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Il Papa, la Cei e una pastorale che non si può fermare, di Alessandro Greco

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 01/05/2020 10:06
Un giovane laico interviene nel dibattito su CEI e celebrazioni. Ci chiede: è davvero questo il meglio che abbiamo da offrire?

«In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e della obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni»

Basterebbero forse queste parole di Papa Francesco, pronunciate la mattina del 28 aprile durante la quotidiana Messa a Santa Marta, per mettere fine alla diatriba che in queste ore ha infiammato le comunità ecclesiali. Invece no. Perché sebbene il Papa abbia preso una posizione chiara e netta (alla quale probabilmente inizieranno ad adeguarsi tutti, chi più chi meno convintamente) questo non cancella ciò che è accaduto in poco meno di due surreali giorni. Qualcosa che ci interroga tutti.

Il comunicato della Cei

Prima ancora di riflettere sul contenuto, già di per sé abbastanza problematico, del comunicato diramato dalla Conferenza Episcopale Italiana, due questioni di forma.

Primo: la tempestività. Eccessiva. Una replica così immediata da dare adito a due possibili interpretazioni, entrambe lette in giro per il web nelle scorse ore: o una replica “concordata” con Palazzo Chigi, o una replica scritta in fretta, sull’onda della rabbia per una promessa mancata da parte del Governo. Secondo: la firma. Che non c’è. Non quella del Presidente, non quella del Segretario, non quella del Consiglio Permanente. “La posizione della CEI”. Semplicemente. E curiosamente.

Attività pastorale

Dopo aver ripercorso l’interlocuzione con il Governo e quelle che vengono presentate come promesse disattese del Ministero dell’Interno, la CEI rivendica di aver più volte «sottolineato in maniera esplicita che […] la Chiesa esige di poter riprendere la sua azione pastorale». Sorvolando sull’uso forse improprio del verbo “esigere” (quantomeno poco caritatevole nei confronti di chi ha l’immenso onere di tutelare la salute, l’economia e l’ordine pubblico in un tempo così difficile), bisogna intendersi su cosa sia l’attività pastorale. Se essa si identifica con la celebrazione comunitaria domenicale e con la pastorale sacramentale, beh, possiamo essere ben d’accordo che si sia fermata. Ma se non fosse così? Se, invece, oggi stessimo sperimentando un nuovo, antichissimo modo di fare pastorale? Perché, al netto di alcune comprensibili e fisiologiche degenerazioni, forse mai come ora per la pastorale (anche se via web) è stato vero ciò che afferma il Papa in Evangelii Gaudium 164: «Abbiamo riscoperto che anche nella catechesi ha un ruolo fondamentale il primo annuncio o “kerygma”, che deve occupare il centro dell’attività evangelizzatrice e di ogni intento di rinnovamento ecclesiale». Privati della continua tentazione di scadere nel marketing per riempire di persone Messe e gruppi di formazione, abbiamo finalmente messo da parte le nostre brillanti invenzioni per rendere accattivante la pastorale (di volta in volta tingendola di aspetti ludici, sociali o culturali, in sé non disprezzabili, purché non si perda la bussola) e abbiamo ricominciato dal Vangelo, puro e semplice. E che dire delle Messe? Solo perché sono celebrate sine populo dovremmo concludere che sono una faccenda privata del sacerdote? La Chiesa non ci consente di pensarla così, e a dirlo è il Concilio, che afferma che la Celebrazione Eucaristica «è sempre un atto di Cristo e della sua Chiesa, anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli» (Presbyterorum Ordinis, 13).

Perciò ripetiamoci la domanda: l’attività pastorale si è davvero fermata?

Distinguere le responsabilità

Il Comunicato prosegue con un’accusa grave. Il Governo, sostiene la CEI, avrebbe escluso «arbitrariamente» la possibilità di celebrare la Messa con il popolo. Ad una limitazione «arbitraria», però, la CEI non risponde con controdeduzioni circostanziate che dimostrino questa arbitrarietà. Risponde, invece, con una rivendicazione: «Alla Presidenza del Consiglio e al Comitato tecnico-scientifico si richiama il dovere di distinguere tra la loro responsabilità – dare indicazioni precise di carattere sanitario – e quella della Chiesa, chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana, nel rispetto delle misure disposte, ma nella pienezza della propria autonomia».

