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Il sistema insostenibile, di Davide Brullo

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 30/03/2021 18:16
La pandemia ha mostrato la crisi di un’economia dominata sulla finanza e della politica che ha dimenticato l’uomo. Ma un nuovo Rinascimento è possibile. Dialogo con Vittorio Emanuele Parsi…

L’emergenza – chiamiamola così – ha dimostrato l’inefficacia della politica nei riguardi dell’inatteso, il vagare di leader imprigionati in una ragnatela di liti e di specchi, imbrigliati, a volte imbranati, di certo narcisi. La pandemia ha accelerato, cioè, la crisi delle democrazie, ma pure il fallimento di una economia che si poggia sulla finanza, che fa felici pochissimi a discapito dei moltissimi, eleggendo il rancore a energia dominante nelle scelte esistenziali, quotidiane, di massa. Professore ordinario di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica di Milano e direttore dell’Aseri (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali), Vittorio Emanuale Parsi racconta in Vulnerabili, “Come la pandemia sta cambiando la politica e il mondo”. Il libro non è un pamphlet scritto sull’onda pandemica; piuttosto, è un manuale di guerra, di strategia – Parsi è un agonista, gioca a rugby e “fa parte della Riserva Selezionata della Marina Militare con il grado di Capitano di Fregata”, gli piace ricordare: entrambi elementi consustanziali al suo pensare. 

Ancora: è una evoluzione a quanto Parsi ha scritto nel 2018 in Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale. “La sostituzione del liberalismo con il neoliberalismo ha comportato la riduzione del parametro egemonico in base al quale giudicare e conformare ogni comportamento umano alla pura dimensione economica. Facendo così si è privata l’arena stessa della competizione economica di regole, limiti del campo da gioco e di un arbitro”, diceva, allora, Parsi. Ora, l’evento pandemico pare – metafora tragica – aver accelerato quel fenomeno. Il libro di Parsi, si diceva, è un manuale. Oltre a denunciare la crisi del capitalismo – ridotto a crony capitalism, cioè a “capitalismo clientelare”, “la più preoccupante dimostrazione che in un’economia sempre più oligopolistica e oligarchica, fatta di gigantesche concentrazioni proprietarie, iperfinanziarizzata, dagli assetti tecnologici sempre meno trasparenti e sempre più influenti, l’idea dell’opposizione tra Stato e mercato, tra politica ed economia, come salvaguardia della libertà è una semplice favoletta” – Parsi, poco propenso al tono apocalittico e al reiterato lamento, rilancia e combatte. Il linguaggio guerresco, così, non gli è utile per incutere timore (proprio di chi propone nebbia) ma per innescare la lotta. Gli “scenari” che lo studioso annuncia al termine del libro – che ha in calce una sintetica e utile bibliografia – sono tre: “Restaurazione” (attenzione gente: “Il potere, quando vuole sfuggire al controllo democratico, tende sistematicamente a dissimulare la scelta politica – per definizione partigiana – con la decisione tecnica – presentata come neutrale rispetto agli interessi in competizione”), “Fine dell’Impero Romano d’Occidente” (cioè: “forte de-globalizzazione e forti pressioni verso un recupero delle sovranità nazionali”), “Rinascimento”. Ci piacerebbe quest’ultima ipotesi. Per costruirla bisogna partire dalla consapevolezza che siamo progrediti verso un mondo disumano. “La pandemia ci ha fatto riscoprire vulnerabili. Ci ha sbattuto in faccia la consapevolezza che noi esseri umani siamo l’anello debole delle catene dell’interdipendenza globale: catene di informazioni, dati, denaro, merci e anche persone. Ma catene pensate per le cose e non per le persone”.

“La struttura di cui era fatto il nostro presente era insostenibile”: cosa significa?

Significa che era un mondo progettato senza tenere conto della sua componente più vulnerabile: gli esseri umani. Un mondo in cui il valore veniva e viene ancora assegnato in base alla mobilità di spostamento: per cui le informazioni (i big data) valgono più di tutto, poi viene il denaro, poi le merci e infine la forza lavoro. Perché le donne e gli uomini erano valutati in base a questo specifico ruolo. E, se ci pensa, persino in quanto consumatori e consumatrici hanno perso rilevanza. Perché in un’economia dominata dalla finanza, i soldi si possono fare benissimo e tanti (ma sempre più per pochi) scommettendo sul futuro e incassando il premio anticipatamente. Lei mi dica quale sistema complesso sarebbe stato progettato, costruito, operato senza considerare che la resistenza dell’intero sistema è dettato da quella del suo elemento più vulnerabile. Lei immagini una nave in cui venisse considerato che la protezione dell’equipaggio sia un lusso, un costo che si deve limare. Sarebbe un “vascello fantasma”. Ecco, questo stavamo diventando e possiamo ancora diventare. La pandemia ci sta offrendo una tragica opportunità di riflessione e cambiamento. Sarebbe criminale non sfruttarla.

