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Il respiro mondiale della chiesa odierna, di Giuseppe De Rita

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 27/04/2019 09:54
Le riflessioni-guida della Via Crucis erano di una voluta potenza rispetto a chi, come tutti noi, vive senza memoria di tutto il dolore che c’è nel mondo…

Potrà sembrare una enfatizzazione personale, da fratello saggio del figliol prodigo, ma più torno sulla ultima Via Crucis al Colosseo, più mi convinco che la Chiesa di Roma si allontana ogni giorno da noi: è sempre meno romana, sempre meno italiana, sempre meno europea. Con una distanza che si fa sempre più evidente, anche sul piano delle opinioni correnti.

Parto da un fatto fenomenologico, sto alle facce, alle preghiere, alle riflessioni comunicative di venerdì scorso: era impressionante vedere il video pieno non dei volti tipici della nostra quotidianità, ma di volti «altri», quasi tutti asiatici ed africani; i pochi bianchi casualmente inquadrati erano dei consumatori di turismo, ed infatti non rispondevano alle preghiere collettive

Queste erano tutte orientate a ricordare, interpellare, condividere le pene di milioni di persone (lontane miglia e miglia da quella scenografica piazza) che soffrono la fame, l’emarginazione, le guerre, i genocidi. Ed in più le riflessioni-guida della Via Crucis, benché scritte da una suora novantenne, erano di una voluta potenza (mai udita nelle abitudini ecclesiali) rispetto a chi, come tutti noi, vive nell’egoismo e spesso nella fatuità narcisistica, senza memoria di tutto il dolore che c’è nel mondo.

Il Venerdì Santo era riservato ai protagonisti del dolore e della croce quotidiana. E così i volti, le preghiere, le riflessioni profonde hanno dato l’impressione che la Chiesa si stia allontanando da noi (romani e italiani) figli primogeniti. Questi forse non se ne accorgono, attenti solo a garantirsi quel servizio pastorale e devozionale che riteniamo utile per il nostro quotidiano galleggiamento religioso. Ma sotto sotto matura una reazione più forte, forse un rimprovero alla Chiesa che si allontana: come, noi romani, noi italiani, noi europei abbiamo fatto tanto per accumulare il suo patrimonio (storico, teologico, istituzionale, finanziario) ed essa ha occhi solo per altri da noi? 

Come minimo è irriconoscente, ma in più rischia di annullare il suo patrimonio, ed è di conseguenza naturale richiamare il rispetto del suo radicato insediamento nella nostra storia: girovagare altrove potrebbe renderla fragile.

Ed invece, proprio da figlio primogenito, venerdì scorso ho avvertito con chiarezza che la Chiesa si sta decisamente allontanando, sta andando altrove, vuole essere Chiesa Universale. Noi primogeniti non capiamo questa scelta di nuova destinazione, forse perché non abbiamo letto e capito la decadenza della Chiesa «romana e docente», che aveva in se stessa la verità e le certezze di una sua autoreferente identità. Ormai da decenni (lo diceva Levinas, lo ripeteva Bergoglio nei suoi testi da cardinale) è ormai convinzione generale che «l’identità non è nel soggetto, ma nella relazione»; non va in altre parole costruita al proprio interno, ma nella complicata costante relazione con gli altri.

Certo, tutto è più difficile: si tratta di stabilire rapporti e processi sociali e non rassicuranti documenti teologici; ma nel prossimo futuro il destino della Chiesa sarà costruito nella relazione con gli altri (popoli, nazioni, culture che siano)

Per questo oggi la Chiesa ritorna alle origini, torna in Galilea, terra di rivolta fra la Gerusalemme del legalismo ebraico e la Decapoli dei duri centurioni romani; terra quindi di emarginati, di esclusi, di poveri, di ladri (Zaccheo), di corrotti (Matteo), di prostitute (Maria di Magdala) e di adultere (la Samaritana), di sordomuti e di ciechi

È da lì che è cominciata la Chiesa, con i primi apostoli e i primi gruppi di fedeli; ed è in quella nuova «Galilea delle genti» che è oggi il mondo moderno, con le sue ingiustizie e le sue miserie, che oggi la Chiesa sceglie di andare, allontanandosi dal legalismo e dall’ordine comandato in cui tutti noi più o meno coscientemente viviamo.

La platea e le voci della Via Crucis richiamano l’immagine di una inattesa nuova Galilea; e le orazioni della novantenne suora erano la certificazione delle ragioni per le quali la Chiesa si allontana da noi, dalle sue tradizionali sedi di insediamento

La Chiesa vuole respirare con un respiro mondiale, maturando una leadership di significato; sa che ne paga e ne pagherà il prezzo verso chi non la vuole in quel ruolo (da Trump ai terroristi dello Sri Lanka); ed anche verso noi figli primogeniti, verso il nostro rancore nel vederla, incapace di respirare largo nel tempo che viviamo; e ci limitiamo a calarci in una pluralità di ambizioni senza significato.

Non è detto che tutti si debba andare in Galilea, ma almeno spogliamoci delle incrostazioni orgogliose e supponenti di chi si sente primogenito saggio e corretto. È notazione che vale anche per i nostri governanti, che forse non hanno colto la violenta contrapposizione fra la realtà italiana e la platea della Via Crucis

Magari qualche ufficio della «comunicazione di governo» ha avuto la tentazione di esprimere, magari sui social, una dura protesta per «la chiesa che se ne va e soli ci lascia»; ma il silenzio che grava sull’argomento sta a dimostrare che non serve certificare se stessi. Se l’identità è nella relazione, il «my self first» non è una grande consolazione.

 

 

https://www.corriere.it/opinioni/19_aprile_26/respiro-mondiale-461997b4-684c-11e9-9924-a3f7289eca7e.shtml

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