Tu sei qui: Home / Meditando / In articoli e commenti, scelti da noi / Il saloon d’America e il cantiere (ri)aperto della diplomazia europea, di Simone Disegni

Il saloon d’America e il cantiere (ri)aperto della diplomazia europea, di Simone Disegni

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 02/10/2020 17:50
Il ruolo dell’Europa nel mondo e sulla nostra capacità di forgiare il nostro stesso destino…

Ma l’Europa – pardon, l’Unione europea – che vuol fare di preciso da grande? La questione è stata posta talmente tante volte, dal crollo del Muro di Berlino in poi, da suonare antica. Fu il grande tema di Maastricht, la conferenza intergovernativa che all’Ue diede vita, sostanza e slancio, nel 1992; poi, un decennio e qualche dimenticabile trattato dopo, del grande cantiere della Convenzione europea (2002-2003) aperto con l’ambizione di dare all’Ue una vera e propria Costituzione, dunque un’anima politica. Fallito miseramente quel progetto, sotto i colpi della “rivolta” popolare di francesi e olandesi, di upgrade della missione o delle attribuzioni dell’Ue si smise sostanzialmente di parlare – se non a porte chiuse e voce bassa.

Fino ad oggi. Nel dibattito pubblico italiano, vessato da anni di anti-europeismo virulento, la questione è ancora accuratamente evitata dai leader (?), e abbondantemente fuori dai radar dei media. Ma a livello europeo, il pentolone del ripensamento della missione dell’Ue è stato ufficialmente ri-scoperchiato. E si appresta ad essere servito come piatto principale del menù del prossimo vertice dei capi di Stato e di governo in programma giovedì e venerdì.

Il confronto tra i leader d’inizio autunno si concentrerà “sul ruolo dell’Europa nel mondo e sulla nostra capacità di forgiare il nostro stesso destino”, ha anticipato alle 27 capitali il presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Traduzione, per l’appunto: dobbiamo parlare di chi vogliamo essere da grandi. La disamina che segue e motiva tale scelta metterebbe l’angoscia, se non fosse la semplice enumerazione di quanto accaduto alle porte d’Europa nell’ultima manciata di settimane: il muro contro muro in Bielorussia che rischia di degenerare in una carneficina; l’avvelenamento del principale oppositore russo; il riesplodere della violenza in Nagorno-Karabakh; l’assertività sempre più minacciosa della Turchia nel Mediterraneo; e una relazione con la Cina da rimettere su binari di “equilibrio e reciprocità”, senza rinunciare ai nostri “valori e standard”.

Eccolo, il punto che riassume tutti gli altri e motiva l’accelerata (tentata) di Michel e Von der Leyen. Il lavorio delle potenze circostanti – tutt’altro che interrotto dalla pandemia – pone l’Ue spalle al muro. Se non si prende carico di difenderli ed anzi promuoverli attivamente, quei valori di democrazia e stato di diritto che dovrebbe incarnare, rischia di perdere ogni credibilità, e nel lungo termine perfino di essere divorata da chi vorrebbe ritornare al vecchio dettato dell’homo homini lupus: se hai la forza per eliminare il tuo nemico, nell’arena interna o in politica internazionale, va’ e aggredisci. Il più forte ha ragione: più grezzo, ma più immediato del complicato lavorio democratico.

Non è un caso che il campanello d’allarme arrivi proprio nei giorni in cui appare con più plastica evidenza la deriva dello storico alleato e punto di riferimento: quegli Usa mai menzionati nel testo di Michel ma verso cui sono evidentemente puntati tutti gli occhi. La “guerrigliatelevisiva andata in onda martedì notte per accurata iniziativa (premeditata o d’istinto, poco cambia) del presidente Donald Trump pareva riecheggiare quella reale combattuta per troppe notti negli ultimi mesi sulle strade d’America: un Paese sfibrato dalle ingiustizie razziali e sociali, e dall’estremizzazione che mette a rischio la tenuta stessa della sua società. Qualcosa potrà cambiare se tra un mese vincerà Joe Biden, certo, ma immaginare l’alleato americano tornare guida e faro della democrazia nel mondo nei prossimi mesi, dopo il carnage dell’ultimo quadriennio, pare fantascienza.