In fondo, il suo libro è anche una riflessione sul senso profondo del potere, sulla crisi delle democrazie e sulla fine – sullo sfinimento – della Storia. Come uscirne se alcuni oligarchi hanno più ‘potere’ – se il potere è misurabile in denaro – di uno Stato?

La prima cosa da ricordare è che la politica è ancora e sempre una risorsa; se ci ricordiamo di pensarla come tale. Quella che stiamo vivendo da almeno 30 anni non è la crisi della politica o dell’economia. È la crisi della democrazia, cioè di un fragile e peculiare forma di politica che è comparsa nel mondo 2500 anni fa per una breve stagione ed è tornata alla ribalta – trasformata – poco più di 150 anni fa. Allo stesso modo, non è l’economia che è in crisi: ma quella peculiare forma di economia iperglobalizzata e iperfiniziarizzata che si è affermata negli ultimi 30/40 anni. Non dovremmo mai dimenticare però la lezione appresa durante questo tragico anno. Abbiamo imparato che indossare una mascherina per proteggere gli altri, innanzitutto, dal virus è stata l’azione più efficace che potessimo fare per controllare la sua diffusione. Certo, ora stanno arrivando i vaccini, ma è questo gesto che ognuno di noi ha fatto che ha concorso a salvare decine di milioni di vite. Era quello che ognuno di noi poteva fare, quello che ricadeva nella nostra capacità e nella nostra area di responsabilità. Lo abbiamo fatto. E per ogni singolo gesto di investimento altruistico ci sono tornati indietro 60 milioni di gesti analoghi: un’azione collettiva è sempre il frutto di innumerevoli azioni individuali. La democrazia funziona nello stesso modo.

Mancano i leader, i capi di Stato autorevoli, o è manchevole, semmai, un popolo, intriso di senso del dovere, di appartenenza al proprio luogo, di mutuo sostegno con gli altri?

Dipende anche da noi, se il meccanismo verrà disinceppato. Se torneremo a chiedere, a pretendere, che i leader politici ci propongano un futuro che immaginano per noi. Immaginano, non prevedono. Perché nell’immaginare è coinvolta la convinzione che siamo parte attiva del cambiamento. Mentre nel prevedere siamo solo passivi. Sui diversi futuri immaginati e quindi desiderati sono poi chiamati a lottare per la leadership, affinché siano distinguibili attraverso i progetti che propongono. Solo così si saldano i tempi della politica: il futuro come luogo immaginato da costruire e il presente come competizione per il controllo del processo per portare a quel luogo. Dobbiamo tornare a pensare che la lotta politica è una forma attraverso il quale il conflitto sociale – che è inevitabile – si depotenzia, si “educa”, proprio attraverso la sua declinazione politica. Così come l’unità di un popolo si produce come sintesi, come prodotto delle lotte e del conflitto. Lo dico perché ci dimentichiamo troppo spesso che il mercato produce vinti e vincitori, che costruisce inevitabilmente diseguaglianze. Se queste non vengono rappresentate e contrastate politicamente – e quindi di fatto attenuate – impattano in maniera devastante sull’ordine sociale e lo travolgono. E se i “molti” che hanno sempre meno vedono sistematicamente disattese le loro speranze, i loro desideri, i loro bisogni (ciò che in democrazia si definiscono i loro diritti) affinché i “pochi” che hanno sempre di più possano continuare a proteggere i propri privilegi, non possiamo stupirci se smettono di credere nella democrazia rappresentativa o si affidano ai demagoghi. Ma la demagogia non si combatte con le prediche morali. Si sconfigge svuotando le ragioni che gonfiano le vele dei neri vascelli dei demagoghi. I quali peraltro sono interessati a condurre il popolo da una sola parte: la loro.

Rancore, vaga nostalgia nei riguardi di “come si stava prima”, il pio desiderio di ‘cancellare’ la pandemia sono sentimenti che più che contrarre l’economia, frustrano l’esistenza: è così?

Il rancore è il sentimento che sta contrassegnando la seconda fase della pandemia, tanto quanto la solidarietà aveva segnato la prima. Il rancore è il frutto del ritorno della politica nella sola dimensione monca della lotta per il potere, della competizione partigiana, personalistica e direi persino narcisistica in taluni casi, che ha sfruttato la stanchezza e il disorientamento di tutti. Su una nave l’ammutinamento è sempre il sintomo di un pregresso fallimento del comando. Dobbiamo tornare a poter credere che oltre l’Oceano del rancore esistono le Isole della speranza alla quale siamo diretti. Dobbiamo crederci ora più che mai, dato che grazie ai vaccini possiamo intravedere la luce oltre il cupo cielo tempestoso che si rispecchia nel mare intorno a noi. Siamo frustrati perché abbiamo la legittima sensazione che chi aveva la responsabilità del comando – a tutti i livelli – ha sciupato quest’anno. Ma tutto è ancora possibile. Pensi a come gli Stati Uniti o il Regno Unito stanno uscendo dall’incubo grazie a una campagna vaccinale massiccia e provenendo da leadership fallimentari (come quella di Trump) o a lungo fuori rotta (come nel caso di Boris Johnson). Questo chiediamo ora a chi ci governa. Organizzare efficacemente la campagna vaccinale, per consentirci il più presto possibile di tornare a vivere. E chi bercia per aperture troppo anticipate è un nemico della nostra liberazione dal virus e della nostra libertà.

