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Il sinodo come faro per la Chiesa italiana, di Ruggiero Doronzo

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 25/02/2021 09:06
A distanza di cinque anni dal Convegno di Firenze, numerosi punti di quell’intervento del Pontefice pongono ancora diversi interrogativi…

Papa Francesco ha recentemente invitato la Chiesa italiana a ripartire dal Convegno di Firenze del 2015 per avviare un percorso sinodale e finora la risposta è stata – come ha notato Domenico Delle Foglie su formiche.net – uno “strano silenzio”. Sembra trattarsi di quel silenzio che cala in un gruppo di persone quando qualcuno dice qualcosa di inatteso, di inopportuno o di imbarazzante. Forse questi aggettivi rimandano non tanto all’idea di Sinodo quanto al ricordo del Convegno di Firenze; infatti, nominare l’assemblea del novembre 2015 è come evocare uno spettro.

Quel Convegno era stato preparato con grande entusiasmo e doveva indicare le linee operative della Chiesa italiana per gli anni seguenti. Invece, ha prodotto un silenzio che si protrae ancora oggi perché “compresso” da due eventi precisi. Il primo è stato il Sinodo della Famiglia. Un gran numero di dibattiti, congetture, accuse e, per concludere, dubia hanno caratterizzato l’arco temporale che comprende la preparazione del Sinodo, il suo svolgimento e la pubblicazione dell’esortazione postsinodale Amoris laetitia, impegnando l’attenzione dell’opinione pubblica interna ed esterna alla Chiesa. 

Non c’era quindi da sperare che il tema del “nuovo umanesimo” proposto dal Convegno di Firenze potesse competere alla pari con quello più “caldo” della famiglia per imporsi nell’agenda mediatica e all’attenzione delle persone.

Quello che nelle intenzioni degli organizzatori doveva essere un faro per la Chiesa italiana si è ritrovato a essere appena un lumicino che poi papa Francesco ha smorzato completamente con il discorso rivolto ai partecipanti al Convegno. L’unico passaggio nel quale il Papa è sembrato elogiare il lavoro svolto nell’assise fiorentina è stato quando l’ha definito un “esempio di sinodalità”. Per il resto, Francesco ha presentato la propria idea di umanesimo cristiano in modo poco convergente con le piste sulle quali il Convegno si stava muovendo, sottolineando che la sua presenza a Firenze non era volta a disegnare in “astratto” un nuovo umanesimo.

A distanza di cinque anni, numerosi punti di quell’intervento pongono ancora diversi interrogativi: Francesco ha voluto prendere le distanze da un Convegno che riteneva un esercizio teorico? A chi si riferiva il Papa quando ha detto: «non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa»? Dove ha scorto concretamente le tentazioni del pelagianesimo e dello gnosticismo da cui ha voluto mettere tutti in guardia? Cosa intendeva quando ha stigmatizzato il pericolo del «surrogato di potere, d’immagine, di denaro» da cui Dio deve proteggere la Chiesa italiana? A chi si riferiva quando ha raccomandato di praticare il dialogo e non la “negoziazione” che aspira a «ricavare la propria “fetta” della torta comune»?

Verso la fine del discorso il Papa ha dichiarato di sognare una Chiesa italiana «inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti». Poi ha concluso: «Sebbene non tocchi a me dire come realizzare oggi questo sogno, permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sulle tre o quattro priorità che avrete individuato in questo convegno. Sono sicuro della vostra capacità di mettervi in movimento creativo per concretizzare questo studio». Insomma, sembra che Francesco volesse dire: finora avete prodotto delle teorie, ora cercate di concretizzarle mettendo in pratica la mia Enciclica.

Ovviamente, il Pontefice aveva tutto il diritto, nonché il dovere di pronunciarsi in tal modo in quella sede. Forse coloro che si erano impegnati per realizzare un Convegno di tale portata si aspettavano qualche parola di apprezzamento in più per il lavoro svolto, ma Francesco, probabilmente, aveva avvertito l’urgenza di dare una scossa positiva alla nostra realtà ecclesiale. 

Di certo, oggi non c’è troppo da stupirsi se, quando egli invita la Chiesa italiana a ripartire da Firenze, a qualcuno si forma un groppo alla gola. La paura di sbagliare è forte e, quando c’è la paura, c’è afasia e paralisi. Certamente, l’intenzione del Papa è quella di stimolare la Chiesa italiana e non di spaventarla, tuttavia, tra l’uno e l’altra potrebbe esserci un problema comunicativo o – come direbbero gli studiosi della Scuola di Palo Alto – di “punteggiatura”. Occorre, dunque, ripartire da Firenze; nel senso che tra Francesco e la Cei urge un chiarimento su ciò che è avvenuto a Firenze.

*Frate cappuccino, docente di comunicazione, Bari.

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