Così come nel 1992 e poi nel 2002, dunque, carente la spinta interna è da fuori che arriva la strigliata all’Ue a “dare di più”. A Maastricht furono i massacri in terra jugoslava, oltre che le prospettive oggi sprofondate di pace in Medio Oriente, a spingere i governi europei a fare il salto e porre le basi di una politica estera comune. Quanto alla “costituente” europea, fu lanciata a pochi mesi dagli attentati dell’11 settembre, e i suoi lavori arrivarono a maturazione proprio nei mesi del “gran rifiuto” franco-tedesco alla guerra americana in Iraq.

Oggi è l’assenza, non l’iper-presenza, degli Usa a costituire una minaccia esistenziale per i valori fondanti dell’Unione: scomparso l’ombrello americano – ideale prima ancora che securitario – l’Ue deve far da sé, se non vuole soccombere. Lo ha detto chiaro, negli ultimi giorni, anche il più geopolitico dei leader Ue, Emmanuel Macron: “L’unico modo per l’Europa di continuare ad esistere è costruire una terza via, senza rinunciare ad affermare i propri interessi negli affari globali”, ha scandito di fronte a una platea di studenti a Vilnius.

La dottrina, su cui lavora già da tempo la diplomazia europea, è quella dell’autonomia strategica. Ma alla teoria, quando l’attualità incombe, urge affiancare la pratica. E gli strumenti concreti d’intervento. Quello che la presidente della Commissione Ue Von der Leyen ha chiesto ad alta voce nel suo discorso sullo Stato dell’Unione è un calice amaro per i governi nazionali: l’abbandono della regola dell’unanimità per prendere ogni decisione di politica estera. Quello su cui Macron è tornato ancora una volta ad insistere, rilanciando un progetto “classico” francese, si chiama capacità di difesa comuni – con gli adeguati investimenti del caso. Nessuno dei due temi è nuovo sui tavoli dei ministeri europei. Ma lo è l’urgenza di trovare risposte all’altezza del “mondo nuovo” di fine 2020, se l’Ue vuole preservare se stessa, e i valori che ha più cari.

https://www.reset.it/caffe-europa/il-saloon-damerica-e-il-cantiere-riaperto-della-diplomazia-europea

Azioni sul documento
  • Stampa
archiviato sotto: , ,
I nostri amici stranieri

Cercasi un fine organizza degli incontri settimanali di dialogo tra culture e insegnamento della lingua italiana per stranieri.

Maggiori info >>>

centro di ascolto.jpg

Associandoci

logo-barchetta.jpg
Cercasi un fine
è insieme un periodico, un’associazione onlus, di promozione sociale, iscritta all’albo regionale della Puglia, fondata nel 2008, con attività che risalgono a partire dal 2002 e una rete di scuole di formazione politica. Vi partecipano credenti cristiani e donne e uomini di diverse culture e religioni, accomunati dall’impegno per una società più giusta, pacifica e bella.

Una presentazione sintetica delle nostre attività la trovi nel video qui 

altre info su

presentandoci
cercasi una casa
sostenendoci

con carta di credito o PayPal

Leggendo il giornale

Cercasiunfine-120.jpg

E' in distribuzione Cercasi un fine n. 120
(2020- Anno XVI)

quadratino rosso Tema: I doveri

Scrivendo per il giornale

Se volete scrivere per il giornale:
direttore@cercasiunfine.it


 

 listing Il n. 120 è sui DOVERI (si parla spesso di diritti: e i doveri? Cosa intendiamo per doveri? Esistono gruppi, culture e religioni che danno seria testimonianza sui doveri? Come educare ai doveri?)  è in spedizione.

listing Il n. 121 è su RESISTERE RESISTERE RESISTERE: come abbiamo vissuto il periodo di crisi sanitaria è in preparazione.

 listing Il n. 122 è su... Tutti pazzi per i Social? Come i social stanno trasformando nostro modo di pensare, giudicare, informarci e razionarci? Riusciamo ad essere ironici su questa influenza diffusa? Testi da inviare entro 31 ottobre 2020.

Se avete qualcosa da proporci su qualcuno di questi temi siamo ben lieti di accoglierlo. Accettiamo anche contributi in altre lingue.