?
«Sì, è pericoloso quando si parla di “Stato islamico”: non è né l’uno né l’altro, è un’organizzazione terroristica. Ripetere questa propaganda senza uno spirito critico significa fare il suo gioco».
Nigeria, Siria, Iraq, Somalia, Pakistan: qual è il filo del terrore che lega tutti i continenti?
«Siamo nell’epoca della globalizzazione, tramite la rete si diffonde il virus del fanatismo, che attecchisce dove trova un terreno fertile. C’è un legame tra questo estremismo e il salafismo, una corrente religiosa nata in Arabia Saudita in epoca moderna, ma che non rappresenta la tradizione islamica né le scuole tradizionali: è un pensiero radicale, aggrappato alla lettera, senza teologia né filosofia. Non dico che tutti i salafiti sono terroristi, ma il salafismo è la matrice ideologica».
La cronaca recente ha raccontato casi di violenze su giovani donne musulmane che avevano fatto scelte di vita diverse da quelle dei genitori, in cui l’intera famiglia ha giustificato anche l’omicidio, in nome della religione. Questo cosa significa?
«Questi episodi sono espressione di una cultura patriarcale in crisi: alcuni genitori, spesso di origine povera e rurale, senza preparazione culturale, vengono in Italia o in Occidente e non riescono a gestire i cambiamenti, usano la violenza come ultima arma per soffocare la voce del figlio ribelle. È un fallimento sociale. C’è bisogno di accompagnamento perché l’integrazione non è una cosa spontanea».
Cosa pensa del fatto che, in nome della sicurezza, alcuni politici italiani hanno chiesto di bloccare i progetti per l’apertura di nuove moschee?
«I luoghi di culto fanno parte dei diritti umani e la Costituzione italiana garantisce la libertà religiosa. Le moschee non sono una minaccia. Dobbiamo però trovare un modo per gestire e organizzare questa materia: penso alla sfida della preparazione degli imam, che devono conoscere bene la cultura e la lingua italiana. Al momento è una questione locale, dipende dalle scelte politiche del governo, e in Italia non c’è un progetto o una visione chiara. Inoltre i musulmani sono divisi, non riescono a organizzarsi, e non c’è un’Intesa con lo Stato che permetta un autofinanziamento».
I terroristi hanno ucciso per dei disegni. Cosa pensa del diritto di satira?
«Questo atto terroristico non può essere giustificato con un abuso della libertà, a prescindere da una nostra valutazione di questa satira. Chi è contro questo tipo di libertà deve rispondere tramite i mezzi legali, fare una causa, in modo pacifico e civile. Questo tipo di satira è inimmaginabile per esempio negli Usa, ma non in Francia, dove esiste un laicismo estremo e anche un sentimento antireligioso in generale. L’abuso della libertà è però sempre meglio dell’abuso della dittatura, della censura e del fanatismo. Se vogliamo vivere in una società libera dobbiamo accettarne anche i rischi e gli abusi, che vanno gestiti tramite la legge».

 

fonte: http://credere.it/n-4-2015/il-terrorismo-non-ha-religione.html

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archiviato sotto:
Paolo Iacovelli
Paolo Iacovelli :
23/01/2015 17:43

Da alcuni anni esiste un comitato Islam presso Ministero interno che ha formulato linee guide per formazione imam nonché un ddl su un registro per le moschee e un albo per gli imam controllati dal Ministero. Sono i due ingredienti principali di una proposta di legge presentata alla Camera che, se approvato, rivoluzionerebbe i luoghi di culto islamici in Italia e le regole per guidare la comunità.
Secondo la proposta, per iscriversi al Registro ogni moschea dovrebbe chiarire chi la guida, chi la finanzia e le attività che si svolgono al suo interno e presentare le firme autenticate di almeno il 20% dei musulmani residenti in provincia. La Prefettura dovrebbe verificare solidità, sicurezza e igiene dei locali, ed esprimere un parere positivo sul suo ”impatto sociale” .
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