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Il Papa: “Non insultare i governanti, pregare per loro anche se la pensano diversamente”, di Salvatore Cernuzio

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 29/06/2020 17:32
Messa per la Solennità dei Santi Pietro e Paolo: «Oggi abbiamo bisogno di profezia, non di parolai che promettono l’impossibile». Nell’Angelus: «A Roma ogni persona possa vivere con dignità. La solitudine degli anziani un dramma dei nostri tempi»…

In un momento in cui il mondo fatica a rialzarsi dalla pandemia di coronavirus, non abbiamo bisogno di «parolai che promettono l’impossibile» ma di «profezia vera». Non abbiamo bisogno neanche di cristiani che «sprecano la vita a lamentarsi del mondo, della società, di quello che non va» o che passano il tempo ad insultare chi governa: anche se non la pensano come noi, dobbiamo «pregare per loro. Ne hanno bisogno».  

Papa Francesco celebra nella Basilica vaticana la Solennità dei Santi Pietro e Paolo, festa con cui la Chiesa ricorda i due Apostoli, patroni di Roma, martirizzati secondo la tradizione nell’Urbe in questo giorno nel 67. Da piazza San Pietro, dove si è da sempre svolta, la celebrazione si sposta all’interno della Basilica, alla presenza di un numero esiguo di fedeli e dei membri del Collegio cardinalizio. Nel corso della messa il Pontefice benedice i Palli destinati ai nuovi arcivescovi metropoliti, nominati nell’ultimo anno, che li riceveranno dai nunzi apostolici dei Paesi d’appartenenza. Per l’Italia si tratta degli arcivescovi di Cagliari, Giuseppe Baturi, e di Genova, Marco Tasca.

I presuli sono assenti a causa delle norme di sicurezza tuttora vigenti. Assente è pure la delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che partecipa alla funzione seguendo un’usanza risalente al 1964, frutto dello storico incontro tra Paolo VI e il patriarca Atenagora a Gerusalemme. La Santa Sede ricambia poi la visita inviando una sua delegazione il 30 novembre per la festa di Sant’Andrea. Il Papa ricorda questa «bella tradizione»: «Ci uniamo in modo speciale al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli», dice, «Pietro e Andrea erano fratelli e noi, quando possibile, ci scambiamo visite fraterne nelle rispettive festività: non tanto per gentilezza, ma per camminare insieme verso la meta che il Signore ci indica: la piena unità». «Oggi non sono riusciti a venire, a motivo del coronavirus. Quando sono sceso a venerare le spoglie di Pietro sentivo nel cuore, accanto a me, il mio amato fratello Bartolomeo. Loro sono qui con noi», aggiunge il Papa a braccio.

Di «unità» Francesco parla anche nell’omelia: quella che ha unito due figure diametralmente opposte come Pietro, il pescatore che passava le giornate tra remi e reti, e Paolo, il colto fariseo che insegnava nelle sinagoghe, che ritrovarono tuttavia una «fraternità». L’unità di cui hanno bisogno tutti i cristiani, spesso dediti a calunnie e chiacchiericcio. In proposito, Francesco ricorda l’episodio dell’arresto di Pietro, momento di persecuzione violenta, in cui «Erode infuriava» e «ciascuno temeva per la propria vita», dove però «nessuno si dà alla fuga, nessuno pensa a salvarsi la pelle, nessuno abbandona gli altri, ma tutti pregano insieme». 

«Nessuno si lamenta del male, delle persecuzioni, di Erode. Nessuno insulta Erode e noi siamo tanto abituati a insultare, i responsabili», osserva Papa Bergoglio. «Questo governantei qualificativi sono tanti, io non lì dirò perché non è il momento», dice, distaccandosi dal testo preparato. «Li giudichi Dio. Ma preghiamo per i governanti, hanno bisogno della preghiera. È un compito che il Signore ci affida. Lo facciamo? Oppure parliamo, insultiamo e basta? Dio si attende che quando preghiamo ci ricordiamo di chi non la pensa come noi, di chi ci ha chiuso la porta in faccia, di chi fatichiamo a perdonare». 