Anche dopo numerose riletture, questo passaggio continua a rimanere criptico; qual è l’autonomia che la Chiesa rivendica? Un’autonomia dal potere politico? Affascinante, se non fosse quantomeno anacronistica (e, più precisamente, in forte contrasto con quanto afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica nei numeri dal 1897 al 1904, in cui si parla di quell’«obbedienza» di cui parla Francesco). Il tempo del Papa Re (tutt’altro che un’età dell’oro, come ci insegnano i libri di Storia) è passato, e a noi compete vivere il tempo che ci è dato. O forse un’autonomia dall’autorità scientifica? Forse che i vescovi possono stabilire, sulla base della loro autorità spirituale, che le celebrazioni liturgiche sono esenti dal rischio contagio? Una posizione difficilmente sostenibile, a meno di tornare ancora una volta nell’aula del processo a Galileo. Un processo che, però, oltre che dalla Storia è stato invalidato formalmente anche dalla Chiesa, il 31 ottobre 1992, per volere di Giovanni Paolo II.

Ma in questo passaggio del comunicato è insito un altro errore (difficilmente si potrebbe chiamarlo diversamente), allorquando la CEI rivendica l’autorità «della Chiesa, chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana». Ma la Chiesa, come essa stessa ci insegna attraverso i documenti del Magistero (su tutti la Costituzione Lumen Gentium) è la comunità cristiana, nella sua interezza. Non è più compatibile con il depositum fidei (se mai lo è stata) l’identificazione clero-Chiesa che questo comunicato adombra.

Libertà di culto

«I Vescovi italiani – prosegue la nota - non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto». Si tratta di un’affermazione grave, che merita riflessioni importanti. In primis: è davvero compromessa la libertà di culto? Davvero qualcuno di noi vede messo in pericolo il proprio diritto di professarsi cristiano (o musulmano, o ebreo, o di qualsiasi altra confessione religiosa) e di regolare conseguentemente la propria vita? Certo, la manifestazione esteriore del culto subisce delle limitazioni, ma quale dei nostri diritti fondamentali non ne ha subite in queste settimane? Quello alla libertà di circolazione, quello all’esercizio della libera impresa, quello all’istruzione (eh già, anche le scuole sono ancora chiuse e ragionevolmente lo saranno molto più a lungo delle chiese). In secondo luogo, in un momento in cui sta covando una pericolosa insoddisfazione sociale, di cui si stanno facendo portavoce i gruppi estremisti dei più disparati colori politici, era proprio necessario che la CEI mettesse per iscritto un’affermazione tecnicamente eversiva, nel senso che esplicitamente rigetta un provvedimento dello Stato, tanto da far parlare numerosi sacerdoti di disobbedienza civile?

La carità verso i poveri

«Dovrebbe essere chiaro a tutti – conclude polemicamente la CEI - che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale». È vero, la liturgia è «fonte» e «culmine» della vita della Chiesa, e questo non dovrà essere dimenticato, a emergenza finita, onde evitare derive pericolose. Non è però pensabile che essa sia l’unica sorgente dell’impegno cristiano nel mondo, perché si tratterebbe di una visione gravemente riduttiva della Carità. E sorvolando sull’ineleganza di “rinfacciare” alla società civile l’impegno dei cristiani, c’è in questo testo un errore insidioso, quello che i logici e i linguisti chiamano “fallacia dei quattro termini”: dapprima si identifica la Chiesa con il clero, poi si rivendica l’impegno della Chiesa nella società; ma quello è un impegno della Chiesa-Popolo di Dio, non della Chiesa-clero, che non può rivendicarne la titolarità.

Una battaglia a colpi di Vangelo

Quanto è avvenuto, forse, non cambierà nulla nella vita della Chiesa. Ma una cosa è sicura: in un momento di emergenza mondiale, un momento in cui in molti stanno cercando il conforto della Fede, la Chiesa italiana ha, per due giorni, inscenato una surreale battaglia via social a colpi di Vangelo, con protagonisti per lo più sacerdoti. Una battaglia di per sé tristissima, resa grottesca dai toni di scontro epico che, visti dal di fuori, si sono ridotti ad una rivendicazione da affiancare nei notiziari a quelle di commercianti e parrucchieri. È davvero questo il meglio che abbiamo da offrire?

[giornalista pubblicista e dottore in Lettere, Taranto]

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