In uno dei suoi scenari, l’Occidente, al tramonto da ormai un secolo, crolla, termina: è davvero plausibile? L’Europa è destinata a un futuro da ‘velina’ tra Cina, Stati Uniti e autoritarismi al galoppo?

La lotta oggi è sui principi e le norme in base ai quali il mondo sarà governato una volta fuori dalla pandemia. L’Europa deve essere consapevole che la leadership di potenze autoritarie come la Cina (magari con la Russia come junior partner) sarebbe declinata in maniera tale da rendere la nostra libertà impossibile. Dobbiamo non semplicemente ritrovare il “canone occidentale” fatto di equilibrio tra democrazia e mercato: dobbiamo rifondarlo. Affinché sia compatibile con un XXI secolo in cui la sostenibilità – ambientale, umana, di genere, spirituale – sia il criterio guida. Sappiamo bene che il capitalismo è compatibile tanto con forme autoritarie quanto con forme democratiche di politica. Stiamo osservando come la progressiva oligarchizzazione del nostro “capitalismo di mercato” lo porti a trovare forme di intesa inedite con il “capitalismo di concessione” (cinese, russo, saudita e così via). Solo la rivitalizzazione della democrazia può salvarci da un destino di schiavitù, perché questa è la parola. Finché siamo ancora democrazie, abbiamo la possibilità di far sentire la nostra voce. È tempo di tornare a ribadire con forza che l’economia di mercato aperta e concorrenziale è lo strumento per raggiungere il fine del benessere del maggior numero. E va continuamente regolata affinché continui (o torni) ad esserlo. Stati Uniti ed Europa condividono questa tradizione e la nuova presidenza americana ha messo al centro il rilancio dell’inclusività politica ed economica come strumento per marcare la differenza rispetto ai regimi autoritari.

Cosa può l’Italia, vaso di coccio tra corazzate di ferro?

L’Italia in questo momento ha la chance che avere un leader che ha una grande credibilità, che è utile all’Europa almeno tanto quanto lo è all’Italia e che sta costringendo i capi-partito italiani a confrontarsi con la realtà e con delle proposte sul futuro. Guardi, l’idea che chi è attento alla ragion pratica e al presente sia più affidabile di chi lo è alla speculazione e al futuro è una baggianata. Lo capiamo ora, che quella che ci è saltata sotto i piedi è la pratica a cui eravamo abituati. Siamo stati cacciati dalla nostra comfort zone, il ghiaccio su cui camminavamo si è sciolto all’improvviso. Ci siamo ritrovati immersi nell’acqua gelida e dobbiamo inventarci il nuoto, la zattera e la bussola. Per capire in che direzione muoverci e facendolo con un senso.

Nello scenario più luminoso, che lei chiama Rinascimento, scrive: “Tra un mondo governato dal denaro e un mondo governato dagli autocrati, esiste ancora una terza possibilità. Quella di un mondo governato per gli esseri umani e dagli esseri umani”. Cosa significa, come si costruisce?

Lottando. Sapendo che “con una leva adeguata si può sollevare il mondo”. Verissimo. Ma occorre avere un’idea della leva e del perno nella testa, per poter trovare l’uno e l’altra, altrimenti vediamo sempre e solo rami in cui picchiare la testa e sassi sui quali inciampare. E invece le idee che ci servono circolano da decenni, da decenni. Sono quelle di cui ci parlano Stiglitz e Krugman, Piketty, Rodrik e Mazzucato: solo per citare economisti di fama mondiale e non fare torto a nessuno. Parlo di economisti perché oggi il pensiero economico rappresenta l’equivalente di ciò che era il pensiero teologico all’epoca di Dante. Cioè la principale fonte di legittimazione intellettuale dell’autorità politica. Sono loro a dirci che il sistema è insostenibile e va cambiato. La leva intellettuale esiste quindi. Il fulcro ce lo sta offrendo la crisi pandemica che ha reso fragili e precari i vecchi assetti di potere e ci offre la possibilità di ribaltarli. E la forza è quella delle nostre braccia. Siamo stati capaci di unirci per combattere la pandemia e continuare ad avere un presente. Non saremo capaci di unirci per ricominciare ad avere un futuro migliore del passato da cui proveniamo?

https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/societa/vittorio-emanuele-parsi-intervista/

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