Allo stesso modo i cristiani dell’epoca pregavano per Pietro: «Nessuno diceva: “Se Pietro fosse stato più cauto, non saremmo in questa situazione”. Umanamente Pietro aveva motivi di essere criticato. Non sparlavano di lui, ma pregavano per lui. Non parlavano alle spalle, ma parlavano a Dio», evidenzia il Papa.  

«Preghiamo gli uni per gli altri?”. Che cosa accadrebbe se si pregasse di più e si mormorasse di meno?», domanda il Pontefice. Per i cristiani «è inutile, e pure noioso» sprecare tempo «a lamentarsi del mondo, della società, di quello che non va», rimarca. «Le lamentele non cambiano nulla», mentre se pregassimo «tante porte che separano si aprirebbero, tante catene che paralizzano cadrebbero». 

Il Papa parla poi di profezia: «Oggi abbiamo bisogno di profezia, di profezia vera: non di parolai che promettono l’impossibile, ma di testimonianze che il Vangelo è possibile. A me - dice a braccio - fa dolore quando sento proclamare: “Vogliamo una chiesa profetica”. Cosa fai perché la Chiesa sia profetica?». «Servono vite - sottolinea Francesco - che manifestano il miracolo dell’amore di Dio. Non potenza, ma coerenza. Non parole, ma preghiera. Non proclami, ma servizio. Non teoria, ma testimonianza. Non abbiamo bisogno di essere ricchi, ma di amare i poveri; non di guadagnare per noi, ma di spenderci per gli altri; non del consenso del mondo, di stare bene con tutti. Da noi si dice “stare bene con Dio e col diavolo”… Ma abbiamo bisogno della gioia per il mondo che verrà; non di progetti pastorali efficienti, che sembrano avere la propria efficacia come dei sacramenti, ma abbiamo bisogno di pastori che offrono la vita, di innamorati di Dio». 

Innamorati come Pietro e Paolo quando annunciarono Gesù: «Pietro, prima di essere messo in croce, non pensa a sé ma al suo Signore e, ritenendosi indegno di morire come Lui, chiede di essere crocifisso a testa in giù. Paolo, prima di venire decapitato, pensa solo a donare la vita e scrive che vuole essere “versato in offerta”. Questa è profezia. E cambia la storia».

All’intercessione dei due Apostoli il Papa, durante l’Angelus in piazza San Pietro, affida tutti i romani perché «ogni persona possa vivere con dignità e possa incontrare la lieta testimonianza del Vangelo». Rammentando ancora la testimonianza di Pietro, il primo Papa, Francesco ricorda che il Signore gli concesse numerose grazie e «lo liberò dal male»: «Fa così anche con noi. Anzi, noi spesso andiamo da Lui solo nei momenti del bisogno. Ma Dio vede più lontano e ci invita ad andare oltre, a cercare non solo i suoi doni, ma Lui; ad affidargli non solo i problemi, ma la vita. Così può finalmente darci la grazia più grande, quella di donare la vita». 

«Sì», dice il Pontefice, «la cosa più importante della vita è fare della vita un dono». Alzando gli occhi dal testo scritto, rilancia l’allarme sui «tanti anziani lasciati soli dalla famiglia, come - mi permetto di dire - se fossero materiale di scarto. Questo è un dramma dei nostri tempi: la solitudine degli anziani. La vita dei figli e dei nipoti non si fa dono per gli anziani. Dio desidera farci crescere nel dono, solo così diventiamo grandi. Noi cresciamo se ci doniamo». 

A conclusione dell’Angelus, Francesco ricorda «tanti martiri che sono stati decapitati, bruciati vivi, al tempo dell’imperatore Nerone proprio su questa terra dove vi trovate ora. Questa è terra insanguinata dai nostri fratelli cristiani, domani li ricorderemo».

https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2020/06/29/news/il-papa-non-insultare-i-governanti-pregare-per-loro-anche-se-la-pensano-diversamente-1.39023600

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