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Il papa emerito non è un papa né tantomeno il papa, nemmeno per modo di dire, di Stefano Sodaro

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 14/01/2020 09:33
Il quadro è di grande desolazione, ma resta la speranza, quella che deriva da una Chiesa riunita attorno al suo segno di unità, che non è Benedetto XVI, ma Francesco…

Mentre scende la sera dei Secondi Vespri sulla festa liturgica odierna del Battesimo del Signore, giungono improvvise notizie inquietanti per la pace ecclesiale, per l’unità stessa della Chiesa, che sembra dover affrontare una sorta di sbalorditivo “negazionismo comunionale”.

Viene annunciata infatti l’uscita di un libro, il prossimo 15 gennaio, a firma del Card. Robert Sarah, attuale Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, e di Joseph Ratzinger, vescovo che rinunziò al pontificato con efficacia canonica a far data dal 28 febbraio 2013. In tale libro gli autori si sentirebbero necessitati a non tacere di fronte alla prospettiva che, quale conseguenza del Sinodo Speciale sull’Amazzonia svoltosi nel mese di ottobre dell’anno appena concluso - in attesa peraltro ancora dell’Esortazione apostolica post-sinodale -, siano ordinati presbiteri uomini sposati.

Alcune considerazioni molto semplici.

Il Papa che rinuncia all’ufficio di vescovo di Roma non è più papa sotto nessun profilo possibile.

Avere definito Joseph Ratzinger “Papa emerito” è un errore canonistico piuttosto grossolano per due ragioni squisitamente “tecniche”.

Prima di tutto il canone 185 del codice di diritto canonico prevede che “a colui, che perde l’ufficio per raggiunti limiti d’età o per rinuncia accettata, può essere conferito il titolo di emerito.” “Può”, dunque, non “deve”.

E poi, quand’anche si volesse invece sostenere la legittimità del titolo di “papa emerito” in ragione del § 1 del canone 402 – che dispone che “il Vescovo, la cui rinuncia all’ufficio sia stata accettata, mantiene il titolo di vescovo emerito della sua diocesi” -, tale canone risulta del tutto inconferente per il caso concreto, dal momento che fu positivamente esclusa proprio la possibilità di appellare Ratzinger “vescovo emerito di Roma” (era una delle possibilità giuridiche che furono configurate, ma che la Santa Sede – quasi vacante – non accolse) e, peraltro, la rinuncia all’ufficio del vescovo di Roma non abbisogna di alcuna accettazione, come espressamente prevede il canone 332, al § 2: “Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti.”

La norma canonica è chiarissima: non si richiede che qualcuno accetti la rinuncia al ministero papale.

Dunque: 1) il titolo di emerito è una mera possibilità per chi vi abbia rinunciato; 2) nel caso del vescovo diocesano, perché possa mantenere il titolo di “emerito”, si richiede che la rinuncia all’ufficio episcopale sia accettata; 3) la rinuncia all’ufficio di vescovo di Roma non prevede nessuna accettazione; 4) è stato rifiutato il titolo di “vescovo emerito di Roma” al rinunciante Benedetto XVI.

Va pertanto affermato, con assoluta perentorietà e senza tema di alcuna smentita, che il papa che abbia rinunciato al proprio ufficio non è più papa, in nessun significato possibile del sostantivo “papa”, e ridiventa un vescovo, la cui titolarità dovrebbe essere chiarita.

Aver consentito: a) l’uso di un titolo giuridicamente inaudito come quello di “papa emerito”, b) l’uso del nome pontificale e della veste bianca, c) la residenza nello Stato della Città del Vaticano e d) l’appellativo di “Santità”, tutto ciò ha provocato una vera e propria “finzione papale” che rischia di far detonare enormi problemi dogmatici invece che risolverli e disinnescarli, acutizzandoli anzi fino ad esiti imprevedibili.

Ritenere di poter far assurgere, in queste ore, il “papa emerito” al ruolo di campione degli oppositori dei risultati dell’ultimo Sinodo dei Vescovi è poi gravissimo per un altro motivo.

Il n. 111 del Documento Finale del Sinodo sull’Amazzonia, che richiede la possibilità di ordinare presbiteri diaconi sposati, è stato approvato con la maggioranza di 128 Padri Sinodali favorevoli e 41 contrari. Pensare oggi che la rettitudine ecclesiale corrisponda invece al risultato esattamente rovesciato – i 41 contrari avrebbero ragione e torto i 128 – inserisce un “vulnus” gravissimo nella comprensione ecclesiologica delle determinazioni del corpo episcopale. Una sorta di negazionismo, per appunto, che afferma la validità veritativa del contrario di quanto è stato approvato.

Ancora: gli autori del libro annunciato, stando alle notizie di stampa, parlerebbero di “uno strano Sinodo dei media che ha prevalso sul Sinodo reale”. Si tratta della medesima osservazione – proprio con identica formulazione – approfondita e criticata da Giovanni Miccoli nel suo articolo comparso sul numero 200 di questo nostro giornale. Fa impressione questa riproposizione di logiche che ricorrono a formulazioni sempre identiche, financo nella descrizione degli eventi su cui vogliono fondarsi.

Ed un’ultima considerazione: i presbiteri coniugati sono realtà pienamente legittima e plurisecolare secondo il diritto delle Chiese Orientali Cattoliche. Pur non conoscendo ancora il contenuto integrale del libro di cui viene annunciata la pubblicazione, affermare che solo il celibato integri la verità del sacerdozio cattolico è contrario non solo a tale prassi canonica solennemente sancita nel Codice dei Canoni delle Chiese Orientali (canone 373), ma anche all’affermazione del Vaticano II contenuta nel Decreto “Presbyterorum Ordinis”, al n. 16: “La perfetta e perpetua continenza per il regno dei cieli, raccomandata da Cristo Signore nel corso dei secoli e anche ai nostri giorni gioiosamente abbracciata e lodevolmente osservata da non pochi fedeli, è sempre stata considerata dalla Chiesa come particolarmente confacente alla vita sacerdotale. Essa è infatti segno e allo stesso tempo stimolo della carità pastorale, nonché fonte speciale di fecondità spirituale nel mondo. 

Essa non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva e alla tradizione delle Chiese orientali, nelle quali, oltre a coloro che assieme a tutti i vescovi scelgono con l'aiuto della grazia il celibato, vi sono anche degli eccellenti presbiteri coniugati: per questo il nostro sacro Sinodo, nel raccomandare il celibato ecclesiastico, non intende tuttavia mutare quella disciplina diversa che è legittimamente in vigore nelle Chiese orientali, anzi esorta amorevolmente tutti coloro che hanno ricevuto il presbiterato quando erano nello stato matrimoniale a perseverare nella santa vocazione, continuando a dedicare pienamente e con generosità la propria vita per il gregge loro affidato.”

Ci si rifiuta di credere che uno studioso del calibro di Joseph Ratzinger sia potuto incorrere, anche solo parzialmente, anche solo tangenzialmente, nel macroscopico errore di ignorare simile testo del Concilio.

Il quadro è, alla fine, di grande desolazione, ma resta la speranza, quella che deriva da una Chiesa riunita attorno al suo segno di unità, che non è Benedetto XVI, ma Francesco, salvo non voler negare la verità canonica e dogmatica o voler, piuttosto, intavolare le premesse di uno scisma. Bisogna dirlo infatti: non si può più tacere, il rischio è questo e lo sappiamo tutti.

Ma il cruccio di chi vuole opporsi alle evoluzioni del cammino ecclesiale richiede anche di essere fatto svaporare con serenità, umiltà, coraggio, consapevolezza, rigore analitico e, per chi ci crede, molta preghiera.

https://sites.google.com/site/ilgiornaledirodafa20201/numero-539---12-gennaio-2020/il-papa-emerito-non-e-un-papa-ne-tantomeno-il-papa-nemmeno-per-modo-di-dire?fbclid=IwAR2o_Tyz3yAkNX-960RWiaIeAeyWxJNtN5WfFKPmT7Tm6pwmI4Qp9cb7WBg

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